Né città né campagna. La nuova "forma città"

Né città né campagna. La nuova "forma città"

Introduzione

La condizione urbana incorpora, oltre alle forme ereditate della città compatta e intensiva, morfologie insediative discontinue e differenti per forma e densità, a stretto contatto con lembi di paesaggio agricolo e naturale.
La recente storia disciplinare dell’urbanistica, di cui si ripercorrono nel presente articolo alcune tappe significative, ha progressivamente registrato e accolto nei propri apparati interpretativi la problematicità di questo nuovo statuto dell’urbano: non solo insediamenti nelle cui maglie sono inglobati residui di mosaici agrari o suoli agricoli in aree di margine che resistono alle spinte dell'urbanizzazione, ma paesaggi complessi in cui lo spazio aperto, rurale e naturale, tradizionalmente estraneo alla forma urbis, compone economie di parti rilevanti di territorio. Alcune pratiche si cimentano con una dimensione progettuale e normativa che sottende la nuova relazione di mutua utilità tra città e campagna, accogliendo sia paesaggi agrari ad alto valore economico o testimoniale sia quelli ordinari.
In definitiva, la questione del governo del territorio si pone oggi in termini che vanno ben oltre la semplice definizione ex-ante delle sue regole di assetto: gestioni diversificate che ne articolano i contenuti specifici apportando un incremento complessivo delle prestazioni urbane, paesaggistiche ed ecologico-ambientali.
Nel nostro Paese, la pianificazione urbanistica ha espletato la propria efficacia nel tempo lungo operando prevalentemente attraverso la definizione di zonizzazioni funzionali al controllo della rendita fondiaria e alla regolamentazione del rapporto pubblico/privato. Questa prospettiva è stata sancita dalla Legge urbanistica nazionale tuttora in vigore (L. 1150/1942), in associazione a successive disposizioni sui requisiti delle Zone omogenee (D.M. 1444/68) e sulle modalità di perimetrazione dei centri abitati (articolo 3 della L. 765/1967). Lo stesso lessico utilizzato per nominare le distinte parti del territorio comunale viene forgiato in base a una presunta “redditività” legata all’intensità di occupazione del suolo e ad usi ascrivibili all’universo urbano: le zone agricole di piano (designate con la lettera E, pertanto nominate per ultime) sono asservite alla logica dello sviluppo e progressivamente annesse come aree di attesa.

Il punto di vista della città. Diffusione e dispersione insediativa

A partire dagli anni Settanta, le fenomenologie insediative restituiscono modalità del tutto difformi dalla logica dell’espansione “per concentrici” predicata dalla teoria della rendita, vanificando ovunque il dispositivo del limite urbano e, per contro, portando all’attenzione stili di vita decisamente urbani anche in aree a bassa e bassissima densità.
Queste trasformazioni risultano particolarmente critiche anche in considerazione della modalità attraverso cui si realizzano: sfuggite alle maglie del piano regolatore comunale, rendono conto tutt’al più alla miriade di opportunità e strumenti ad hoc in deroga che dilatano il campo delle possibilità trasformative secondo strumenti urbanistici parziali o di settore. Si delineano, di conseguenza, due percorsi di riflessione che nel tempo si intrecciano e si integrano: l’uno, avviato dal lavoro di ricerca di Alessandro Tutino, è orientato alla verifica dell’efficacia dello strumento urbanistico generale e alla sperimentazione di nuove forme di piano (Tutino, 1986); l’altro è volto invece alla comprensione/descrizione delle nuove modalità di occupazione del suolo, dell’uso esteso dei territori e delle nuove forme dell’abitare.
Di tali mutamenti si fa espressione la ricerca It.Urb.80. Rapporto sullo stato dell’urbanizzazione in Italia, proponendo una significativa rottura interpretativa dalla pianificazione “di tradizione” per impianto interpretativo e per linguaggio. Il lavoro ha come obiettivo prioritario localizzare e “misurare”, con algoritmi predefiniti e secondo soglie temporali concordate, la quantità di suolo impiegato per usi urbani in ambiti territoriali sovracomunali in ciascuna delle regioni italiane. I tipi insediativi rurali sono dettagliati in produttivi e residenziali e le nuove geografie si lasciano cogliere con continuità spaziali che travalicano largamente i confini comunali. Inedite “morfologie urbane” e “modi di urbanizzazione” sconfessano le prescrizioni degli strumenti urbanistici e le loro modalità di intervento: lo iato tra nuove propensioni all’abitare e previsioni di piano non potrebbe essere maggiore, posta anche la restrizione nel rilascio della concessione edilizia in zone E di piano ai soli conduttori agricoli. La diffusione insediativa è condizione problematica non soltanto perché sfuggita dalle maglie della regolamentazione, ma in quanto il conflitto tra destinazione urbana e destinazione agricola del suolo comporta uno spreco di risorse e assume connotazione etica in relazione alla non riproducibilità del bene territorio.
Questi medesimi fenomeni risultano indagati dal coevo Atlante dei Comuni d’Italia, esito dello Studio finalizzato Ipra-Cnr (Incremento Produttività Risorse Agricole), con un focus specifico su strutture, razionalità e tendenze del comparto agricolo. In questo lavoro, che fa ricorso a indicatori indiretti del “consumo di suolo” mediante una serie di incroci significativi tra dati statistici, la ricerca di connessione tra dispositivi cartografici e analitici approda a tre dimensioni problematiche: la macroscala, che pone in evidenza le trasformazioni territoriali come riflesso dello sviluppo economico regionale; la mesoscala, che inquadra il processo insediativo nella evoluzione della rete locale; la microscala, con la messa a punto di una lettura on the field dei processi di trasformazione dei suoli agricoli (Borachia et al., 1990).
Il XIX Congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica è significativamente dedicato al Territorio dell’urbanistica (Milano, 26-27 settembre 1990): l’urgenza di una riflessione interna alla disciplina che ne ridefinisca ambiti e competenze si manifesta anche alla luce del rinnovato quadro normativo nazionale, in relazione a due provvedimenti di grande importanza: la Legge 8 agosto 1985, n. 431, Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312, recante disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale; la Legge 18 maggio 1989, n.183, Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. Il dibattito ricco ed articolato nelle posizioni e nelle prospettive, interpella saperi, sensibilità e approcci culturali differenti, tra cui le discipline ambientali e i movimenti ambientalisti, sottintendendo tuttavia il primato della pianificazione nell’interrogare e coordinare i molteplici sguardi. Ma il dado è tratto: il “territorio dell’urbanistica” esce dalla città, sfonda gli ambiti tradizionali di competenza e si misura, in modo esteso, con la pianificazione ambientale e paesaggistica.
La diffusione insediativa assume i connotati di “città diffusa” negli studi condotti da Francesco Indovina che, con una lettura di tipo strutturalista, individua nel ciclo economico - modalità di accumulazione della ricchezza - e di vita della città e del territorio i termini della negatività dei processi di espulsione connessi alle opportunità allargate di preferenza localizzativa (Indovina, 1990). Questa interpretazione sostiene l’esigenza di procedere nel senso della densificazione dello spazio urbanizzato e del contenimento dei margini, secondo una forma compatta e definita nei bordi, ponendo al centro l’azione pubblica nel riaffermare la distinzione tra città e campagna.
Un successivo lavoro di Boeri, Lanzani e Marini (1993) esprime l’esigenza di descrivere il territorio contemporaneo, attingendo agli studi geografici e componendo narrazioni che, con un approccio fenomenologico, articolano le morfologie territoriali secondo le nuove figure della contemporaneità: discontinuità, eterogeneità, ibridazione, frammistione.
Bernardo Secchi riconosce nella città diffusa una “razionalità minimale”, con alcuni principi di stabilità, forme riconoscibili ed elementi ricorrenti, che tuttavia non obbediscono a gerarchie (Secchi, 1999).
Queste letture, pur destabilizzanti nei confronti del primato della città compatta, ragionano tuttavia ancora su morfologie, sintassi o paratassi determinate dai fatti urbani e dalla loro pervasiva diluizione nello spazio aperto; allo stesso modo, studi di matrice geografica insistono su di una interessante declinazione di città-regione, che si avvale della diffusione insediativa per estendere i benefici di settori trainanti delle economie urbane a porzioni territoriali via via più estese e al tempo stesso contrastare il portato negativo della dispersività (Camagni et al., 2002).

Il punto di vista della campagna. Morfologie insediative complesse

Una chiave esplicativa differente, in grado di interpellare le nuove geografie e morfologie dell’interfaccia urbano-rurale con una sensibilità ai valori di relazione istituiti con i territori di prossimità, si è progressivamente affermata da distinte posizioni disciplinari e a diverse latitudini, a partire dalla constatazione che gli spazi interclusi e le occasionali pause nell’edificato sempre meno si lasciano raccontare nel segno di una progressiva densificazione, secondo sequenze del tipo disperso-diffuso-consolidato. Le articolazioni e implicazioni di queste fenomenologie si leggono alle diverse scale del mosaico urbano: i singoli tasselli, differenti per densità, morfologie, funzionalità, sono esito di specifiche razionalità collocate nella storia (spesso tutt’altro che recente) e nella geografia del proprio sviluppo, che hanno lasciato il segno in una serie di pause, porosità o vere e proprie soluzioni di continuità (trame agrarie ancora efficienti in tutto o in parte, terrains vagues, luoghi dell’abbandono, ecc.) variamente disposte e dislocate (Palazzo, 2005).
A quanti sostengono il rischio di obsolescenza di modelli insediativi associati al consumo di suolo difficilmente “correggibile” tipico delle aree di frangia e assai meno stabili all’usura della città compatta, alcuni studi recenti dimostrano il forte potere di rigenerazione della risorsa suolo proprio in virtù di condizioni di bassa densità (Blanc e Clergeau, 2014). Le trame verdi, assistite in Francia da efficacia giuridica in considerazione delle loro molteplici utilità, riservano spazi di manovra di grande innovatività. Esse contribuiscono positivamente al metabolismo urbano connettendo spazi eterogenei con un ruolo di protezione attiva nei riguardi dei valori naturali e culturali e di miglioramento delle prestazioni ambientali: il Decreto 29 febbraio 2012 definisce le modalità con cui i piani urbanistici debbono “prendere in conto” le trame verdi e blu: dizione, questa, che si è ricavata uno spazio all’interno del Code de l’Urbanisme, accanto alla “continuità ecologica”.
Luoghi e temi delle agende programmatiche più avvisate si collocano lungo una ideale ordinata - un “transetto”, secondo le definizioni dell’Ecologia vegetale e del Landscape Urbanism (Duany, 2002) - che intercetta ambiti a diverso gradiente di naturalità: da quelli a vocazione prevalentemente agricola, marginali nelle logiche dello sviluppo, a quelli più fortemente antropizzati, disponibili tuttavia a un recupero o a forme condivise di “reinvenzione” del paesaggio secondo il dettato della Convenzione europea (2000). Sono ambiti, questi, che rinviano a interferenze e conflitti tra questioni di “forma” (come aspetto del paesaggio visibile e sensibile), questioni di “struttura” (come struttura dell’economia agraria, che regola gli assetti produttivi e determina le convenienze degli operatori), e questioni di “funzionalità” (in chiave ecologica e di sostenibilità ambientale, ma anche della fruizione pubblica).
In definitiva, le attuali morfologie insediative costituiscono una rete complessa modulata nelle figure di aree urbane, aree a bassa densità, nuclei recenti e centri piccoli e medi di antica formazione, connessi attraverso le reti viarie: filamenti abitati per i quali spessore, densità ed usi delineano la posizione relativa nell’insieme territoriale, ambientale e paesaggistico. Gli ambiti che compongono questa rete sono parti del territorio che ordinano e combinano differentemente spazio aperto e spazio edificato secondo caratteri che nel primo sono relativi alle qualità ambientali, paesaggistiche e produttive e nel secondo sono relative alla qualità dei materiali (funzioni e densità) ma nell’insieme costituiscono un sistema sociale di uso del territorio (Aristone e Radoccia, 2014).

Le pratiche disciplinari: le produzioni agricole - il paesaggio rurale

La figura pianificatoria delineata dalla legge 431/1985, Disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale, si confronta in maniera estesa con i temi inerenti il territorio aperto nella sua dimensione naturalistica, antropica e storica. L’avvio di queste esperienze, accolte positivamente da più parti, coinvolge le Regioni secondo categorie interpretative differenti che sperimentano approcci ed elaborazioni multidisciplinari non di tradizione che mettono in discussione l’attitudine consolidata a trattare le trasformazioni insediative dal punto di vista della città costruita e delle reti infrastrutturali. Il piano comunale “apprende” dalla dimensione vasta del progetto territoriale le categorie interpretative relative alla complessità dello spazio e alla molteplicità delle reti.
Questa circolarità riposiziona in termini ancora più problematici la concezione scalare della pianificazione, pur temperata da nuove forme di governance. Nelle esperienze recenti i tasselli del mosaico insediativo compongono la relazione con il territorio aperto secondo dominanti fisiche e culturali differenti.
Quadri ambientali, paesaggio e colture in continuità, sostengono la proposta dell’Associazione Nazionale Centri Storici e Artistici di estendere la salvaguardia della città storica al territorio storico (Ancsa, Il territorio storico come progetto, XV Congresso Nazionale dell’Associazione Nazionale Centri Storici e Artistici, Gubbio, 1-2 aprile 2011). L’Associazione Nazionale Città del Vino fa proprio questo orientamento adeguato alle esigenze delle aziende agricole (Città del Vino, 2006). Insediamenti radi, nuclei abitati e centri di piccole dimensioni e antica formazione si ricompongono nella campagna a “produzioni certificate”, a partire dalla considerazione che il valore commerciale del vino è una variabile dipendente della qualità percepita del territorio di provenienza. I piani regolatori delle Città del Vino orientano le azioni in relazione alle regole di espansione urbana e dei piccoli centri, di riqualificazione e riuso di edifici e sistemi insediativi rurali, e alla difesa e valorizzazione del paesaggio agrario, con la finalità di tutelare e promuovere le produzioni agricole e dare impulso alle iniziative aziendali. La complessa governance alla base di queste esperienze si avvale di un settore produttivo attualmente trainante. Nel Percorso Partecipato le imprese che operano nel territorio, insieme a quelle della filiera, sostengono le fasi di elaborazione degli strumenti urbanistici e assumono il ruolo di mediazione con gli interessi diffusi.
Il Piano strutturale regolatore di Bomporto - Modena - si aggiudica il premio “Miglior Piano Regolatore delle Città del Vino” nel 2010. Il piano classifica il territorio in urbanizzato, urbanizzabile e rurale; identifica gli ambiti agricoli più adatti; indica modalità compatibili di localizzazione delle previsioni infrastrutturali e insediative non strettamente correlate all’uso agricolo. Il Documento Preliminare del Psc individuava negli intorni della frazione di Sorbara un Ambito agricolo periurbano e recepiva la previsione di una nuova strada prevista dal Piano territoriale provinciale di coordinamento di Modena. In fase di Percorso Partecipato i suoli agricoli del territorio di produzione di vino Doc “Lambrusco di Sorbara”, con riferimento alle tipologie di suolo, alle caratteristiche climatiche e alla tradizionale presenza di vigneti, sono stati riclassificati come Ambiti ad alta produttività viticola e Ambiti ad elevata connotazione paesistica, così da limitare la nuova edificazione alle esigenze delle aziende agricole specializzate, escludere gli usi impropri e concordare una nuova localizzazione per la variante stradale.
Il piano di Città di Castello - Perugia - (Documento preliminare, 2010; Variante Generale al Piano Regolatore Generale - Parte strutturale, controdedotta nel 2015) interpreta la qualità del territorio quale risultante dell’insieme costituito da insediamenti, suolo agricolo, patrimonio boschivo, sistema delle acque, reti ecologiche. Il tono “lieve”, non aulico, dei singoli elementi si desume da numerose fonti: dal Psr 2007-2013 che, nel quadro regionale, classifica le aree rurali come intermedie; dalla Carta dei paesaggi in cui quelli agrari risultano non avere caratterizzazione colturale prevalente, a fronte di paesaggi silvo-pastorali rilevanti; tuttavia l’Associazione Res tipica rileva nel Sistema Locale la presenza di 7 Associazioni di identità - Città del vino, Club i borghi più belli d’Italia, Città del castagno, Città del tartufo, Città del tabacco, Città della chianina, Città dei sapori (Rete Rurale Nazionale, Mipaaf, 2010). Nelle norme del piano gli ambiti funzionali, infrastrutture, spazi aperti e aggregati abitativi, nella forma di capoluogo, frazioni, nuclei non differenziati sulla base della dimensione, sono altrettante sottovoci di disposizioni riferite allo spazio urbano e periurbano secondo una concezione estesa dell’abitare. Le aree agricole periurbane costituiscono una zona di rispetto per l’edificato di riferimento, pur attestando una capacità produttiva ridotta dei suoli; ma esse sono anche parte del sistema paesaggistico in virtù della sovrapposizione della rete ecologica locale. La trasformabilità dello spazio agricolo è subordinata a dimensioni e forme, morfologie territoriali, giaciture degli ambiti, qualità ambientali del paesaggio rurale.

Considerazioni conclusive

Il potenziale strutturante delle reti verdi conosce diverse trascrizioni contestuali in base all’evidenza che la “buona forma” è veicolo di una buona funzionalità del sistema ecologico.
Le variabili condizioni legate ai valori intrinseci e ai valori di relazione dei singoli tasselli di questi ecomosaici, alla loro porosità e “intensità” di uso, comportano una riflessione sui pattern suburbani e periurbani più ricorrenti, che scompagina le corrispondenze tra valori morfologici, valori economici, valori simbolici dei singoli paesaggi.
I paesaggi delle produzioni tipiche, in grado di “stare sul mercato” e pertanto di autotutelarsi, corrispondono non di rado a scenari di intensivizzazione delle campagne, lesivi talvolta della stessa idea di “forma” incorporata nella tradizione dei paesaggi agrari, soprattutto con il lascito della mezzadria.
Per converso, i paesaggi periurbani ordinari caratterizzati da una estrema varietà di usi del suolo si lasciano leggere nella chiave “antiecologica” della frammentazione e attendono l’attribuzione di nuovi valori di struttura, forma e funzionalità e statuti diversificati in grado di accogliere la molteplicità. Qui, come già accade in alcune esperienze virtuose - orti urbani, orti sociali -, la sfida di “fare rete” è affidata a forme di cittadinanza attiva sensibilizzate alle specifiche condizioni di vulnerabilità per effetto della pressione insediativa ed in ultima istanza a forme di convenzionamento pubblico-privato; necessarie, ma differenziate anche nel caso di piccoli appezzamenti a conduzione familiare e a scarso rendimento nella forma di residui di campagna o di recente organizzazione di frammenti di suolo “liberi” o di spazio aperto attinente la residenza. E ancora, fenomeni di fragilità ambientale in aree collinari nelle quali l’insediamento sparso ha occupato i suoli nominalmente agricoli possono essere contrastati da modalità manutentive concordate della esile trama in continuità costituita da residenze, giardini rurali di notevoli dimensioni (1-2 ettari), viabilità di base, residui boschivi e piccole particelle a colture arboree.
In definitiva, la messa a punto di forme di gestione diversificate consentirebbe di rafforzare il patto di solidarietà tra città e campagna in forma di reciproca utilità, articolandone i contenuti specifici ed apportando un incremento complessivo delle prestazioni urbane, paesaggistiche ed ecologico-ambientali.

Riferimenti bibliografici

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  • Blanc N., Clergeau Ph. (2014), Trames vertes urbaines. De la recherche scientifique au projet urbain, Éditions du Moniteur, Paris

  • Boeri S., Lanzani A., Marini E. (1993), Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese, Abitare Segesta, Milano

  • Borachia V., Boscacci F., Paolillo P.L. (1990), Analisi per il governo del territorio extraurbano, Franco Angeli, Milano

  • Camagni R., Gibelli M.C., Rigamonti P. (2002), I costi collettivi della città dispersa, Alinea, Firenze

  • Città del Vino (2006), Il Piano Regolatore delle città del Vino. Linee metodologiche per la valorizzazione dei comprensori vitivinicoli di qualità nella disciplina territoriale ed urbanistica delle aree rurali, “Quaderni delle Città del Vino”, Novembre 2006, Castelnuovo Berardenga

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  • Rete Rurale Nazionale, Mipaaf (2010), Atlante nazionale del territorio rurale. Dossier di Città di Castello, [Pdf]

  • Secchi B. (1999), Città moderna, città contemporanea e loro futuri, in “I futuri delle città. Tesi a confronto”, Franco Angeli, Milano

  • Tutino A. (1986), L’efficacia del piano, Edizioni Lavoro, Roma

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