Agricoltura biologica e “food miles”: la crisi di un matrimonio di interesse

Agricoltura biologica e “food miles”: la crisi di un matrimonio di interesse
a Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento Economia e Impresa

Introduzione

Il rapporto esistente fra attività agricole e ambiente è già da tempo oggetto di grande attenzione da parte del mondo della ricerca e della politica. Se, da un lato, gli studiosi, e fra questi gli economisti, hanno contribuito in maniera decisiva ad approfondire le questioni di carattere teorico ed empirico di tale connessione, dall’altro i decision makers hanno inserito questo tema nella loro agenda attribuendogli un’importanza sempre maggiore. Un esempio, a questo riguardo, è costituito dalle politiche agricole comunitarie che, a partire dalle misure di accompagnamento del 1992, hanno costantemente ampliato lo spettro degli interventi agroambientali e l’ammontare delle relative risorse finanziarie.
La parte largamente preponderante di tali risorse è stata destinata alla riduzione delle esternalità negative attraverso il sostegno agli agricoltori che hanno adottato tecniche di coltivazione e allevamento a basso impatto ambientale. Fra queste un ruolo fondamentale hanno svolto sia l’agricoltura integrata che l’agricoltura biologica. Ma, mentre la prima non dà origine a produzioni cui viene riconosciuta una specifica caratterizzazione, i prodotti da agricoltura biologica possono fregiarsi del relativo marchio che li qualifica all’interno del mercato, trasmettendo al consumatore un chiaro segnale di maggiore attenzione verso la salvaguardia dell’ambiente.
Facendo riferimento all’agricoltura biologica, i benefici ambientali derivanti dall’adozione di itinerari tecnici compatibili con il disciplinare di produzione si manifestano a diversi livelli: ecosistema (minore impatto ambientale sulla diversità della flora e della fauna; maggiore livello di biodiversità potenziale), suolo (fertilità indotta da maggiore presenza di sostanza organica, attività biologica, maggiore diversità a livello microbico) e acque (riduzione della lisciviazione dei nitrati nelle acque di falda, azzeramento di contaminazione dell’acqua di falda e di superficie da pesticidi ed altre sostanze chimiche di sintesi) (1).
Tuttavia, oltre a tali implicazioni, nel valutare l’impatto ambientale delle produzioni agricole, non vanno dimenticati i consumi energetici la cui incidenza sulle risorse naturali riveste un’importanza decisiva.
Proprio considerando questo ultimo aspetto ci si imbatte in un’evidenza che impone una modifica della prospettiva con cui viene stabilita l’equazione fra agricoltura biologica e sostenibilità ambientale, ovvero che soltanto un quinto dell’energia associata all’ottenimento degli alimenti viene consumata nella fase di produzione agricola, mentre la quota rimanente risulta impiegata per trasporti e trasformazione (Pollan, 2006).
Questa evidenza, a parere di chi scrive, mette in crisi una delle principali motivazioni di acquisto dei prodotti biologici. Infatti, ceteris paribus, il margine di salvaguardia ambientale che questi garantiscono, rispetto ad un analogo prodotto convenzionale, è quantitativamente molto ridotto e, in ogni caso, non giustifica un’eventuale differenziale di prezzo determinato da un contenuto immateriale di carattere ambientale (2).
Nelle pagine seguenti si argomenterà questa affermazione giungendo alla conclusione che la “biologicità” di un alimento si perde progressivamente con l’aumentare dei suoi food miles, ovvero della distanza fisica fra produzione e consumo.

Discussione

Con l’espressione “food miles”, pur intendendo letteralmente i chilometri percorsi da un alimento dal luogo nel quale avviene la sua fase produttiva a quello in cui è consumato, si mira ad esprimere l’entità dell’impatto ambientale del trasporto del cibo che arriva sulla nostra tavola.
L’attenzione nei confronti di questo aspetto, ancora molto circoscritta in Italia, è assai rilevante nei Paesi anglosassoni e in particolare in Inghilterra. Ne è una significativa conferma il recente studio commissionato dal DEFRA (Department for Environment, Food and Rural Affairs), il cui titolo è indubbiamente emblematico “The validity of food miles as an indicator of sustainable development” (AA.VV., 2005) (3).
Nell’individuare gli obiettivi dello studio, il suddetto documento afferma che (ns. traduzione) “l’aumento dei food miles ha determinato un incremento del carico ambientale, sociale ed economico associato al trasporto. Questo include le emissioni di biossido di carbonio, l’inquinamento dell’aria, il traffico, gli incidenti e il rumore. Esiste un chiaro rapporto di causa-effetto fra i food miles e questo carico… La crescente preoccupazione di tale impatto ha avviato un dibattito su come misurare e ridurre i food miles”. In questo documento, fra le conseguenze del trasporto, non viene citato il consumo di prodotti petroliferi che, dal punto di vista ecologico, genera un ulteriore impatto sulle risorse naturali.
L’impiego dei combustibili fossili, ovviamente, non è circoscritto al solo trasporto dei prodotti agricoli, ma riguarda anche la fase di produzione attraverso l’elevato impiego di macchine agricole nello svolgimento delle operazioni previste dalle tecniche produttive (4). Da considerare, riguardo al presunto risparmio energetico legato alla conduzione in regime biologico, come le opinioni risultino estremamente contrastanti. Se c’è chi sostiene che i consumi si riducono in maniera drastica, da altre parti si arriva ad affermare che l'agricoltura biologica attualmente richiede più energia per tonnellata di prodotto, perché le rese sono più basse e le erbe infestanti sono combattute attraverso interventi meccanici. La verità probabilmente si trova nel mezzo con un risparmio che si aggira fra il 15 e il 30% (Cormack, 2000). La questione, però, al di là dell’interesse specifico che può suscitare, risulta non particolarmente rilevante in termini generali, considerando che, come affermato nell’introduzione, solo una quota molto limitata (intorno al 20%) dei consumi energetici necessari a rendere gli alimenti disponibili al consumo sono attribuibili alla fase di produzione.
Certamente è maggiore l’entità di tali consumi imputabile al solo trasporto. Anche se stabilire con precisione quale sia la porzione rispetto al totale è un compito estremamente complesso, a titolo indicativo può essere citato il dato relativo all’incidenza di trasporto e logistica sui costi delle imprese di produzione del sistema agroalimentare italiano, il quale secondo un’indagine ISMEA risulta superiore ad un terzo del totale (ISMEA, 2006). Maggiore consumo energetico, elevato impatto ambientale e peggioramento della qualità della vita, imputabile agli effetti della movimentazione su gomma delle merci (congestionamento del traffico, incidenti, inquinamento acustico), rappresentano delle conseguenze del trasporto degli alimenti che confliggono con i fondamenti etici su cui sono basati i principi dell’agricoltura biologica.
In questa situazione, una quota crescente di consumatori che si rivolgono ai prodotti biologici con prevalenti motivazioni di carattere ambientale, comincia a dare segnali di abbandono del mercato orientando le proprie scelte d’acquisto su prodotti di provenienza locale, rinunciando alla loro caratterizzazione biologica. Che questo fenomeno sia effettivamente in atto, e che meriti di essere considerato con attenzione, è testimoniato da alcuni recenti avvenimenti.
Il primo segnale è rappresentato dall’uscita di uno special report su questo tema sul prestigioso settimanale Economist (2006). Nell’articolo si afferma come “il locale è il nuovo biologico” in quanto “la crescita del Big organic, la produzione su larga scala di prodotti biologici per andare incontro ad una domanda crescente, ha prodotto una forte reazione negativa sulla spinta che il movimento bio ha venduto la sua anima”. In alternativa, il cibo locale, non necessariamente biologico, può essere comprato direttamente da piccoli produttori, tagliando drasticamente la catena distributiva in modo tale che “la minor quantità di food miles rende il cibo locale più verde”. I prodotti locali, per le loro caratteristiche, conclude l’Economist, piacciono non solo ai food-activists ma anche ai normali consumatori che vogliono essere informati sulla provenienza dei cibi che acquistano.
A conferma di questa analisi è interessante considerare la tendenza che da due anni si manifesta a livello nazionale di riduzione degli acquisti di prodotti biologici sia nella grande distribuzione che nei negozi tradizionali (ISMEA, 2007), tendenza che solo parzialmente è compensata dall’incremento registrato di vendite nei negozi specializzati, i quali generalmente offrono molti prodotti di provenienza locale. Nello stesso tempo si osserva un sensibile incremento della vendita diretta in azienda che può essere stimato attorno al 25% nel periodo compreso tra il 2001 e il 2005, con un incremento maggiore negli ultimi due anni (Gardini e Lazzarin, 2007). La medesima indagine ha evidenziato come il consumatore che si rivolge al mercato locale manifesti spiccate motivazioni etiche, mentre il prezzo dei prodotti rivesta un ruolo secondario nelle sue scelte d’acquisto.
Altro avvenimento, forse ancor più significativo, è la proposta della Soil Association, l’associazione britannica del biologico più antica e rappresentativa, di negare il marchio biologico ai prodotti che, anche se certificati come provenienti da agricoltura biologica, vengono trasportati per via aerea. E’ questo il primo atto ufficiale nel quale viene riconosciuto un legame diretto fra la “biologicità” di un prodotto e la sua modalità di distribuzione. Questa modifica alle norme di certificazione stabilite da parte di un organismo di enorme prestigio si concentra, in particolare, sull’impatto ambientale del trasporto aereo dei prodotti agricoli. Infatti, dai risultati dello citato studio condotto in Inghilterra, risulta che a fronte di una distanza coperta di appena lo 0,1% e di una quantità di merci dello 0,5%, il mezzo aereo è responsabile dell’11% delle emissioni totali di CO2 imputabili al trasporto di alimenti (AA.VV., 2005).
La scelta della Soil Association, al di là del suo limitato impatto pratico, assume una valenza fortemente simbolica in quanto per la prima volta vengono prese in seria considerazione le critiche mosse all’agricoltura biologica di aver perso quel riferimento alla filiera corta che rappresenta la base di una produzione ecologicamente sostenibile (Angelelli, 2007). La decisione della Soil Association si inserisce con forza nel vuoto lasciato dagli interventi comunitari di regolamentazione del biologico nei quali è assente qualunque riferimento, anche semplicemente di indirizzo, rispetto alle modalità di distribuzione e di vendita dei prodotti dell’agricoltura biologica. Infatti, se è vero che il disciplinare europeo ha preso spunto in larga misura dai principi dei movimenti biologici, ciò è accaduto esclusivamente per quanto riguarda le modalità di conduzione dei processi produttivi. Nella normativa sul biologico non si trovano tracce di principi quali “usare risorse rinnovabili all’interno di sistemi di produzione organizzati su base locale”, e “progredire verso una catena di produzione completamente biologica che sia socialmente giusta e ecologicamente responsabile” (IFOAM, 1996). Questa carenza appare particolarmente grave nella misura in cui il concetto di agricoltura biologica assume un significato che oltrepassa i cancelli dell’azienda e va applicato a tutti i passaggi della filiera, dall’avvio del processo di produzione alla tavola del consumatore (Woodward, Fleming e Vogtmann, 1997).

Conclusioni

Il consumatore di prodotti biologici, con il crescere della consapevolezza delle sue scelte d’acquisto, pone sempre più attenzione non soltanto agli aspetti tecnici ed alle implicazioni sociali dei processi con cui gli alimenti che acquista vengono prodotti, ma anche alle modalità con cui vengono distribuiti e commercializzati. All’interno di queste fasi, il trasporto, con tutte le implicazioni di carattere ambientale e sociale, assume un’importanza decisiva incidendo in maniera tanto più consistente quanto maggiore risulta l’entità dei food miles.
Che un prodotto agricolo perda la propria caratterizzazione biologica all’aumentare delle distanza che percorre dalla località di produzione fino al luogo del consumo rappresenta un dato di fatto che, al di là della percezione etica individuale, può essere quantificato in termini di emissioni di anidride carbonica, consumo di combustibili fossili, inquinamento dell’aria, incremento del traffico, degli incidenti, del rumore. Ovviamente, oltre alla distanza, altri elementi contribuiscono a determinare l’entità di tale impatto, primi fra tutti la via seguita per il trasporto (mare, terra, aria) e le caratteristiche del mezzo di trasporto, in relazione ai suoi consumi energetici e alle capacità di carico. I food miles, calcolati tenendo conto di questi aspetti, rappresentano un adeguato misuratore della perdita di “biologicità” di un prodotto lungo la sua catena distributiva.
Se questo aspetto poteva apparire di scarso rilievo fino a qualche tempo fa, ora è divenuto di grande attualità, come testimoniano non solo gli avvenimenti citati nella nota, ma anche alcuni comportamenti tendenziali dei consumatori biologici più consapevoli. La sostituibilità che nelle loro scelte di acquisto sembra manifestarsi fra prodotti biologici e prodotti locali, anche in relazione a considerazioni sulla relativa convenienza in termini di prezzo, rende sempre meno sostenibile, anche in termini economici, il trasporto dei prodotti biologici.
Il rapporto fra agricoltura biologica e food miles, cresciuto e rafforzatosi sulla base della forte spinta iniziale della domanda dei prodotti biologici, sta mostrando tutti i suoi limiti etici, ambientali e sociali. Di conseguenza, la scarsa compatibilità fra l’effettiva “biologicità” di un prodotto e i suoi food miles, temporaneamente eclissata dalle favorevoli condizioni del mercato, comincia ad essere percepita da un crescente numero di consumatori. In queste condizioni, a parere di chi scrive, l’unica via perseguibile per preservare la “biologicità” degli alimenti e, allo stesso tempo, rispondere alle istanze dei consumatori più attenti è da ricercare nell’adozione di strumenti normativi simili a quelli proposti dalla Soil Association, attraverso i quali garantire che i prodotti biologici posseggano effettivamente quel valore immateriale di carattere ambientale e sociale che viene loro attribuito.

Note

(1) Per una rassegna su questi aspetti si rimanda a Zanoli (2000) e Caporali (2003).
(2) A questo riguardo si potrebbe sostenere che il premium price continua a trovare una sua ragion d’essere nelle caratteristiche materiali dei prodotti da agricoltura biologica, la cui maggiore salubrità e le cui superiori proprietà nutrizionali rappresentano la principale motivazione di acquisto per molti consumatori. Anche questo argomento, però, è facilmente contestabile in quanto al momento non esiste alcuna incontrovertibile evidenza scientifica né alcun riferimento normativo che sancisca una qualsiasi forma di superiorità qualitativa del cibo biologico rispetto al convenzionale (Franco, 2004).
(3) In tale documento la definizione di food miles che viene data è la seguente “distance food travels from the farm to consumer”.
(4) A questo proposito non è irrilevante notare come i prodotti petroliferi rappresentino la parte preponderante dei consumi energetici dell’agricoltura, con una quota prossima all' 80%. (ENEA, 2006).

Riferimenti bibliografici

  • AA.VV. (2005), The Validity of Food Miles as an Indicator of Sustainable Development, Final Report produced for DEFRA, AEA Technology.
  • Angelelli E. (2007), Niente marchio bio con il trasporto aereo, [link]
  • Caporali F. (2003), Agricoltura e Salute: la sfida dell’agricoltura biologica, Editeam, Cento (FE).
  • Cormack, W.F. (2000), Energy Use in Organic Farming Systems, MAFF/Defra report OF0182.
  • Economist (2006), Vote with your trolley, print edition, December 9th 2006.
  • ENEA (2006), Rapporto Energia e Ambiente 2005, ENEA.
  • Franco S. (2004), “Etica ambientale e mercato dei prodotti biologici”, La Questione Agraria, n.3.
  • Gardini C., Lazzarin C. (2007), “La vendita diretta in Italia”, Agriregionieuropa, anno 3, numero 8, [link]
  • IFOAM (1996), Basic standards for organic agriculture and processing, IFOAM Head office, Tholey-Theley.
  • ISMEA (2006), La logistica come leva competitiva per l’agroalimentare italiano, ISMEA, Roma.
  • ISMEA (2007). Bio, consumi frenati nel 2006, Ismea – Ultime notizie, Roma, 27 febbraio 2007, [link]
  • Pollan M. (2006), The omnivore’s dilemma A natural history of four meals, The Penguin Press.
  • Woodward L., Fleming D., Vogtmann H. (1997), “Health, sustainability, the global economy – the organic dilemma: reflection on the past, outlook for the future”, in Ostengaard, T.V. (ed.) Fundamentals of organic agriculture, Proceedings of the 11th IFOAM International Scientific Conference, Copenaghen, August 1996. IFOAM, Tholey-Theley.
  • Zanoli R. (2000), “Impatto economico, ambientale e sociale dell’agricoltura biologica: problemi teorici e metodologici”, Rivista di Politica Agraria, n.6.
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