Aree interne e “tourism transition": nuove pratiche turistiche e riorganizzazione dell’offerta in funzione della rivitalizzazione

Aree interne e “tourism transition": nuove pratiche turistiche e riorganizzazione dell’offerta in funzione della rivitalizzazione
a Università degli Studi di Teramo
b Università degli Studi di Teramo, Facoltà di Bioscienze e Tecnologie Agro-Alimentari e Ambientali

Introduzione

Nel presente lavoro si analizzano diversi tratti fenomenologici ed alcune evidenze statistiche relativi all’evoluzione dell’offerta turistica nelle aree interne. Si propone un’analisi critica del ruolo che il turismo può giocare nei processi di rivitalizzazione e di sviluppo locale, nonché delle condizioni per cui questi stessi processi si possano effettivamente realizzare. In altre parole, ci si chiede se esista una specificità dell’ospitalità turistica nelle aree interne che la differenzi dal turismo mainstream e che richieda policy diverse da quelle che ne hanno caratterizzato la gestione negli ultimi decenni.
Uno dei temi che si pone come prioritario alla riflessione teorica è la significativa polarizzazione territoriale di cui hanno risentito le aree interne, soprattutto in termini di sviluppo turistico. Anche il turismo, infatti, al pari di molti altri fenomeni socio-economici, è stato interpretato e vissuto alla luce di un rapporto gerarchico del tipo "centro-periferie" (Murphy e Andressen 1988; Lai e Li 2012); i flussi dei visitatori, così come l'intera organizzazione dei servizi, sono risultati per decenni concentrati su alcuni gangli centrali che fungevano da poli attrattori: le cosiddette "località turistiche". Fuori da queste zone di influenza e da questa concentrazione di presenze e di servizi, sono esistite prevalentemente "periferie”, ossia luoghi contraddistinti da marginalità e da abbandono, con una bassa autonomia nelle scelte strategiche, lontani dall’intercettazione dei flussi e quasi del tutto assenti dal panorama delle mete di viaggio. Una dinamica messa ben in luce da diversi anni anche da Legambiente e UnionCamere, attraverso un Osservatorio sul disagio insediativo (Polci 2015).
La classificazione dei comuni collegata all’elaborazione della Strategia nazionale per le aree interne offre l’occasione per analizzare le dinamiche dell’offerta turistica nelle “periferie”, di come questa cresca e si diffonda, diversificandosi nelle tipologie ricettive, ma anche di come si confronti con dinamiche demografiche prevalentemente negative. Attraverso uno studio di caso, condotto con la metodologia della ricerca-azione partecipata, infine, si sono voluti sperimentare direttamente sul campo alcuni strumenti operativi finalizzati alla gestione e alla riorganizzazione dell’offerta, proprio in funzione della rivitalizzazione e della innovatività.

Transizione e nuove pratiche turistiche

Negli ultimi anni la svalutazione – e forse il superamento – del turismo di massa, con la crescita di nuove motivazioni trainanti le scelte turistiche, hanno aperto il varco a quella che, mutuando da Garrod (2006), potremmo definire transizione del turismo, un processo in atto e, insieme, un cambiamento di paradigma che stanno portando alla riorganizzazione territoriale dell’offerta. La base di partenza dell’intero ragionamento teorico muove dai cambiamenti che hanno interessato e che stanno tuttora interessando la fenomenologia turistica e le modalità di fruizione del tempo libero. Orientamenti legati alla modernizzazione riflessiva (Beck et al. 1994), una maturata sensibilità per i luoghi più remoti e meno frequentati, le prospettive che la green economy sembra prefigurare nell’ambito della conservazione ambientale, congiuntamente alle potenzialità comunicative insite nel web 2.0 hanno notevolmente ampliato anche la varietà delle scelte turistiche. Si affermano così nuove pratiche, sensibili non solo alla differenziazione e alla ricerca di distinzione (Baudrillard, 1974; Bourdieu, 1979) ma anche all’approfondimento del valore esperienziale (Pine e Gilmore, 1999), ai tema della “autenticità” (Salvatore 2006; Lindholm 2008), della lentezza (Dickinson e Lumsdon 2010; Salvatore 2013) e della responsabilità etica (Zaccai, 2007). Siamo ormai soliti immaginare il viaggiatore contemporaneo idealtipico come un soggetto sempre più attivo in termini di conoscenza, interessato non solo a visitare i luoghi ma anche a godere dei paesaggi, a scoprire, ad apprendere e a fare esperienza della vita quotidiana che intimamente vi scorre. Non è un caso se i recentissimi Stati generali del turismo convocati dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact) abbiano avuto come slogan “Italia paese dei viaggiatori”.
Questa nuova complessità ha dato a molte aree periferiche la possibilità di “diventare turistiche”, ossia di ricercare opportunità di sviluppo connesse ai flussi di visitatori, in grado di ri-attivare in chiave innovativa le risorse locali e di prefigurare in questo modo una fuoriuscita dalla crisi delle economie rurali tradizionali. Si vanno quindi affermando “nuovi protagonismi locali” (Savelli, 2004), in cui le comunità, facendosi interpreti di una domanda sempre più esigente in termini di qualità ambientale e culturale del soggiorno, sono chiamate a re-inventare i luoghi in cui vivono/operano, in modo tale da poter offrire prodotti vacanzieri differenziati ed integrati in grado di stimolare l’attrattività e di superare il monotematismo tipico del turismo di massa. Si impongono nuovi approcci che richiedono processi di riorganizzazione dell’offerta, sia nel sistema turistico sia nel sistema territoriale nel suo complesso, nel senso di costruzione della qualità nell’esperienza turistica, di integrazione tra settori economici, di riattivazione delle componenti locali come elementi di identità territoriale.
Riconsiderare le aree interne nella loro forza attrattiva significa di fatto superare un paradigma che struttura i luoghi in termini di centro-periferia, per porsi invece su una dimensione più orizzontale, di tipo reticolare, tesa a trovare il modello più appropriato di gestione e di organizzazione dell’offerta all’interno di ogni singola destinazione, secondo un principio che potremmo definire di “equità territoriale”. Non si tratta perciò di porre in essere in queste aree una capacità difensiva unicamente finalizzata a frenare il consumo di suolo e a tutelare l’ambiente, quanto piuttosto di mettere in campo una “conservazione proattiva di paesaggio” (Salvatore 2015) basata sul principio di co-evoluzione tra luogo, identità, popolazione residente ed economia turistica. Ciò significa optare per uno sviluppo turistico che miri a riattivare le peculiarità e le unicità del territorio, diventando la base per una nuova alleanza multidimensionale tra città e campagna, come soggetti vivi e in continua interazione tra loro (Magnaghi 2012).

Aree interne e turismo: evidenze statistiche e problemi aperti

Nella Strategia nazionale per le aree interne (Snai), il turismo sostenibile viene considerato come uno degli elementi di attivazione, insieme ai sistemi agro-alimentari, alle filiere locali di energia rinnovabile e al saper fare e all’artigianato, dei processi di sviluppo locale in grado di invertire il trend di spopolamento, obiettivo finale della strategia stessa (Dps, 2013).
La classificazione dei comuni proposta dalla SNAI rappresenta sia una base conoscitiva per ulteriori analisi demografiche e socio-economiche sia un riferimento normativo, perché su di essa si dovrebbe costruire la strategia di intervento della programmazione nazionale e comunitaria. È quindi opportuno farvi riferimento per verificare l’effettiva importanza in termini quantitativi del fenomeno turistico nelle aree interne e l’esistenza di elementi in grado di dar conto della transizione turistica descritta nel paragrafo precedente. L’analisi è stata sviluppata per il periodo 2002-20131 relativamente ai comuni classificati come “periferici” ed “ultra periferici” e ha preso in considerazione l’evoluzione della ricettività turistica e le dinamiche demografiche, fornendo elementi interessanti a conferma di una transizione verso nuovi modelli di organizzazione dell’offerta.
Il primo aspetto è che la capacità ricettiva delle aree interne negli anni recenti cresce, si espande passando da una situazione di maggiore concentrazione a una di maggiore diffusione sul territorio, si diversifica nelle tipologie di strutture.
In aggregato la crescita delle strutture ricettive è stata del 27% in numero e del 7% in posti letto per quanto riguarda i comuni classificati come ultra periferici e rispettivamente del 15 e 10% per i comuni periferici. Il dato si inquadra in un generale aumento, a livello nazionale, della ricettività turistica (pari al 39% in numero e al 15% in posti letto) ma occorre considerare che in questi comuni si accompagna ad un processo di decremento demografico, come messo in evidenza più avanti.
Come indice di riferimento per valutare la potenzialità di accoglienza di un territorio è stato utilizzato il tasso di ricettività, calcolato come rapporto tra posti letto e popolazione residente2. Il valore risulta molto elevato - anche per le limitate dimensioni della maggior parte di questi centri - oltre che in aumento, passando dal 38 al 41% per i comuni ultra periferici e dal 16 al 18% per quelli periferici (il dato nazionale è pari all’8%). Allo stesso modo aumenta anche il numero di comuni che entra nel sistema della ricettività turistica con una propria offerta, raggiungendo ormai l’87% dei centri ultra periferici e l’88% di quelli periferici.
Si verifica anche una differenziazione delle strutture ricettive (anche in questo caso in modo non dissimile dalla media nazionale), con la crescita molto rilevante del numero di agriturismi e di Bed & Breakfast, che arrivano a rappresentare un quarto del totale delle strutture. Oltre a contribuire alla differenziazione dell’offerta, tali tipologie di ricettività rappresentano per definizione delle forme integrative di reddito, e quindi possono giocare un ruolo rilevante nell’ambito delle relazioni interne al sistema economico dei centri periferici, permettendo alla popolazione residente il raggiungimento di adeguati livelli di reddito, anche in presenza di attività economiche marginali.
L’elemento più notevole è, infine, rappresentato dal fatto che queste dinamiche di crescita si registrano anche – o soprattutto - nei centri in cui si è verificato, nello stesso periodo, un decremento demografico, in alcuni casi anche molto rilevante, con tutti i fenomeni che a questo processo si accompagnano. Mediamente la riduzione della popolazione è stata del -1,1% nei comuni ultra periferici e del -1,8% per quelli periferici, ma sono numerosi i casi in cui le percentuali sono molto più elevate. Se i due terzi dei comuni considerati perde popolazione, in oltre un terzo dei comuni ultra periferici tale diminuzione è superiore al 10% e in un decimo dei casi la riduzione è stata superiore al 20%. La situazione non è molto dissimile anche nei comuni classificati come periferici.
Una semplice rappresentazione della relazione tra la variazione del tasso di ricettività e il tasso di variazione della popolazione per entrambe le tipologie di comuni (Figure 1 e 2), mette in evidenza come la metà dei comuni considerati (il 47% dei centri ultra periferici e il 49% di quelli periferici) registri contemporaneamente una diminuzione della popolazione e un aumento del livello di turisticità (si collochi quindi nel quadrante in alto a sinistra). Un risultato analogo si avrebbe considerando al posto del tasso di ricettività la variazione del numero delle strutture ricettive.

Figura 1 - Comuni ultra periferici: relazione tra variazione % della popolazione e del tasso di ricettività. Anni 2002/2013

Fonte: nostre elaborazioni da dati Istat

Figura 2 - Comuni periferici: relazione tra variazione % della popolazione e del tasso di ricettività. Anni 2002/2013

Fonte: nostre elaborazioni da dati Istat

Pur limitandoci a questo livello di analisi molto aggregato3, emerge con chiarezza come le dinamiche dell’offerta turistica siano in controtendenza rispetto a quelle demografiche. Il tasso di ricettività, pur non fornendo informazioni sull’effettivo aumento delle presenze turistiche, misura la crescita della capacità ricettiva, ed è proprio questo l’elemento su cui si vuole focalizzare l’attenzione. Le potenzialità offerte dall’evoluzione della domanda turistica per essere pienamente sfruttate hanno bisogno di un processo di riorganizzazione dell’offerta, che per essere realizzato necessita a sua volta di comunità locali vitali e coinvolte. Le dinamiche demografiche negative possono quindi limitare o bloccare la possibile “transizione turistica”, a meno che non si intervenga promuovendo e governando i processi con le opportune politiche e con strategie di intervento più appropriate.

La progettazione partecipata come strumento di riorganizzazione dell’offerta e rivitalizzazione

Per cercare una risposta, al di là di quanto potrebbero suggerirci le analisi di sfondo e i dati quantitativi, occorre affrontare le problematiche inerenti l’organizzazione territoriale dell’offerta e la sua gestione, aspetti fondamentali affinché la effettiva crescita di posti letto, proprio laddove la popolazione continua a diminuire, possa poi tradursi in riposizionamento dei flussi e in rivitalizzazione delle economie locali. Riorganizzare l’offerta significa individuare nuove strategie in grado di porre maggiore attenzione sulle condizioni sociali e biofisiche desiderabili e/o appropriate per le destinazioni più fragili; e nello stesso tempo ricercare strumenti più integrati per gestire il processo di cambiamento. In altre parole, occorre attivare un percorso di progettazione più mirato - e necessariamente di tipo “partecipativo” - che invita tutti i portatori di interesse a chiedersi che tipo di offerta si può progettare, senza perdere di vista il più fondamentale degli obiettivi dello sviluppo turistico delle aree interne, ossia quello di favorire il welfare delle comunità ospitanti a medio e lungo termine.
Uno dei nodi centrali, ma anche più critici, all’interno di questo approccio è stato da sempre (e rimane) la collaborazione tra gli stakeholder. Invocata da molti come il vero strumento di svolta nei percorsi di sviluppo turistico (Bramwell e Sharman 1999; Bramwell e Lane 2000), rimane ad oggi la condizione più complessa da gestire in modo proficuo (Monroe et al. 2013; Mc Comb et al. 2016). Organizzare e gestire lo sviluppo turistico attraverso la collaborazione significa sottoporre la comunità ospitante ad una sorta di “patto collettivo” (Magnaghi 2012) all’interno del quale ogni attore coinvolto deve poter trovare una propria ragione di convenienza, e contribuire alla produzione di valore aggiunto territoriale, ambientale e paesaggistico. Queste condizioni mostrano però diversi lati-ombra. Spesso, infatti, non si riesce a conseguire l’effettiva motivazione a partecipare da parte degli attori portatori di interesse, e non si trovano le adeguate risorse umane per portare avanti percorsi di innovazione.

Il progetto “Agenda Civitella Alfedena” nel Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise: un caso di studio

Il progetto “Agenda Civitella Alfedena”, condotto attraverso un percorso di ricerca-azione (Lewin 1946; Minardi e Cifiello 2005) ha messo chiaramente in luce diversi degli aspetti analizzati. L’iniziativa è stata avviata alla fine del 2013 su proposta dell’amministrazione comunale e continua in parte ad essere portata avanti dagli operatori in autonomia attraverso un tavolo territoriale più ampio, nato come sorta di spin-off del progetto stesso4. Civitella Alfedena è un piccolo comune di trecento abitanti, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. La sua vocazione turistica si è manifestata a pieno negli anni Settanta, quando il borgo è assurto a paradigma dell’eco-turismo in Italia, proponendo un modello possibile per quello che sarebbe stato poi definito come “turismo sostenibile” e dimostrando come la protezione della natura potesse portare un benessere di lungo periodo alle popolazioni locali, anche di tipo economico. Nell’arco degli ultimi decenni, però, i fenomeni turistici hanno subito una marcata accelerazione nei processi di cambiamento e un dinamismo mai sperimentati prima, che porta la competizione tra località turistiche su livelli internazionali. L’area Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise - che per qualità dell’offerta e notorietà, avrebbe tutti i numeri per competere con successo sui mercati mondiali – invece continua ad evidenziare un bacino di utenza ancora prevalentemente di tipo prossimale: oltre l’80% dei turisti proviene da sole tre regioni (Lazio, Campania e Puglia) e le presenze di turisti stranieri sono molto basse, pari al 5,3% nel 2014, contro una media del 14% nella regione Abruzzo e di quasi il 50% a livello nazionale.
Di fronte a queste criticità e al fine di elaborare una risposta più strutturata ai cambiamenti in atto nella domanda turistica, è stato intrapreso in via sperimentale un percorso partecipativo che ha visto gli operatori del settore impegnati in un progetto comune di analisi e di riorganizzazione del sistema turistico locale. Ciò si è tradotto in una serie di azioni tese da un lato al rafforzamento del dialogo tra i portatori di interesse dall’altro alla elaborazione condivisa di una vision. Il lavoro è stato finalizzato alla predisposizione di nuovi “prodotti turistici territoriali”, ossia di pacchetti e di servizi che non rimanessero confinati all’offerta di ogni singola struttura, ma che al loro interno contemplassero la partecipazione da parte di più operatori. A monte della ricerca è stata condotta una mappatura del fabbisogno formativo degli operatori da colmare attraverso un percorso seminariale costruito ad hoc. Questo intervento (fase di outreach) ha consentito di giungere non solo ad una più ampia condivisione degli obiettivi del progetto ma anche alla costruzione di un livello di mutua fiducia tra ricercatori e operatori (nonché tra operatori stessi) e soprattutto alla costruzione di un linguaggio comune, necessario ad affrontare tutti i passaggi successivi. I temi di comune interesse affrontati hanno riguardato le strategie comunicative (interpretazione ambientale e social media), il rapporto tra turismo e conservazione, il benchmarking di esperienze di turismo sostenibile in ambito montano e le strategie di commercializzazione del prodotto turistico. Contemporaneamente è stata portata avanti una fase di capillare rilevazione, attraverso indagini dirette, per valutare la soddisfazione dei turisti rispetto ai servizi offerti. Le criticità emerse dall’analisi della domanda sono state utilizzate come stimolo alla progettazione: attraverso tavoli di lavoro condotti con la metodologia della Open Space Technology (Ost) (Owen 2008) è stata condivisa la proposta di quello che poteva essere il futuro piano organizzativo dell’offerta, in termini di miglioramento dei servizi e di elaborazione di nuovi prodotti integrati, focalizzati su particolari target e nati dalla collaborazione tra i diversi attori economici del territorio (guide escursionistiche, operatori turistici, agricoltori e allevatori, associazioni culturali). Tra i risultati più importanti raggiunti finora in questo percorso, possono essere annoverati la formazione di tavoli permanenti tematici (che stanno lavorando sulla programmazione condivisa di eventi e sulla stesura di un calendario comune) e l’elaborazione di una “Carta degli intenti” tesa a rafforzare l’identità territoriale e la qualità dei servizi attraverso la sinergia tra Ente Parco, operatori di vari settori, istituzioni e associazioni, anche nell’ambito della certificazione legata alla Carta Europea del Turismo Sostenibile.

Figura 3 - Sintesi del processo di progettazione partecipata nel caso di studio

Fonte: Nostra elaborazione

Considerazioni conclusive

La conservazione delle aree interne, e la loro valorizzazione a fini turistici, non risponde soltanto ad istanze di tipo ambientale (tutela del paesaggio), etico-culturale (tutela dei patrimoni) ed estetico (tutela dei paesaggi) ma si dovrebbe porre soprattutto come strumento di programmazione territoriale che punti all’autosostenibilità dello sviluppo. A questo obiettivo generale sono orientati anche i processi posti in atto nell’ambito della Strategia nazionale per le aree interne.
È chiaro a questo punto che la chiave di volta dell’intero processo sia rappresentata dall’importante ruolo che possono - e che devono - svolgere le comunità locali, da intendersi come soggetti collettivi in divenire, capaci di riattivare le risorse umane già presenti in loco e nello stesso tempo di attrarre nuovi imprenditori/residenti. Gli attori sociali del territorio (amministratori, operatori turistici, operatori culturali, agricoltori, pubblici cittadini) infatti sono gli unici in grado di condurre il processo di costruzione del prodotto turistico-ambientale attraverso l’individuazione, la valorizzazione e la promozione di una serie di componenti valide ad alimentare e a supportare la catena del valore turistico. I percorsi partecipativi risultano assolutamente cruciali nella messa a punto di strategie e di metodologie per la rivitalizzazione (anche turistica) di questi luoghi e diventano quindi condizione necessaria per il successo delle politiche di sviluppo. Ciò premesso - e partendo dal presupposto che solo una visione con-divisa può essere il motore dell’azione vera e propria - bisogna comprendere come favorire una effettiva partecipazione, che sia a garanzia di una reale collaborazione tra tutti i portatori di interesse e di una costruzione di reti e di relazioni attive, sia dentro i territori che tra aree diverse.
A tal proposito, il percorso di ricerca-azione condotto a Civitella Alfedena ha aperto il varco ad alcuni spunti di riflessione, che dovrebbero essere tenuti in considerazione da tutte le politiche tese alla rivitalizzazione delle aree fragili. Ciò ha a che fare prioritariamente con la focalizzazione di cui avrebbe bisogno il governo dei “processi intermedi”; tra la elaborazione della vision e la realizzazione concreta delle iniziative infatti insiste una serie di elementi, che, se non adeguatamente affrontati, si pongono come limiti della partecipazione stessa. Tali elementi hanno a che fare soprattutto con il capitale culturale di cui dispongono gli attori sociali in gioco, i quali, se non possono mettere in campo un’esperienza consolidata devono poter aprirsi a percorsi di auto-apprendimento in grado in primo luogo di accrescere il livello di mutua fiducia, quindi di migliorare le loro capacità organizzative e progettuali.

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  • 1. Per l’analisi ci si è basati sulla disponibilità dei dati Istat a livello comunale. Il 2013 risulta essere l’ultimo dato disponibile in modo completo per tutti i comuni italiani.
  • 2. Il tasso di ricettività è un indicatore di base nelle analisi di valutazione dell’offerta turistica. Si veda in proposito gli indicatori utilizzati dall’Osservatorio Nazionale del Turismo. [link].
  • 3. Ulteriori approfondimenti – ancora provvisori – sembrano confermare questa lettura, evidenziando la presenza di gruppi di comuni caratterizzati dalla contemporanea presenza di un tasso di ricettività basso ma in forte crescita, e di una rilevante diminuzione della popolazione. Anche la distribuzione territoriale di questi comuni è di un certo interesse, in quanto rappresentano circa l’80% dei comuni delle regioni del Sud, ma anche di due regioni del Nord Italia come Liguria e Friuli-Venezia Giulia, mentre sono solo il 45% nelle altre regioni del Centro-Nord.
  • 4. Denominato “Tavolo territoriale degli operatori della filiera turistica dell’Alta Valle del Sangro”, comprende gli operatori dei comuni abruzzesi del Parco Nazionale.
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