Gli effetti di un sisma: il caso Valle del Belìce

Gli effetti di un sisma: il caso Valle del Belìce

Abstract

La presente analisi mira a valutare l’impatto di lungo periodo di un terremoto. Il caso di studio qui utilizzato è il terremoto che ha devastato la Valle del Belìce nel gennaio 1968. Per far questo, una comparazione sull’andamento di alcune variabili demografiche e socio-economiche è stata svolta tra l’area del cratere e le aggregazioni territoriali (province di Trapani, Palermo e Agrigento, regione Sicilia) all’interno delle quali la Valle del Belìce si colloca. I risultati evidenziano che il sisma ha avuto gravi ripercussioni nei territori colpiti dal punto di vista sia demografico che economico, che non accennano a scomparire a più di quarant’anni dal disastro naturale. In particolare, nonostante i meccanismi di ricostruzione e i fondi di sviluppo attivati, i comuni del cratere mostrano una popolazione in forte calo e sempre più anziana, un’incapacità di sviluppare nel settore privato attività industriali e di servizi e bassi livelli di reddito familiare.

Introduzione

Il presente lavoro muove dall’ipotesi che un evento esogeno e straordinario, come un terremoto, possa determinare un significativo impatto nell’area, ovvero nella società, che ne subisce le devastanti conseguenze. La stima dell’impatto di un terremoto non è mai processo semplice da realizzare, poiché sono molte le dimensioni che, in qualche modo, possono risultare coinvolte dall’evento. Un terremoto, ad esempio, genera effetti negativi nella demografia di un’area, sia per il numero di morti sia soprattutto per la fuga di coloro che per paura o per le gravi perdite economico-patrimoniali subite decidono di andare a vivere altrove. Allo stesso modo un sisma può provocare ripercussioni nell’economia e nelle infrastrutture dell’area colpita, nonché nelle future scelte di investimento nella stessa, compromettendo nel lungo periodo la domanda e l’offerta di lavoro, la produttività, il benessere e il livello reddituale delle famiglie che vi risiedono. In genere tali effetti risultano significativamente negativi sull’economia dell’area colpita (Barone e Mocetti, 2014; DuPont IV e Noy, 2015; Pagliacci e Russo, 2016), benché non tutti gli studi in letteratura concordino sul punto (Albala-Bertrand, 1993; Cavallo et al., 2013).
In linea teorica, per valutare alla perfezione gli effetti prodotti dal terremoto nel cratere, sarebbe necessario confrontare la dinamica temporale delle variabili di interesse osservate nell’area (c.d. fattuale) con la dinamica che si sarebbe registrata nella stessa se non fosse stata colpita dal sisma (c.d. controfattuale). Come è intuibile però lo scenario controfattuale risulta impossibile da conoscere con esattezza una volta che l’unità di analisi è stata “trattata” dall’evento ad oggetto della valutazione (nel nostro caso un terremoto). Ciò che può essere fatto in alternativa, e che è obiettivo principale della tecnica di analisi controfattuale, è stimare il più fedelmente possibile questo scenario ipotetico. Una tecnica che si è consolidata nel tempo in ambito valutativo consiste nel confrontare la dinamica temporale di alcune variabili socio-economiche dell’area interessata con le analoghe dinamiche registrate da altre aree che presentano caratteristiche simili a quelle dell’area in esame, ma meno o per nulla coinvolte dall’evento negativo. In questo modo, con le dovute cautele e semplificazioni, ipotizzando che quanto osservato nell’area non terremotata sia una rappresentazione sufficientemente fedele di quello che si sarebbe verificato nell’area colpita qualora non lo fosse stata, è possibile ricostruire lo scenario desiderato, ossia uno del tipo “cosa sarebbe successo se”.
Obiettivo del presente studio è quello di valutare l’impatto di lungo periodo di uno specifico evento sismico, il terremoto che ha devastato la Valle del Belìce nel gennaio 1968. Per far questo, si è svolta una comparazione sull’andamento di alcune variabili demografiche e socio-economiche tra l’area del cratere e le aggregazioni territoriali (province e regione Sicilia) all’interno delle quali la Valle si colloca. Lo studio si propone come primo tentativo di valutazione degli effetti di un terremoto in un periodo di tempo molto ampio, dato che per la sua realizzazione è stata ricostruita una serie storica di 60 anni: dal 1951 al 2011.
L’analisi condotta evidenzia che il sisma ha avuto gravi ripercussioni nei territori colpiti dal punto di vista sia demografico che economico, che non accennano a scomparire anche dopo un lungo processo di ricostruzione e più di quarant’anni dal disastro naturale. In particolare, rispetto alle aree di riferimento (le province di Trapani, Palermo e Agrigento, la regione Sicilia e l’Italia nel complesso), i comuni del cratere mostrano una popolazione in forte calo e sempre più anziana, un’incapacità di sviluppare attività industriali e di servizi non pubblici e dei bassi livelli di reddito familiare.

Il terremoto e il suo cratere

Il terremoto che ha colpito la Valle del Belìce nel 1968 si manifestò come un vero e proprio periodo sismico che ebbe inizio il 14 gennaio 1968 e terminò il primo aprile dello stesso anno. Nei primi due giorni si registrarono dieci scosse di magnitudo superiore a 4,3, tra le quali, quella più violenta delle 3:02 del 15 gennaio, la cui intensità fu del decimo grado della scala Mercalli, con una magnitudo momento pari a 6,4.
Le scosse, in particolare quella del 15 gennaio, provocarono nell’immediato quasi 300 vittime, che salirono brevemente a circa 900 a causa della mancanza di organizzazione da parte dello Stato nella gestione degli aiuti (non esisteva ancora l’istituto della Protezione Civile), delle coincidenti avverse condizioni meteorologiche e dell’assenza, in seguito alla distruzione provocata dal sisma, di molti beni di prima necessità. Anche le soluzioni abitative temporanee furono costruite in misura insufficiente e comunque tardiva, peggiorando ulteriormente la condizione dei terremotati. Il conto conclusivo dei feriti fu superiore alle 1.000 unità; l’edilizia rurale della zona interessata venne distrutta per il 90% e i comuni di Gibellina, Salaparuta, Montevago, Santa Ninfa, Poggioreale e Santa Margherita di Belìce vennero rasi al suolo. Insieme a loro, anche gli altri comuni del cratere vennero danneggiati in modo grave, costringendo più di un terzo della popolazione ad abbandonare in via temporanea o definitiva le proprie abitazioni.
Al fine di definire la nostra area di analisi, ovvero il cratere del sisma, un primo approccio è stato quello di attenersi alla fonte normativa. Trascorsa una settimana dall’evento sismico che ha scosso il Belìce, il primo provvedimento legislativo statale in aiuto delle popolazioni terremotate fu il D.L. 22 gennaio 1968 n. 12, convertito nella Legge 18 marzo 1968 n. 182. All’articolo 1 di questo primo decreto furono indicati i 19 comuni ritenuti più colpiti dal sisma e pertanto beneficiari delle provvidenze previste, consistenti in agevolazioni creditizie e fiscali. Successivamente con D.L. 15 febbraio 1968 n. 45 e le Leggi n. 240 e 241 del 18 marzo 1968, furono aggiunti all’elenco iniziale altri 112 comuni, per un totale di 131 comuni.
Considerata l’enorme estensione raggiunta dal cratere così definito, la fonte normativa risulta solo parzialmente attendibile, poiché nei mesi successivi al terremoto si creò una vera e propria corsa speculativa all’accaparramento dei fondi nazionali e regionali stanziati per i comuni terremotati, come testimoniato accadere anche da Chubb (2002) in un diverso contesto del Mezzogiorno italiano (dopo il terremoto dell’Irpinia).
Per tale ragione, abbiamo deciso di definire il cratere di analisi facendo riferimento ai 12 comuni che oggi costituiscono il Gal “Valle del Belice”1, il quale nasce a 40 anni di distanza dall’evento sismico per sostenere e incentivare lo sviluppo locale di quell’area particolarmente danneggiata dal sisma. Dato l’ampio arco di tempo trascorso dal terremoto, infatti, è ragionevole considerare l’appartenenza di un comune al Gal come un più adeguato indicatore del suo coinvolgimento diretto nel disastro e quindi della maggiore rilevanza degli effetti negativi subiti. Non a caso, l’ambito d’azione di questo Gal interessa la maggioranza dei comuni che registrarono le intensità epicentrali maggiori a causa del sisma: (I) Salaparuta, Gibellina e Montevago, in cui si riscontrò un’intensità pari a 10 (ossia il valore massimo); (II) Poggioreale, Santa Ninfa e Santa Margherita di Belìce, con un’intensità di 9; (III) Partanna, Salemi e Contessa Entellina, con un’intensità tra 8 e 8,5; e (IV) Menfi, Sambuca di Sicilia e Caltabellotta, in cui si registrò un’intensità epicentrale tra 7 e 8 punti.
Così definita, l’area colpita dal sisma si colloca quasi totalmente nel territorio delle province di Trapani e Agrigento, le quali contano rispettivamente 6 e 5 comuni nel cratere, mentre un solo comune (Caltabellotta) appartiene alla provincia di Palermo. I comuni trapanesi dell’area in esame rappresentano, in termini di numero di abitanti, nel 2011 il 50% della popolazione totale del cratere (8,0% della popolazione della provincia), i comuni agrigentini il 47% (7,2% della popolazione provinciale) e Caltabellotta il rimanente 3% (solamente lo 0,1% della provincia di Palermo).

Le implicazioni demografiche

L’analisi demografica degli effetti prodotti dal terremoto nella Valle del Belìce è stata realizzata con l’ausilio dei dati provenienti dai Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni dalla IX alla XV edizione, ossia dal 1951 al 2011, e dai movimenti intercensuari rilevati dall’Istat.
Esaminando congiuntamente le figure 1, 2 e 3, è possibile osservare che già prima del terribile sisma del gennaio 1968 la Valle del Belìce, a causa del suo sottosviluppo strutturale, fosse un’area con significativi problemi di crescita demografica. L’area del cratere è l’unico tra i territori analizzati a registrare una caduta della popolazione totale nel decennio 1951-1961, quello del baby boom in Italia, probabilmente a causa sia di un tasso di natalità molto basso sia di un alto tasso di mortalità. L’area oggetto della nostra analisi, dunque, non va vista come un contesto neutro, bensì come uno in cui un sentimento di disagio e sfiducia era esistente nella società già prima della catastrofe.

Figura 1 - Tasso di natalità per territorio. Anni 1958-2010

Fonte: nostre elaborazioni su Movimenti intercensuari (Istat)

Figura 2 - Tasso di mortalità per territorio. Anni 1958-2010

Fonte: nostre elaborazioni su Movimenti intercensuari (Istat).

Figura 3 - Popolazione totale e attiva per territorio (base 2011=100). Anni 1951-2011

Fonte: nostre elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Ciò detto, è impossibile non affermare che il territorio esaminato abbia visto un aggravio degli effetti demografici a causa del terremoto. Ne sono immagine emblematica il tasso di mortalità raggiunto nel cratere proprio nell’anno del terremoto e il crollo della popolazione totale (-10%) e attiva (-23%) tra il 1961 e il 1971 (Figura 3). Gli effetti negativi risultano consistenti anche nelle province più interessate dal sisma (Trapani e Agrigento), benché relativamente inferiori a quelli che hanno caratterizzato la Valle, mentre lo sono meno nella provincia di Palermo e a livello regionale.
L’impatto del terremoto nello sviluppo socio-demografico dell’area del cratere non si è arrestato al breve periodo, ma si è pesantemente trascinato fino ad oggi. In particolare, si evidenzia una diminuzione marcata e costante della popolazione totale dei comuni del cratere nei quarant’anni successivi al sisma, mentre tutte le altre aggregazioni territoriali prese in esame riportano incrementi significativi ad eccezione della provincia di Agrigento in cui la popolazione cala dopo il 1991 (Figura 3).
Con riguardo ai movimenti intercensuari rilevati nel periodo post-sisma, si rileva che il tasso di natalità nella Valle del Belìce è progressivamente e drasticamente diminuito dal 1971 al 2010 (Figura 1). Allo stesso tempo, il tasso di mortalità registra un sensibile aumento nel periodo, senz’altro maggiore a quello osservato in aggregato nelle tre province e in Sicilia. L’andamento opposto di questi due indicatori ha condotto nella Valle del Belìce a un significativo invecchiamento della popolazione e a un saldo naturale che si è andato assottigliando negli anni Ottanta, fino a diventare di segno negativo dal 1991 in poi.
Altro problema molto rilevante nel territorio in esame è sicuramente quello della migrazione e, connessa ad essa, della “fuga” delle nuove generazioni. Il fenomeno migratorio ha caratterizzato in negativo la Valle del Belìce fin dai lontani anni ’50, quindi prima che il terremoto colpisse il Belìce, ma si assiste al picco massimo proprio nell’anno del disastro naturale e non è mai cessato nei decenni successivi, con un saldo migratorio che negli anni 2000 si attesta a -4 mila unità. Va sottolineato inoltre che, sebbene questo trend si allinei con le dinamiche migratorie a livello regionale, nel cratere la partenza dei suoi abitanti sia ben più drammatica in rapporto alla popolazione totale.
Le cause di tutto questo sono molteplici. In primo luogo, come anticipato, il fenomeno ha origini precedenti al terremoto. Questo perché, sin dagli anni Cinquanta, si aveva la percezione che questo territorio avesse poco da offrire dal punto di vista lavorativo. In secondo luogo, il terremoto ha distrutto anche quel poco che la gente era riuscita a fatica a costruire con una vita di sacrifici dopo il periodo bellico, come ad esempio la casa o un’attività. Un altro importante fattore che ha infatti influito sul fenomeno migratorio è stato l’incentivo da parte dello Stato italiano ad abbandonare l’area del cratere. Lo Stato offrì a tutti gli abitanti dei territori colpiti biglietti gratuiti per i treni ed agevolò le procedure per il rilascio del passaporto. Chiaramente, tutto ciò non ebbe altro effetto che aumentare la migrazione in uscita in maniera esponenziale. Infine, il saldo migratorio continuò a crescere anche nei decenni successivi al terremoto a causa della forte attrazione delle grandi città metropolitane (come, ad esempio, Palermo) che, a differenza della Valle del Belìce, permette un più alto standard di vita, una migliore qualità dell’istruzione e maggiori offerte di lavoro.

Gli effetti sull’economia e i redditi

Il sisma del gennaio ‘68, oltre ad aver generato un impatto rilevante nella demografia dell’area del cratere, ha prodotto senza dubbio delle gravi ripercussioni nella condizione occupazionale, economica e reddituale dei cittadini della Valle del Belìce. Nel tentativo di identificare l’impatto del sisma nell’economia della zona in esame si affiancano adesso ai dati dei Censimenti generali della popolazione anche le dichiarazioni fiscali 2009-2015 messe a disposizione dal Ministero delle Finanze.
Nel ventennio precedente il terremoto, rispetto al complesso delle province di Trapani, Palermo e Agrigento, i comuni del cratere mostrano una crescita maggiore della popolazione in condizione professionale (Tabella 1)2. Di fatto, essa aumenta in media del 5% nei dodici comuni del cratere tra il 1951 e il 1961 e del 2% nel totale delle province. Nel periodo 1961-1971, però, si rileva un brusco calo nel tasso di attività dei residenti di tutti i livelli territoriali a confronto. Le ragioni sono da ricercare fondamentalmente in due fattori. Il primo fattore è l’aumento dell’obbligo formativo da 10 a 14 anni d’età, a seguito della Legge n. 1859 del 31 dicembre 1962. Il secondo fattore, chiaramente preponderante e asimmetrico, è invece il terremoto che ha colpito i territori delle tre province analizzate. Non a caso, a fronte di una variazione nel numero di abitanti attivi del ­9,9% nel decennio 1961-1971 nel totale delle province di Trapani, Palermo e Agrigento, nel complesso dei comuni del cratere tale variazione è del ­25,5% nello stesso periodo.

Tabella 1 - Popolazione attiva in condizione professionale per territorio. Anni 1951-1971

Fonte: nostre elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Le difficoltà occupazionali emerse nel mercato del lavoro della Valle del Belìce a seguito del sisma, non si interrompono anzi si acuiscono nel periodo 1981-2011 (Tabella 2). Il numero di occupati nel cratere rimane sostanzialmente costante nel trentennio (+2,4%), mentre si assiste a degli incrementi ben più netti in tutte e tre le province coinvolte dal sisma e nel complesso della regione e del paese.

Tabella 2 - Occupati per territorio. Anni 1981-2011

Fonte: nostre elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Ancor prima del terremoto del gennaio 1968, la Valle era già un’area povera e sottosviluppata anche rispetto al già arretrato contesto siciliano. Essa infatti era contraddistinta da un’economia prevalentemente agricola che solo a partire dal periodo 1961-1971, spinta dai fondi di sviluppo successivi al terremoto, assiste a un progressivo ma lento abbandono del settore primario a vantaggio di altri settori, quali la manifattura e i servizi.
La figura 4 mostra che al 2011 l’agricoltura è ancora uno dei settori più importanti dell’economia belicina, dato che in essa risultano impiegati quasi il 19% degli occupati. La struttura occupazionale del cratere si differenzia molto da quella che caratterizza mediamente il complesso del paese, mentre risulta più simile a quella delle province e della regione di appartenenza. Nello specifico, l’economia del cratere soffre la grave carenza del comparto industriale-manifatturiero (attività B-F secondo classificazione Ateco 2007), di quello concernente trasporto, magazzinaggio e servizi di informazione e comunicazione (attività H e J), nonché dei vari servizi di natura bancaria, assicurativa, professionale e di supporto (attività K-N). Così come a livello regionale e provinciale, tale mancanza è stata compensata in qualche modo da un maggiore utilizzo degli occupati nei servizi e nella Pubblica Amministrazione (attività O-U).

Figura 4 - Percentuale di occupati per attività economica (Ateco 2007) e territorio. Anno 2011

Fonte: nostre elaborazioni su Censimenti generali della popolazione e delle abitazioni (Istat)

Le difficoltà strutturali nel mercato del lavoro del contesto locale, inasprite dalla ridotta attrattività e dinamicità causate dal sisma del gennaio ’68 malgrado i processi di ricostruzione e i fondi di sviluppo, hanno prodotto un rilevante impatto di lungo periodo nei livelli di reddito delle famiglie che risiedono nei comuni maggiormente colpiti. Facendo riferimento alle dichiarazioni fiscali 2009-2015, è possibile osservare infatti che il reddito imponibile valido ai fini del calcolo dell’addizionale Irpef, espresso a prezzi costanti, risulta nel cratere mediamente ben più basso non solo rispetto alla media nazionale (di circa 3.000 euro), ma anche del reddito medio familiare che caratterizza province e regione di appartenenza (Figura 5). Tale situazione di svantaggio economico, tuttavia, sembra lievemente attenuarsi nel settennio esaminato poiché, a fronte di una riduzione media del reddito imponibile del 5,0% nel totale delle province (attribuibile principalmente al -5,9% della provincia di Palermo) e del 4,3% in Sicilia, le famiglie belicine vedono diminuire il proprio reddito del 2,8%, in linea con quanto osservato nel complesso del Paese.

Figura 5 - Reddito imponibile addizionale Irpef a prezzi costanti (base 2014=100) per territorio. Anni 2008-2014

Fonte: nostre elaborazioni su dati Mef – Dipartimento delle Finanze

Considerazioni conclusive

L’obiettivo di questa analisi è stato quello di valutare l’impatto di lungo periodo del terremoto che ha devastato nel 1968 la Valle del Belìce. I risultati dimostrano che il sisma ha determinato nei comuni del cratere una rilevante e ininterrotta contrazione della popolazione tra il 1961 e il 2011, insieme a un suo progressivo invecchiamento. Ciò si è accompagnato, accentuandolo, a un rallentamento dello sviluppo economico sia in termini occupazionali sia reddituali.
Tali effetti di lungo periodo nella demografia ed economia del territorio terremotato sono da interpretare non soltanto come cause di un grave disastro naturale, ma anche e soprattutto come un’incapacità del processo di ricostruzione successivo allo stesso sisma di creare nell’area del cratere un’attrattività e dinamicità che permanessero nel tempo. Di fatto, lo slancio economico conferito alla Valle del Belìce dai fondi per la ricostruzione e lo sviluppo, complessivamente pari a circa 9,2 milioni di euro (valore attualizzato a prezzi 2014) secondo il Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (2014), è stato con tutta probabilità troppo debole e ha finito per esaurirsi in breve tempo senza innescare l’auspicato “effetto moltiplicatore” nell’economia locale.
Nondimeno, è necessario evidenziare che il terremoto del 1968 ha comunque prodotto almeno due elementi positivi (o quanto meno due opportunità di sviluppo) per il territorio colpito: uno di natura socio-culturale ed un altro di natura economica.
Il primo è stato quello di aver spinto i comuni della Valle del Belìce a fare network, plasmando una vera e propria alleanza territoriale, anche se ciò avviene molto più avanti nel tempo. Nelle immediate circostanze del sisma, dopo il tentativo avviato negli anni Sessanta con una simbolica “marcia su Palermo”, ogni processo di collaborazione tra i comuni coinvolti dal sisma venne interrotto. Tuttavia, anche se solo molti anni dopo, i comuni dell’area del cratere hanno ripreso a collaborare tra loro, cercando di costruire una comunità per affrontare insieme le ripercussioni economiche di lungo periodo del sisma e trovare delle soluzioni condivise, atte a favorire lo sviluppo e la ricostruzione. Da questo nuovo processo di networking, nonché della volontà comune di superare l’arretratezza che a 40 anni dal terremoto continua a caratterizzare quest’area rispetto ad altri territori siciliani, prende vita il Gal qui in esame. Il Gal viene quindi visto da questo territorio prettamente rurale come uno strumento di promozione e di sviluppo socio-economico.
Connesso al precedente, per la maggiore capacità di questi territori di fare networking e di attirare fondi europei tramite il Gal, il secondo effetto positivo determinato dalla grave situazione economica successiva al sisma è consistito nel ricostruire un nuovo rapporto tra la società belicina e l’agricoltura. Dal momento del terremoto ai nostri giorni, si assiste così a un duplice cambiamento: il passaggio ad una agricoltura imprenditoriale e un importante trasformazione nelle varietà colturali prodotte (passaggio dal grano all’uliveto e al vigneto). Con la presenza della Nocellara del Belìce, il settore olivicolo rappresenta oggi una grande potenzialità per l’area del cratere, sebbene non sia ancora stata sfruttata a pieno. Ad esempio, appare necessario potenziare ulteriormente elementi quali la vendita diretta ai consumatori e il grado di informatizzazione delle aziende. Allo stesso modo, il settore vitivinicolo rappresenta ormai da anni la punta di diamante dell’economia della Valle, richiamando alle proprie terre native un gran numero di persone emigrate e offrendo loro un lavoro. Inoltre, i dati del Censimento dell’agricoltura 2010 mostrano che gli imprenditori agricoli belicini, oltre ad essere più giovani, sono anche più istruiti. In Italia nel 2010 soltanto il 6,2% degli imprenditori agricoli è in possesso di una laurea, mentre nella Valle del Belìce tale rapporto supera il 10%. Questi fattori hanno portato a considerare la Valle del Belìce una delle realtà economicamente più vivaci della Sicilia occidentale dal punto di vista agro-alimentare. Ciò nonostante, un percorso costante di sviluppo sarà attuabile solo se si continuerà a perseguire nel tempo una strategia di cura e tutela del territorio.

Riferimenti bibliografici

  • Albala-Bertrand J.M. (1993), Political economy of large natural disasters, Clarendon Press, Oxford

  • Barone G., Mocetti S. (2014), Natural disasters, growth and institutions: A tale of two earthquakes, Journal of Urban Economics, n. 84

  • Cavallo E., Galiani S., Noy I., Pantano J. (2013), Catastrophic natural disasters and economic growth, Review of Economics and Statistics, n. 95

  • Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (2014), I costi dei terremoti in Italia, c.r. 470, link: https://cache.b.centrostudicni.it/images/pubblicazioni/ricerche/cr470_co...

  • Chubb J. (2002), Three Earthquakes: Political Response, Reconstruction, and the Institutions, in Dickie J., Foot J., Snowden F.M. (a cura) (2002), Disastro!: disasters in Italy since 1860: culture, politics, society, Palgrave, New York

  • DuPont IV W., Noy I. (2015), What Happened To Kobe? A Reassessment of the Impact of the 1995 Earthquake in Japan, Economic Development and Cultural Change, n. 63

  • Pagliacci F., Russo M. (2016), Socio-economic effects of an earthquake: does sub-regional counterfactual sampling matter in estimates? An empirical test on the 2012 Emilia-Romagna earthquake, CAPPaper, n. 139

Siti di riferimento

  • 1. Ulteriori informazioni sul Gal al seguente [link].
  • 2. A differenza della popolazione attiva, la popolazione attiva in condizione professionale non contiene al suo interno gli individui in cerca di prima occupazione. Essa, inoltre, non può essere direttamente comparata alla categoria degli occupati, poiché mette insieme occupati e disoccupati indifferentemente. In particolare, si è iniziato a distinguere tra occupati e disoccupati solo a partire dal Censimento generale del 1981.
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