Contraffazione: un danno per l’agroalimentare “made in Italy”

Contraffazione: un danno per l’agroalimentare “made in Italy”
a Istituto Italiano per il commercio estero
b Università di Reggio Calabria, Dipartimento DiSTAfA
c Università di Reggio Calabria, Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-forestali ed Ambientali

Introduzione

L’Italia, nel panorama internazionale, rappresenta uno dei Paesi con un ricco e variegato patrimonio agroalimentare dove le produzioni tipiche nazionali (ossia quelle con i marchi di qualità) costituiscono il “fiore all’occhiello” di un portafoglio prodotti altamente differenziato, la cui ricchezza e varietà rappresentano un punto di forza in un contesto di crescente apprezzamento verso i prodotti diversificati e con un forte contenuto di tipicità (Carbone, 2006).
Inoltre la presenza sul mercato internazionale di consumatori sempre più attenti agli aspetti nutrizionali in termini di apporto calorico, genuinità, originalità e unicità dei prodotti, favorisce l’affermazione della “dieta mediterranea”, tanto che in questi ultimi anni l’enogastronomia italiana è divenuta tratto distintivo dello stile italiano, rappresentando uno dei fattori di successo e di identificazione del made in Italy. Se quantifichiamo il valore del settore agroalimentare italiano, questo si può stimare come secondo in termini di fatturato dopo il metalmeccanico e riveste un ruolo determinante in ambito comunitario contribuendo per il 13% alla produzione agricola totale dell’Europa a 25.
Altrettanto consistente è l’export agroalimentare, che nel 2005 è stato pari a 4 miliardi e 678 milioni di euro, con un incremento del 10,3% nei confronti dell’anno precedente; la quota italiana sul commercio mondiale si attesta da diversi anni, e senza particolari oscillazioni, tra il 3,8% ed il 4% (MIPAAF, 2005). Attualmente i prodotti europei di qualità certificati sono oltre 700 (compresi i vini), ed altrettanti sono in lista di attesa per il riconoscimento da parte dell’UE. La forza economica di tali prodotti assume consistenza soprattutto nel nostro Paese che vanta la leadership europea, con 166 attestazioni.
In questo quadro i prodotti agroalimentari italiani sono spesso oggetto di contraffazione illegale e di imitazione. Nel primo caso siamo in presenza di prodotti oggetto di sofisticazioni, di falsificazioni evidenti, di ingannevole utilizzo dell’origine geografica, o di contraffazione delle scadenze, mentre nel secondo caso si tratta dell’utilizzo di nomi o immagini che richiamano il nome del nostro Paese (noto come “italian sounding”). In realtà il problema non riguarda solo i prodotti alimentari ma è un fenomeno che ha raggiunto ormai ampia diffusione, colpendo prodotti di ogni natura e che viola i diritti di proprietà intellettuale ed è pertanto oggetto di persecuzione legale.

Il valore dei prodotti contraffatti

Risulta difficile quantificare i flussi e la provenienza del contraffatto a livello mondiale. Nel 1997 il Counterfeiting Intelligence Bureau istituito dalla Camera di Commercio Internazionale (CCI) affermava che il valore delle merci contraffatte oscillava fra il 5-7% del commercio mondiale, pari ad un valore di 200-300 miliardi di euro all’anno (Conterfeiting Intelligence Bureau, 1997). Studi più recenti hanno segnalato come la vendita di prodotti contraffatti o riprodotti rappresenti addirittura il 9,5 % del commercio mondiale. Il 27% circa dei prodotti contraffatti proviene dal bacino del Mediterraneo ed è destinato ad essere commercializzato in Europa, Stati Uniti, Africa ed Est Europeo. Il 73% proviene, invece, dai Paesi del Sud-Est asiatico la cui destinazione è così ripartita: il 60% viene destinato all’Unione Europea, mentre il rimanente 40% ai mercati extracomunitari.
Per quanto riguarda la capacità della contraffazione dal punto di vista produttivo, i Paesi che ospitano sul proprio territorio il maggior numero di imprese dedicate alla contraffazione sono in primo luogo la Thailandia, seguita da Cina, Corea, Repubblica Ceca, Turchia e Taiwan (IPI 2004). In questi paesi il fenomeno costituisce una voce di fondamentale importanza del PIL nazionale.
A livello europeo, secondo il Rapporto dell’Ufficio Imposte e Unione Doganale della Commissione Europea, nel 2005 i prodotti contraffatti intercettati alle frontiere esterne dell’UE provenivano per il 38% dalla Cina, il 10% dalla Thailandia, l’8% da Hong Kong, il 7% dalla Turchia, il 4% dagli USA, e il 33% da altri paesi. Tale dato è certamente destinato a crescere: i sequestri dei prodotti contraffatti del 2005 rappresentano il 118% in più rispetto all’anno precedente.
Rispetto a tali fenomeni esiste anche una concreta difficoltà di misurazione: le statistiche comunitarie permettono la quantificazione dei sequestri effettuati dalle dogane in ambito comunitario, ma sono carenti nel dettaglio osservato: ad esempio i prodotti agroalimentari non sono dettagliati in specifiche voci ma vengono inseriti in un’unica categoria (foodstuffs (1), alcoholic and other drinks).
Il settore dell’agroalimentare, a livello europeo, ha subito una crescita della contraffazione costante nell’ultimo quinquennio. Si è infatti passati da appena 10 casi segnalati nel 2000 come sequestri dalle competenti autorità doganali, a 50 casi nel 2005. Il numero di articoli sequestrati è passato da circa 2.350 milioni a 5.230, e la quota percentuale dell’agroalimentare sequestrato rispetto al totale è passata dal 4% al 7% (Tabella 1).

Tabella 1 – Numero di casi registrati e sottoposti a sequestro rientranti nella categoria delle preparazioni alimentari

Fonte: nostre elaborazioni su dati della Commissioni europea (2006)

Per quanto riguarda le produzioni agroalimentari italiane, risulta altresì difficile fornire una stima del danno economico. Secondo la Federazione Italiana dell’Industria Alimentare, questo può quantificarsi, almeno per il mercato americano, in valore pari a 1.510 milioni di euro, pari al 70% del corrispettivo valore della contraffazione (Federalimentare, 2003) (Tabella 2). È evidente lo squilibrio fra il livello del fenomeno contraffazione nell’area comunitaria rispetto all’area Nord-americana. Altrettanto evidente è il danno economico in termini di export che l’Italia ha subìto, anche considerando che tali fenomeni mostrano una certa velocità di espansione, tanto che Federalimentare ha stimato il raggiungimento della soglia di 5,4 miliardi di euro nel 2006.

Tabella 2 – Stima consumo prodotti illegali (2003)

Fonte: Ferderalimentare (2003)

Quali strumenti per combattere i “falsari”

Questi dati mostrano, dunque, come la contraffazione sia diventata un fenomeno consolidato e di portata internazionale che produce gravi ripercussioni in ambito economico e sociale, pregiudica il corretto funzionamento del mercato e inganna i consumatori. Già dalla fine degli anni Novanta sono state adottate iniziative, norme e provvedimenti per arginare gli effetti prodotti sulla competitività delle imprese, italiane e non, nell’ambiente internazionale in cui operano.
L’intervento comunitario più datato è quello del Libro verde della Commissione Europea, adottato nel 1998, che lanciava una consultazione generale in materia, quello più recente è il reg. CE 1383/2003 di applicazione che ha sostituito il reg. 3295/94 mentre il reg. CE 1891/2004 è di recente applicazione.
Sono state, inoltre, messe in atto altre iniziative, comunicazioni (COM – 2000/789 def; COM 2005/479 def.) e direttive (2004/48/CE) sempre con l’obiettivo di migliorare e rafforzare la lotta alla contraffazione e in particolare a favore di un migliore utilizzo dei sistemi d’informazione esistenti e di un rafforzamento della cooperazione tra il settore privato (ad esempio i titolari dei diritti di proprietà intellettuale) e le autorità pubbliche (autorità doganali).
In particolare il Reg. 1383/2003 prevede l’estensione dei controlli doganali oltre che alle merci contraffatte generiche (2) anche ai casi di usurpazione di prodotti alimentari a denominazione di origine, sebbene per quest’ultime il recente reg, CE 510/2006 (che sostituisce il regolamento 2081/92) è anche uno strumento di tutela anche se limitatamente al mercato comunitario, poiché tra i benefici attesi del logo DOP-IGP vi è anche la “ripulitura” del mercato dei falsi prodotti che impiegano scorrettamente il nome geografico (Belletti, Marescotti, 2007).
In tempi recenti l’Europarlamento ha approvato la proposta di direttiva che dovrebbe fissare in tutta Europa pene e sanzioni maggiori (pene non inferiori a 4 anni di reclusione e sanzioni di almeno 300 mila euro nei casi più gravi) quando l’infrazione sia commessa nell’ambito di una organizzazione criminale oppure comporti rischi per la salute o la sicurezza dei consumatori, a conferma di un dibattito intenso sulla lotta ad attività illecite.
A livello nazionale, sono state attuate iniziative a tutela delle produzioni agroalimentari (e non) per fronteggiare le imitazioni. Le basi giuridiche che potenziano l’intervento delle autorità, in particolare quelle doganali, nei confronti di merci sospettate di contraffazione si riferiscono principalmente all’articolo 4 della legge finanziaria per l’anno 2004 che, tra le più importanti azioni, prevede l’inasprimento delle sanzioni sul piano penale per la contraffazione; l’istituzione della centrale operativa ove è presente una banca dati con le immagini derivanti dall’impiego degli scanner nei controlli; la banca multimediale ai fini della tutela dei prodotti e titolari di marchi (Progetto FALSTAFF); la creazione dello Sportello unico doganale al fine di ridurre i tempi di sdoganamento; l’emanazione di circolari e direttive agli Uffici doganali per la razionalizzazione ed applicazione dell’intervento doganale; la condivisione delle informazioni tra Organismi ai fini dell’intercettazione dei traffici illeciti.
L’elemento motore essenziale della lotta alla contraffazione nazionale è il “partenariato” con il sistema imprenditoriale, al fine di conoscere in modo approfondito la natura, la struttura e le esigenze del mercato e permettere di svolgere il ruolo assegnato all’Amministrazione doganale, soprattutto con l’allargamento del territorio nell’Unione Europea e con le ulteriori opportunità che tale espansione comporta.

Il prossimo futuro

Il “falso” ha ormai raggiunto livelli d’importanza elevati producendo conseguenze rilevanti anche per il comparto agroalimentare e penalizzando sensibilmente la propensione all’export dell’Italia. Ma le limitazioni dell’accesso ai mercati, con relativa perdita di spazio del prodotto autentico a vantaggio dell’imitato, non sono gli unici effetti considerato che spesso a tali imitazioni si accompagnano strategie di prezzo aggressive verso il basso che spingono il consumatore a scegliere il prodotto contraffatto. Inoltre, l’immagine di scarsa qualità che ne deriva certo non aiuta l’immagine del comparto nel suo complesso e inoltre il consumatore potrebbe avere timore e puntare su prodotti che italiani neanche appaiono.
Le statistiche comunitarie non permettono di analizzare questo fenomeno in dettaglio, inoltre non sono disponibili rilevazioni effettuate dai Paesi non aderenti all’UE.
Appare chiaro che l’interesse dei Paesi “imitatori” si focalizza sempre di più su prodotti di uso comune, e inoltre, osservando la provenienza dei prodotti agroalimentari sequestrati, è possibile notare una sostanziale somiglianza, in termini di bacini di provenienza rispetto al contraffatto generico: chi falsifica è tendenzialmente portato a farlo per tutte le categorie merceologiche.
Ma se l’Italia rientra fra i paesi maggiormente colpiti dal fenomeno della contraffazione, non v’è dubbio che sia anche la patria del consumo del falso: il giro d'affari che riguarda l’acquisto di prodotti falsi (abiti, borse, scarpe, musica, film) è tale che l'Italia si trova infatti al primo posto in Europa per consumo di beni contraffatti. Secondo il primo rapporto presentato al Parlamento dall'Alto commissario per la lotta alla contraffazione, siamo in presenza di un fenomeno in costante crescita e che nei primi 6 mesi del 2006 ha portato a 817 arresti, 7.702 denunce e 11.728 sanzioni amministrative, il tutto nonostante le norme per combattere contraffazioni e pirateria in vigore nel nostro Paese, siano "almeno sulla carta" tra le più avanzate in Europa. I sequestri penali, sempre nello stesso periodo, sono stati 10.779, quelli amministrativi 12.283. Complessivamente, nel primo semestre 2006, le operazioni condotte a buon fine dalle Forze dell'ordine nelle diverse fasi del processo economico, dalla produzione fino alla commercializzazione, sono state 79.774. Il giro d'affari stimato dei produttori di falsi in Italia, al 2005, è di tre miliardi e mezzo di euro: tessile, pelletteria e calzature rappresentano una quota importante (la Repubblica, 2007).
In conclusione, il problema della contraffazione è evidentemente collegato a quello della qualità. E’ noto come il mercato dei sistemi economici sviluppati sia sempre più caratterizzato da un commercio basato sulla reputazione dei beni scambiati (dove la competizione è riferita alla qualità (reale e/o percepita) anziché ai costi di produzione delle merci (Romano, 2007)), per cui la strategia del contenimento di costi per favorire l’acquisto del prodotto di qualità, suggerimento seppur condivisibile per alcuni mercati (si pensi a quello della discografia), non è certo attuabile per l’agroalimentare. Serve piuttosto una severa politica di controllo doganale accompagnata ad interventi di difesa del prodotto di marca, attuati attraverso interventi normativi ed accordi commerciali. Suscitano dunque perplessità le intenzioni mostrate in sede comunitaria circa il divieto di riportare in etichetta l’origine degli alimenti (in particolare olio, pasta, bevande, carni bianche) offrendo come motivazione il possibile ostacolo al libero mercato e alla concorrenza. Non c’è dubbio che una tale azione creerebbe confusione nel consumatore e potrebbe facilitare azioni di falsificazione.
Inoltre si consideri che la contraffazione coinvolge gli estremi della filiera, produttore e consumatore. In questo senso, fra gli interventi contro la contraffazione possiamo inserire anche quelli relativi all’attività di comunicazione collettiva, attuata da enti pubblici e non, sui rischi collegati al consumo di prodotti contraffatti: tali azioni potrebbero consentire di ridurre l’asimmetria informativa produttore/consumatore, permettendo a quest’ultimo una scelta più consapevole, e favorirebbero una “educazione” al consumo di prodotti non falsificati.

Note

(1) “A substance that can be used or prepared for use as food”, dal dizionario “TheFreeDictionary” [link]
(2) Sono definite “merci contraffatte” dalla comunità quelle su cui sia stato apposto senza autorizzazione un marchio di fabbrica o di commercio o altro segno distintivo identico a quello registrato dal suo titolare; sono invece definite “merci usurpative” quelle che contengono o costituiscono copie fabbricate senza il consenso del titolare del diritto d’autore (vedi art. 2 reg. 1383/2003).

Riferimenti bibliografici

  • Belletti G., Marescotti A. (2007), “Costi e benefici delle denominazioni geografiche (DOP e IGP)”, Agriregionieuropa, n. 8. [link]
  • Carbone A. (2006), “La valorizzazione della qualità agroalimentare: diverse strategie a confronto”, Agriregionieuropa, n. 5. [link]
  • Conterfeiting Intelligence Bureau (1997), Countering counterfeiting: a guide to protecting & enforcing intellectual property rights, International Chamber of Commerce.
  • Commissione Europea (2006), Taxation and Customs Union, [link]
  • Federalimentare (2003), Cibo italiano, tra imitazione e contraffazione, Roma.
  • IPI (2004), L’industria del falso S.p.A. Danni economici e sociali della contraffazione, Roma.
  • La Repubblica (2007), Consumo di beni falsi e taroccati: Italia al primo posto in Europa, 16.04.2007.
  • MIPAAF (2005), I prodotti agroalimentari italiani, [link]
  • Romano D. (2007), “L’impatto della globalizzazione asimmetrica sull’agricoltura dei PVS”, Agriregionieuropa, n. 8. [link]

 

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