La pericolosità da disastri naturali nell’Italia rurale

La pericolosità da disastri naturali nell’Italia rurale
a Università di Modena e Reggio Emilia, Dipartimento di Economia "Marco Biagi"

Abstract

La preparedness (preparazione di individui, comunità e organizzazioni a fronteggiare i pericoli) è un elemento chiave per ridurre l’impatto sulla popolazione delle catastrofi naturali. Per valutare il rischio pre-catastrofe, Istat ha reso disponibile un quadro informativo integrato relativamente ai rischi di esposizione a catastrofi naturali, al dettaglio comunale. Prendendo in esame alluvioni, frane e terremoti, il presente lavoro evidenzia come tali rischi tendano a concentrarsi in prevalenza nelle aree più rurali e più periferiche del paese.

Introduzione

Il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030 si propone di ridurre il rischio da disastri entro il 2030 a livello mondiale, mitigando l’impatto sulla popolazione delle catastrofi naturali (terremoti, tsunami, cicloni, eruzioni vulcaniche, frane e cambiamenti climatici). Rispetto a questo obiettivo, sono due i fattori-chiave su cui occorre far leva: i) prima di un eventuale disastro, preparare individui, comunità e organizzazioni economiche e sociali a fronteggiare il pericolo; ii) dopo un disastro, intervenire per ricostruire meglio (ricostruzione come occasione per mitigare le conseguenze di futuri ulteriori disastri) (Esposito et al. 2017).
Rispetto al primo elemento, una maggiore preparedness (ovvero, la comprensione dei rischi derivanti dai disastri naturali, mediante l’analisi dei fattori che potrebbero far raggiungere a un evento naturale le proporzioni di un disastro) permette di ridurre il grado di vulnerabilità di una comunità. Essere a conoscenza della pericolosità esistenti nel proprio territorio, riconoscere i segnali di allerta e disporre di un sistema rapido e immediato per lanciare l’allarme permettono di ridurre il rischio connesso agli eventi disastrosi (priorità 1 del Sendai Framework) (Unisdr, 2015).
È dunque evidente, in tale contesto, l’importanza di una solida base conoscitiva che permetta di valutare il rischio pre-catastrofe, migliorando così la prevenzione, la mitigazione, lo sviluppo e l’implementazione di un’appropriata preparazione e di una efficace risposta alle catastrofi. Questo è vero specialmente per un paese come l’Italia che, anche alla luce di un’elevata fragilità geomorfologica, è uno dei paesi firmatari del Sendai Framework.
Muove in questa direzione l’attività svolta nell’ultimo anno da Istat: su sollecitazione del Piano Casa Italia (un piano straordinario, lanciato dal Governo Italiano dopo gli eventi sismici del 2016, in linea con le priorità del Sendai Framework) (Pagliacci et al., 2017), l'Istat ha reso disponibile un quadro informativo integrato relativamente ai rischi, presenti in Italia, di esposizione a terremoti, eruzioni vulcaniche, frane e alluvioni. La pubblicazione di dati di dettaglio a livello comunale risponde all’esigenza di accrescere la consapevolezza delle vulnerabilità territoriali del paese.
Partendo dall’analisi di questi dati, il presente lavoro intende fornire una prima descrizione delle vulnerabilità che colpiscono il territorio italiano, adottando una lettura che si concentra prevalentemente sulle aree più rurali e più periferiche del paese; aree che, nell’ultimo decennio, hanno subito profonde trasformazioni socio-economiche, con conseguente indebolimento della capacità di fronteggiare anche gli eventi esogeni.

Misurare la pericolosità nel territorio per aumentare la preparedness

Nell’agosto 2017, Istat e Piano Casa Italia hanno reso disponibile un dettagliato quadro informativo integrato relativamente ai principali rischi naturali che sono presenti in Italia1. La fragilità che caratterizza il territorio nazionale rende rilevante il tema della preparedness ai disastri naturali: con ogni mezzo, occorre rafforzare la capacità di governi e comunità locali nel prevenire i disastri naturali e ridurre la vulnerabilità delle comunità esposte al rischio (Esposito et al., 2017).
In tal senso, si comprende l’importanza di disporre di dati al dettaglio comunale e raccolti nel rispetto di metodologie statistiche rigorose, rendendo omogenee le diverse fonti istituzionali: Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), lo stesso Istat.
Ai fini della presente analisi, si è deciso qui di analizzare la pericolosità di alcuni eventi catastrofici: alluvioni, frane e terremoti2.

Pericolosità idraulica

Un’alluvione (allagamento temporaneo di aree abitualmente non coperte dall’acqua) può essere causato da fiumi, torrenti, laghi, oltre che dal mare nelle zone costiere (Direttiva 2007/60/CE, la cd. "Direttiva Alluvioni"). Si definisce rischio da alluvione la combinazione della probabilità di un evento alluvionale in un intervallo temporale prefissato, in una data area (ovvero la sua pericolosità) e delle potenziali conseguenze negative per la salute umana, l’ambiente, il patrimonio culturale e l’attività economica derivanti da tale evento (vulnerabilità e elementi a rischio) (Trigila et al., 2015; Cnr-Irpi, 2015).
In generale, si osserva una certa ripetitività degli eventi alluvionali rispetto ai territori interessati, nel corso del tempo3. Pertanto, in Italia le Autorità di Bacino (AdB) sono chiamate a redigere Piani Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (Psai o Pai), che perimetrino le aree che potrebbero essere interessate da alluvioni, individuando i relativi livelli di pericolosità, sulla base di tre differenti scenari di probabilità (Cnr-Irpi, 2015). Con l’obiettivo di elaborare indicatori nazionali, Ispra ha realizzato la mosaicatura di tali aree, per i seguenti tre scenari di pericolosità (Trigila et al., 2015):

  • pericolosità elevata (P3): tempo di ritorno fra 20 e 50 anni (alluvioni frequenti),
  • pericolosità media (P2): tempo di ritorno fra 100 e 200 anni (alluvioni poco frequenti);
  • pericolosità bassa (P1): scenari di eventi estremi.

Ai fini del presente lavoro, si considera lo scenario a pericolosità idraulica media (P2)4, considerando sia l’estensione (in km2) delle aree interessate sia la popolazione residente a rischio. Tali dati (calcolati da Ispra ogni cinque anni e da ultimo nel 2015) sono riportati da Istat al dettaglio comunale, intersecando (in ambiente Gis) le aree a pericolosità idraulica con i dati ufficiali Istat relativi alle sezioni di censimento (Istat, 2011). Non essendo nota l'esatta ubicazione della popolazione entro ciascuna sezione, gli abitanti sono distribuiti per sezione in modo uniforme. Il numero di persone esposte è dunque calcolato con un metodo di proporzionalità (Trigila et al., 2015).

Pericolosità da frana

Alla luce di una morfologia prevalentemente montano-collinare, i movimenti franosi sono assai diffusi in Italia. Delle 700.000 frane censite in Europa (Jrc, 2012), oltre 500.000 si trovano in Italia. In prevalenza, si verificano crolli e colate di fango e detriti, a velocità e capacità distruttiva elevate (Cnr-Irpi, 2015).
L’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia, realizzato da Ispra e da Regioni/Province Autonome su dati riferiti prevalentemente al 20075, è adottato per valutare la pericolosità da frana dei Piani di Assetto Idrogeologico (Pai), per progettare interventi di difesa del suolo e di reti infrastrutturali e per redigere i Piani di Emergenza di Protezione Civile (Cnr-Irpi, 2015). La pericolosità è intesa come probabilità che si verifichi un fenomeno distruttivo, di determinata intensità in un dato periodo e in una data area: tuttavia, la principale criticità deriva dalla mancanza di informazioni circa le date di attivazione delle frane che rende arduo stimare i tempi di ricorrenza delle frane (Trigila et al., 2015).
Per ovviare a tali problemi, è possibile considerare la suscettibilità o pericolosità spaziale delle frane: le aree a pericolosità da frana dei Pai includono, oltre alle frane già verificatesi, anche le zone di possibile evoluzione dei fenomeni e le zone potenzialmente suscettibili a nuovi fenomeni franosi. I Pai così redatti influenzano la pianificazione territoriale, determinando l’applicazione di particolari vincoli e regolamentazioni. In particolare, Ispra ha effettuato la mosaicatura delle aree a pericolosità dei Pai (da cui sono stati prodotti indicatori di pericolosità da frana), rendendo omogenei i dati di partenza e identificando 5 classi di pericolosità a livello nazionale (Cnr-Irpi, 2015):

  • aree a pericolosità molto elevata (P4), ove sono unicamente consentiti: interventi di demolizione senza ricostruzione; interventi necessari alla riduzione della vulnerabilità degli edifici esistenti, senza aumenti di cubatura; opere di sistemazione delle frane; realizzazione di nuove infrastrutture lineari, solo se essenziali e prive di alternative progettuali sostenibili;
  • aree a pericolosità elevata (P3), ove sono consentiti gli interventi ammessi nelle aree P4 e in più gli interventi di ampliamento di edifici esistenti per adeguamento igienico-sanitario;
  • aree a pericolosità media (P2), ove sono ammissibili tutti gli interventi previsti dagli strumenti di pianificazione urbanistica previa la realizzazione di uno studio di compatibilità;
  • aree a pericolosità moderata (P1), ove non sono previste limitazioni di interventi;
  • aree di attenzione (Paa) per le quali esistono informazioni di possibili situazioni di dissesto a cui non è ancora stata associata una classe di pericolosità.

Ai fini del presente lavoro, si considerano le aree a pericolosità da frana molto elevata ed elevata (P4+P3), ovvero quelle che prevedono le maggiori limitazioni agli interventi urbanistici. Anche in questo caso, si considera sia l’area comunale sia la popolazione a rischio in tali aree. Così come nell’analisi del rischio idrico, il numero di persone a rischio di frana entro ogni sezione di censimento è calcolato con il metodo di proporzionalità. Tuttavia, Trigila et al. (2015), osservano come tale metodologia presenti minore accuratezza rispetto a quest’ultima tipologia di rischio. Mentre tali stime sono sostanzialmente soddisfacenti per le sezioni urbane (centri e nuclei abitati, nella definizione Istat, 2011), le stesse stime per le sezioni caratterizzate da case sparse sono meno accurate. Come si vedrà in seguito, le aree a pericolosità da frana interessano proprio zone a bassa densità di popolazione, in territorio montano-collinare.

Pericolosità sismica

La pericolosità sismica è stimata mediante l'accelerazione massima del suolo, osservabile per ciascun comune rispetto ad una griglia di punti, calcolata con passo 0.02° (come rilevato da Ingv nel 2004). Tale dato rappresenta un parametro importante per classificare i comuni italiani rispetto alla loro pericolosità sismica. La rilevanza dell’accelerazione massima su roccia (ag) era già stata indicata dal d.lgs 112/1998 e dal D.P.R. 380/2001, che dettavano i principi generali sulla base dei quali le Regioni (delegate dallo Stato all’adozione della classificazione sismica del territorio) dovevano classificare i comuni italiani relativamente alla pericolosità sismica. Un successivo aggiornamento (allegato all’Opcm n. 3519/2006) forniva intervalli di accelerazione di picco su terreno rigido (ag), con probabilità di superamento pari al 10% in 50 anni, da attribuire a ciascuna zona sismica in Italia (fonte: www.protezionecivile.gov.it):

  • ag > 0,25: zona simica 1 (la zona più pericolosa, ove possono verificarsi fortissimi terremoti);
  • 0,15 <ag≤ 0,25: zona sismica 2;
  • 0,05 <ag≤ 0,15: zona sismica 3;
  • ag ≤ 0,05: zona simica 4 (la zona meno pericolosa, in cui i terremoti sono rari).

Di fatto, solo la zona 4 è quella nella quale è facoltà delle Regioni prescrivere l’obbligo della progettazione antisismica. In tutte gli altri casi tale applicazione è oggi obbligatoria6.
Il presente lavoro adotta come proxy della pericolosità sismica non tanto l’accelerazione del suolo quanto piuttosto la classificazione del territorio nazionale in zone sismiche. In particolare, le zone sismiche 1 e 2 sono qui considerate, poiché soggette alla maggiore probabilità di eventi sismici di elevata intensità7.
Al fine di rendere tale classificazione omogenea a livello nazionale, due adeguamenti preliminari all’analisi sono stati effettuati (cfr. Pagliacci e Russo, 2017):

  • i comuni caratterizzati dalla compresenza di più di una zona sismica sono stati trattati rispetto ad un ‘principio di precauzione’, venendo ascritti ai comuni appartenenti alla zona sismica caratterizzata da pericolosità più elevata. Un problema ulteriore è tuttavia rappresentato dal comune di Roma, rispetto al quale il grado di sismicità è calcolato a livello di singoli municipi (11 su 19 sono classificati in zona sismica 3, 8 su 19 in zona sismica 2). Pur nella consapevolezza della distorsione che questa decisione può causare, si è deciso di considerare Roma come interamente appartenente alla zona sismica 2;
  • la zona sismica 3s (tipologia sismica adottata dalle regioni Piemonte e Liguria, unicamente per 114 comuni) è stata equiparata alla zona 3.

La pericolosità nell’Italia rurale

Alcuni dati di sintesi a livello nazionale

Rispetto agli eventi alluvionali, franosi e sismici, la tabella 1 evidenzia il grado di pericolosità del territorio Italiano. La pericolosità idraulica media (P2) coinvolge oltre 24 mila km2 (8,1% del totale nazionale) e quasi 6 milioni di abitanti (poco meno del 10% del totale nazionale, al 2015). Le due classi a pericolosità da frana assoggettate a particolari vincoli (P3 e P4), pur coprendo anch’esse l’8% del territorio, interessano solo il 2% della popolazione (circa 1,2 milioni di abitanti). Decisamente più estesa appare, invece, la pericolosità sismica. Le zone sismiche 1 e 2, infatti, coprono quasi il 45% del territorio nazionale, interessando il 41,3% della popolazione (al 2015). Si ricorda tuttavia che, mentre la pericolosità da frana e idraulica è calcolata su aree sub-comunali (sezioni di censimento), quella sismica è elaborata unicamente a livello comunale.
I dati nazionali, tuttavia, nascondono differenze a livello locale. La distribuzione di tali aree penalizza in modo marcato alcune tipologie di aree particolarmente deboli anche dal punto di vista economico: il Mezzogiorno del paese e le aree montane dell’Appennino (oltre che delle Alpi): già Pagliacci e Russo (2017) hanno sottolineato il nesso esistente in Italia tra pericolosità sismica e aree montane dell’Italia centro-meridionale e le conseguenze negative derivanti dalla presenza di questo legame. In queste pagine, si intende estendere questo ragionamento anche alle altre due tipologie di pericolosità, sottolineando la relazione tra pericolosità e aree rurali e periferiche.

Tabella 1 - Aree e popolazione soggette ai vari rischi, in Italia

Fonte: elaborazione su dati Istat (2017) e sito della Protezione Civile (2015)

La pericolosità nell’Italia “rurale”

Il livello di ruralità in Italia può essere individuato con riferimento al grado di urbanizzazione dei comuni Italiani. Il dato, ricavato mediante elaborazione Gis, sulla base della procedura Eurostat8, permette di distinguere i comuni in urbani, suburbani a media densità di popolazione e rurali. In particolare, i comuni più rurali che in Italia rappresentano il 72,5% della superficie e il 24,2% della popolazione, risultano in proporzione più esposti alle frane e meno alle alluvioni. Le aree a pericolosità da frana elevata nei comuni rurali rappresentano l’85% del totale delle aree a rischio in Italia. Rispetto alla popolazione residente, il dato è ancora più rilevante: vive in comuni rurali oltre il 50% del totale della popolazione a rischio in Italia (circa 650 mila persone). Al contrario, sono proprio le aree urbane (in Pianura Padana e lungo i litorali) quelle a maggiore pericolosità idraulica (Figura 1).

Figura 1 - Aree e popolazione soggette ai vari rischi, per grado di urbanizzazione del comune, in Italia (valori %)

Fonte: elaborazione su dati Istat (2017) e sito della Protezione Civile (2015)

In modo analogo, ma considerando i dati sub-comunali (disponibili per la pericolosità idraulica e da frana), si può notare come il 20% dell’area coperta dai comuni urbani sia a rischio idraulico a fronte del 6,2% dell’area dei comuni rurali. Al contrario, il 9,4% dell’area dei comuni rurali risulta a rischio frane, a fronte del 3% dei comuni maggiormente urbanizzati (Tabella 2).

Tabella 2 - Aree e popolazione a rischio, in Italia (valori percentuali sul totale di ogni classe)

Fonte: elaborazione su dati Istat (2017)

La pericolosità nell’Italia “interna”

I comuni periferici in Italia possono essere individuati sulla base della classificazione proposta dal Dps (2014) all’interno della Strategia Nazionale Aree Interne (Snai). La Snai definisce i comuni periferici rispetto ai poli di offerta di un pacchetto di servizi ritenuto essenziale (scuole superiori, ospedali con Dea e stazioni ferroviarie con alto livello di servizio). Rispetto a questo principio, le sei tipologie di aree individuate sono: Polo, Polo intercomunale, Cintura, Intermedio, Periferico, Ultra-periferico. Le ultime tre tipologie costituiscono (in aggregato) le cosiddette aree interne.
La figura 2 mostra come la distribuzione delle aree e della popolazione soggette ai rischi idraulico, da frana e sismico nelle aree interne sia in parte sovrapponibile a quella nelle aree rurali. Le aree interne (ovvero i comuni italiani più periferici) sono più esposti della media nazionale ad eventi franosi e sismici (in termini di superficie e popolazione). Al contrario, la pericolosità idraulica è decisamente più marcata dalla media nazionale nelle zone urbane del paese (poli e aree di cintura).
Anche considerando i dati sub-comunali disponibili per rischio idraulico e da frana, i comuni appartenenti ai poli vedono al proprio interno una maggiore incidenza della popolazione a rischio idraulico, mentre le aree interne sono più a rischio di frana (Tabella 3).

Figura 2 - Aree e popolazione soggette ai vari rischi, per classificazione Snai, in Italia (valori %)

Fonte: elaborazione su dati Istat (2017), sito della Protezione Civile (2015), Snai (2014)

Tabella 3 - Aree e popolazione a rischio, in Italia (valori percentuali sul totale di ogni classe Snai)

Fonte: elaborazione su dati Istat (2017) e Snai (2014)

Pericolosità e attività agricola

L’analisi condotta sin qui ha evidenziato il legame tra ruralità e perifericità, da un lato, e pericolosità idro-geologica e sismica dall’altro. Tuttavia, anche la dimensione settoriale risulta particolarmente a rischio quando si considerano i rischi da catastrofe. L’attività agricola, infatti, può subire più di altre attività gli effetti degli eventi catastrofici, data la sua dispersione sul territorio (Pagliacci e Bertolini, 2016). In qualche misura, i dati pubblicati da Istat consentono di tracciare il profilo di pericolosità anche con riferimento all’agricoltura nazionale.
Utilizzando i dati del Censimento dell’Agricoltura (Istat, 2010) relativi al dettaglio comunale9, è possibile osservare gli ettari di Sat e Sau e il numero di unità agricole che ricadono nei comuni ad elevata pericolosità sismica. Mentre il dato areale è di fatto in linea con la superficie dei comuni appartenenti alle zone sismiche 1 e 2, il numero di unità agricole ubicate in questi comuni supera il 50% (Tabella 4).

Tabella 4 – Unità agricole e superfici delle unità agricole, per localizzazione nei comuni in zona sismica 1 e 2

Fonte: elaborazione su dati Istat (2010), sito della Protezione Civile (2015)

Purtroppo, con riferimento alla pericolosità idraulica e da frana, non sono disponibili dati precisi rispetto alle unità agricole e alla superficie agricola a rischio. Si può comunque stimare una consistenza di queste unità moltiplicando il numero di unità agricole (e l’ammontare di Sau) in ciascun comune italiano per l’incidenza delle aree ad elevata pericolosità idraulica e da frana, osservata nei medesimi comuni10. Tale procedura di stima porta a quantificare in circa 149 mila le unità agricole a rischio alluvione (il 7,4% del totale) e in 118 mila quelle a rischio frane (il 5,9% del totale). Al contrario, sarebbero 1,3 milioni gli ettari di Sau a rischio idraulico (10,4% del totale) e poco meno di 770 mila quelli a rischio idro-geologico. In particolare, il dato della Sau a rischio idraulico risulta di oltre 2 punti percentuali superiore alla superficie totale a rischio idraulico in Italia, suggerendo dunque una notevole esposizione di queste attività (in particolare nell’area della Pianura Padana).

Conclusioni

I dati pubblicati da Istat rappresentano un importante strumento a disposizione delle comunità locali per aumentarne la consapevolezza in termini di vulnerabilità, e dunque per stimolarne la preparadness. L’analisi di questi dati suggerisce come la fragilità idro-geologica e simica tenda a sovrapporsi al grado di ruralità del paese. I comuni a minor grado di urbanizzazione, o particolarmente periferici (rispetto alla definizione Snai) sono più esposti ai rischi da frane e da eventi sismici. Di segno opposto è invece la distribuzione della pericolosità da alluvione, che interessa in modo più marcato le aree di pianura: la Pianura Padana a Nord e le fasce costiere nell’Italia peninsulare.
Le implicazione di policy rispetto a questi risultati sono rilevanti. Tale analisi, che potrà essere ulteriormente affinata per meglio evidenziare le principali tipologie di territori, sulla base delle loro pericolosità, contribuisce ad aumentare il grado di preparedness di tutte le comunità locali. Tuttavia, si evince come l’implementazione dei piani di prevenzione, in Italia, dovrebbe dedicare un’ampia attenzione proprio alle aree rurali e più periferiche del paese. La priorità di interventi rivolti a queste aree si rende ancora più necessaria, dal momento che proprio queste porzioni di territorio risultano spesso in condizioni di spiccata fragilità demografica e socio-economica. Se dunque il numero di persone esposte ad eventi estremi, in questi territori, è inferiore in termini assoluti, la loro vulnerabilità è più elevata. Complessivamente, dunque, il rischio da disastri naturali risulta aumentato.

Riferimenti bibliografici

  • Cnr-Irpi (2015), Rapporto Periodico sul Rischio posto alla Popolazione italiana da Frane e Inondazioni. Anno 2014

  • Consiglio Nazionale dei Geologi (2014), Comunicato Stampa del 13 settembre 2014. Disponibile al seguente [link]

  • Esposito F., Russo M., Sargolini M., Sartori L., Virgili V. (a cura) (2017), Building Back Better: idee e percorsi per la costruzione di comunità resilienti. Roma: Carocci editore

  • Istat (2010), 6° Censimento Generale dell’Agricoltura [link]

  • Istat (2011), 15° Censimento Generale della Popolazione e delle Abitazioni [link]

  • Jrc (2012), Landslide inventories in Europe and policy recommendations for their interoperability and harmonisation. Report Eur 25666 EN

  • Trigila A., Iadanza C., Bussettini M., Lastoria B., Barbano A. (2015), Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Rapporto 2015. Ispra, Rapporti 233/2015

  • Pagliacci F., Bertolini P. (2016), Il terremoto del 2012 in Emilia: specificità del settore agro-alimentare e ruolo della cooperazione nell’emergenza. Agriregionieuropa, vol. 12, n. 44, pp. 100-103

  • Pagliacci F., Russo M. (2017), Earthquake hazard in Italy. Cluster analysis of socio-economic data to inform place-based policy measures, Demb Working Paper Series n. 110

  • Pagliacci F., Russo M., Sartori L. (2017), Social innovation and natural disasters: the “Casa Italia” Plan. Sociologia Urbana e Rurale 113, 2017: pp. 87-102

  • Protezione Civile (2015), Classificazione sismica. Disponibile al sito: [link]

  • Trigila A., Iadanza C., Bussettini M., Lastoria B., Barbano A. (2015), Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio. Rapporto 2015. Ispra, Rapporti 233/2015.

  • Unisdr (United Nations International Strategy for Disaster Reduction) (2005), Hyogo Framework for Action 2005-2015: Building the Resilience of Nations and Communities to Disasters. Geneva: United Nations

  • Unisdr (United Nations International Strategy for Disaster Reduction) (2015), Sendai Framework for Disaster Risk Reduction, 2015–2030. Geneva: United Nations

  • 1. Il dataset è disponibile al sito: [link].
  • 2. Non si prende qui in esame né la pericolosità da eruzioni vulcaniche (concentrata nell’area del Vesuvio, dei Campi Flegrei e dell’Etna), né altre forme di vulnerabilità sociale e materiale o demografica (benché rilevate nel dataset di Istat).
  • 3. Oltre ai cambiamenti climatici, anche alcune attività antropiche (crescita degli insediamenti umani, impermeabilizzazione dei suoli, sottrazione di aree di naturale espansione delle piene) hanno contribuito ad aumentare le probabilità di accadimento e la gravità delle alluvioni, non solo in Italia (Cnr-Irpi, 2015).
  • 4. Per gli scenari P1 e P3, non sono disponibili i dati di alcune AdB (in particolare di Marche e Romagna). A causa di tali lacune, per Emilia-Romagna e Marche l’estensione delle aree inondabili relative allo scenario P1 è inferiore a quella dello scenario P2 (Trigila et al., 2015).
  • 5. Per Piemonte, Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Basilicata, Sicilia e Provincia Autonoma di Bolzano i dati sono più recenti (2014). Al contrario, i dati per la Calabria risultano sottostimati rispetto alla reale situazione di dissesto poiché l’attività di censimento dei fenomeni franosi è limitata alle aree in cui sorgono centri abitati o grandi infrastrutture di comunicazione.
  • 6. L’entrata in vigore delle Norme Tecniche per le Costruzioni del 2008 (1 luglio 2009) prevede che, per ogni costruzione, ci si riferisca ad una accelerazione di riferimento “propria” (individuata sulla base della specifica area di progetto in funzione della vita nominale dell’opera). La classificazione sismica (zona sismica di appartenenza del comune) rimane utile per la pianificazione e il controllo del territorio da parte di Regione, Genio civile, ecc (fonte: www.protezionecivile.gov.it).
  • 7. In realtà, recenti interventi normativi (ad esempio, il cosiddetto Sismabonus per gli interventi di adeguamento antisismico degli edifici) hanno equiparato la zona sismica 3 alle zone 1 e 2 in termini di possibilità di accesso ai contributi per il miglioramento antisismico.
  • 8. La classificazione fa riferimento alla percentuale di popolazione che, a livello comunale, vive in aree ad elevata densità abitativa. Per la metodologia utilizzata nella classificazione, si rimanda al sito [link].
  • 9. Resi opportunamente comparabili al 2017, in modo da tener conto delle variazioni dei confini amministrativi intercorse negli anni.
  • 10. Implicita in tal senso è l’assunzione che l’attività agricola sia distribuita in modo esattamente omogeneo sul territorio comunale. Ancorché molto restrittiva come assunzione, è facile verificare come l’attività agricola sia in realtà molto più omogeneamente distribuita sul territorio di quanto non avvenga per la popolazione insediata o per le attività produttive di natura industriale (Pagliacci e Bertolini, 2016).
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