Occupazione e sviluppo del settore primario

Occupazione e sviluppo del settore primario

La ricostruzione di un quadro informativo esauriente circa l’ammontare e le caratteristiche del lavoro impiegato in agricoltura è molto complessa per la storica prevalenza del contributo familiare, spesso prestato in via informale e occasionale come attività integrativa da persone occupate prevalentemente in altri settori, la discontinuità del fabbisogno, la notevole presenza di lavoro non dichiarato nonché, di contro, per le posizioni fittizie finalizzate ad acquisire vantaggi previdenziali e contributivi. Allo stesso tempo, innegabile è il ruolo della qualità del capitale umano per lo sviluppo del settore, così come è vero che quantità e qualità dell’occupazione ritornano in modo sempre più frequente e sistematico negli obiettivi della politica agricola comune. Nel processo di riforma in discussione, già a partire dalla prima comunicazione, con cui il 29 novembre 2017 la Commissione ha avviato il percorso istituzionale, “Il futuro dell'alimentazione e dell'agricoltura” [Com(2017) 713], si ribadisce che la Pac, insieme alle altre politiche europee nazionali, deve contribuire a promuovere l’occupazione e la crescita nelle aree rurali. Investimenti in infrastrutture e in capitale umano, dovrebbero liberare potenzialità di ricambio generazionale e di sviluppo delle aree rurali e creare le condizioni per esplorare le opportunità offerte dalle filiere emergenti: l'energia pulita, la bioeconomia, l'economia circolare e l'ecoturismo.
Nella proposta del giugno 2018, la necessità di rafforzare il tessuto socioeconomico delle aree rurali si traduce in un obiettivo generale del sostegno assicurato dalla politica agricola comune, cui corrispondono due obiettivi specifici: attirare giovani agricoltori – ribadendo un’iniziativa storicamente consolidata (di cui al contributo di Piras) – e facilitare lo sviluppo imprenditoriale; promuovere l’occupazione e l’inclusione sociale nelle aree rurali. L ’agricoltura, immaginata negli intenti politici europei quale motore di uno sviluppo innovativo e inclusivo, coincide solo parzialmente con la rappresentazione che proviene dalle analisi che, almeno nel contesto italiano, ci descrivono un’ampia parte del settore che faticosamente riesce a conservare una redditività già inferiore alla media. A questo riguardo, lo scarso potere contrattuale degli operatori agricoli lungo la filiera, ma soprattutto nei confronti della distribuzione, sembra essere tra i principali fattori di pressione sul settore ma, come si afferma nel contributo di Canfora, non rappresenta una fatalità ineluttabile potendo essere contrastato con strumenti giuridici appropriati diretti a incidere sulla regolazione dei rapporti tra imprese.
Lo squilibro delle relazioni contrattuali viene spesso scaricato sul mercato del lavoro a scapito delle condizioni lavorative, allontanando così le risorse umane più qualificate e/o con maggiori alternative occupazionali. Ciò, oltre a nuocere al dinamismo del settore si può manifestare in forme di sfruttamento nei confronti dei soggetti più vulnerabili con drammatiche conseguenze sotto il profilo umano (cfr. Barberis et al.). Negli ultimi trent’anni la crescente offerta di lavoro da parte delle comunità straniere in Italia ha rappresentato un’indubbia opportunità per il settore e, oggi, l’apporto dei lavoratori stranieri in agricoltura è divenuto un elemento strutturale e caratterizzante (cfr. Cardillo et al.), ma introduce anche possibili criticità particolarmente in riferimento alle tutele del lavoro. La presenza di lavoro non regolare nell’agricoltura italiana sembra un fatto irriducibile nonostante lo specifico sistema di contrattazione che, proprio per tenere conto delle pecularità del settore, differisce in maniera sostanziale da quelli che riguardano l’industria o il terziario (cfr. D’Alessio) e nonostante i tanti strumenti normativi di natura repressiva, ispettiva e premiale messi in campo dal legislatore (cfr. Leccese e Schiuma). 
Questo numero di Agriregionieuropa intende dunque concorrere alla riflessione sulle condizioni e la qualità dell’occupazione in agricoltura e, quindi, su come si possa intervenire a vantaggio della qualificazione del settore e della qualità della vita della comunità. Allo stesso tempo, intende anche dare un contributo in merito alla strumentazione disponibile per la misurazione dell’occupazione e dell’efficacia delle politiche. Oltre agli strumenti prettamente statistici, come la stima dell’input di lavoro in agricoltura nel quadro dei conti economici nazionali di cui parla l’articolo di Battellini, esiste infatti un’ampia ricchezza di informazioni raccolte a scopi amministrativi che permette di indagare aspetti specifici. A questo riguardo Mattioni e Tripodi illustrano i contenuti dell’Osservatorio statistico sul Mondo Agricolo dell’Inps attraverso l’analisi delle aziende che occupano manodopera agricola e degli operai agricoli impiegati negli ultimi dieci anni mentre, sempre impiegando dati amministrativi, Tudini fa un focus sul settore pesca.
Sviluppare metodologie di misurazione adeguate, che impieghino informazioni costantemente aggiornate e facilmente accessibili, è oggi, con il prospettato passaggio a una politica “maggiormente orientata verso l’efficacia dell’attuazione” (Proposta di regolamento Com (2018) 392), particolarmente urgente. Questo prima di tutto, per poter garantire la formulazione di traguardi politici plausibili e, in un secondo momento, per dare tempestiva evidenza dell’efficacia delle azioni, allo scopo di evitare di incorrere nel rischio di una valutazione negativa per eccessiva ambizione negli obiettivi o, peggio, per un mero difetto metodologico.

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