Cooperazione solidale: le strategie dei produttori critici

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Cooperazione solidale: le strategie dei produttori critici
a Università della Calabria, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali

Introduzione 1

L’articolo illustra alcuni dei risultati di una più ampia ricerca Prin sul tema dei “sistemi alimentari locali sostenibili”, che aveva l’intento di approfondire l’analisi dei processi che promuovono una modalità di sviluppo “altra” rispetto a quella proposta dal sistema agro-alimentare dominante. Da qui alcuni degli obiettivi specifici che hanno guidato il lavoro: da un lato si trattava di investigare il ruolo, e le pratiche, dei produttori agricoli nelle dinamiche di ri-localizzazione del cibo, con particolare riferimento alle forme di agricoltura contadina; dall’altra, si trattava di esaminare i processi di costruzione di reti tra i produttori agricoli, per verificarne gli effetti, in termini di costituzione e sviluppo di un modello di agricoltura ecologico e durevole. Nello specifico, verrà presentata l’indagine condotta sulle strategie dei produttori agricoli che operano nelle reti alimentari alternative, con riferimento alla produzione diretta nelle filiere corte e al modello di agricoltura contadino. Lo studio si è sviluppato su due versanti: da una parte le modalità di ri-organizzazione del processo produttivo ed i cambiamenti aziendali; dall’altra la costruzione di reti, le caratteristiche che essa assume e l’impatto che fornisce nel sostenere modelli sostenibili di sviluppo legati al territorio.
Il quadro teorico di riferimento dell’indagine è il dibattito internazionale sui contenuti etici ed ambientali delle reti agro-alimentari alternative (Alternative Food Networks) (Goodman, DuPuis, 2002) e sulla loro capacità di produrre trasformazioni sociali (Kirwan, 2004). Se la riflessione sulla vendita diretta permette di individuare le modalità attraverso cui i produttori, accorciando i passaggi intermedi, riescono a rispondere attivamente alla compressione dei ricavi sui costi di produzione, la valorizzazione del concetto di rete consente di focalizzare su relazioni socio-economiche più orizzontali fra gli attori sociali, rispetto alle dimensioni verticali implicate nella categoria di filiera. I risultati dell’indagine mostrano come l’utilizzo della filiera corta e di una prospettiva cooperativa all’interno di reti non siano perseguiti ai fini esclusivamente di un aumento dei profitti aziendali, ma si inseriscano nella scelta di un diverso stile di vita.

La ricerca empirica: lo studio di caso e i casi studio

La ricerca empirica è stata condotta negli ultimi due anni su piccole e medie aziende agricole biologiche/biodinamiche che riforniscono i Gas, nonché su particolari forme di reti tra produttori e consumatori, rilevate nei diversi contesti territoriali della Lombardia e della Sicilia. La decisione di focalizzare l’attenzione su questa tipologia aziendale trova giustificazione negli studi che rilevano la tendenza per cui, al diminuire dell'ampiezza aziendale, aumenta il ricorso alla commercializzazione diretta (mercati contadini, vendita a gruppi organizzati di acquisto, vendita diretta in azienda/agriturismo, vendita on-line, fornitura diretta a servizi di ristorazione). La scelta di concentrarsi sulle aziende che riforniscono i Gas è sembrata più pertinente allo scopo specifico della ricerca, quella di indagare le reti alimentari alternative.
La strategia di ricerca si è orientata verso il metodo dello studio di caso. Tale scelta deriva dall’esiguità di studi empirici realizzati sui fenomeni in esame. La selezione dei casi è stata quindi intenzionalmente condotta al fine di cogliere sia gli specifici caratteri, e il ri-orientamento, dell’organizzazione aziendale; sia le logiche sottese alla costituzione di reti fra produttori, e fra produttori e consumatori. D’altra parte, individuare e studiare più casi con caratteristiche differenti, per contesto e dinamiche di costituzione, ha permesso di analizzare comparativamente le modalità attraverso cui i medesimi fenomeni tendono a manifestarsi.
Nel testo faremo riferimento a due casi studio: da una parte il Consorzio di operatori del biologico “Galline Felici” (www.legallinefelici.it), che ha dato vita all’Associazione Culturale Siqillyàh (www.siqillyah.it) e, successivamente, all’Arcipelago Siqillyàh (www.siqillyah.com); dall’altra il Parco Sud di Milano. Il primo caso fa riferimento a quindici realtà operanti nell’area sud-orientale della Sicilia (tredici aziende agricole, prevalentemente agrumicole, una cooperativa di piccoli pescatori e una cooperativa sociale di produzione dolciaria operante all’interno del carcere di Siracusa), che si sono espressamente rivolte al consumo critico (Sivini, Vitale, 2012). Il secondo riguarda 20 aziende localizzate nella provincia di Milano (Parco Agricolo Sud Milano e Parco del Ticino) che operano all’interno del Distretto di Economia Solidale Rurale del Parco Agricolo Sud di Milano (Corrado, in questo numero).
L’indagine è stata condotta attraverso una metodologia non standardizzata, di tipo qualitativo, poiché l’intenzione era quella di comprendere non solo le pratiche, e quindi i prodotti, del comportamento degli attori, ma anche le interpretazioni che essi danno di tali pratiche. Si è scelto di utilizzare tecniche diversificate: le interviste in profondità, i focus group e i numerosi colloqui informali con i produttori sono stati integrati con l’analisi della letteratura grigia, in formato elettronico e cartaceo. I produttori sono stati selezionati sia per il tipo di produzione realizzata, in modo da coprire le informazioni relative allo spettro delle attività, sia in relazione alla partecipazione attiva nelle reti. La traccia di intervista è stata articolata su quattro aree tematiche relative alle questioni centrali della ricerca (dati generali sull’intervistato e sull’azienda, attività produttiva, commercializzazione, reti). Nel caso milanese sono stati intervistati quindici produttori e sette testimoni privilegiati (rappresentanti di associazioni, enti locali e organizzazioni di categoria); nel caso siciliano sono stati intervistati nove produttori, ed è stato realizzato un focus group nel luglio del 2011. Le interviste, audioregistrate e successivamente trascritte, sono state condotte sul luogo di lavoro degli intervistati; sono state inoltre integrate con appunti, per raccogliere informazioni sul contesto specifico di lavoro.
I due casi differiscono - non solo per il contesto socio-economico. Nel caso siciliano, la spinta verso il riorientamento dell’attività produttiva e la messa in rete è operata prevalentemente per iniziativa dei produttori. Nel caso milanese, sono i consumatori critici dei Gruppi di Acquisto Solidale ad avviare le iniziative. Pur nelle differenze, è possibile evidenziare una serie di elementi convergenti, sui quali intendiamo concentrare l’attenzione.

Il modello contadino come stile di vita

I risultati più rilevanti riguardano la costituzione di una forma di azienda agricola alimentata dall'emergere di una nuova figura di contadino, che può essere descritta come “produttore critico” (Sivini, in questo numero): di età compresa fra i trentacinque e i cinquanta anni, arriva alla terra intorno ai trenta anni, attraverso percorsi molteplici e anche molto differenziati nel tempo e nello spazio, percorsi non necessariamente legati in modo diretto al mondo contadino.
Questa nuova figura è caratterizzata da elevati livelli di competenze. Le competenze formalizzate – spesso derivanti da un livello medio-alto di istruzione (laurea e studi post-universitari) – vengono potenziate dalla rilevanza delle competenze relazionali (lavorare in gruppo, capacità comunicative) e cognitive (capacità di autonomia e di presa di decisioni). Queste ultime competenze vengono sviluppate e riprodotte nell’interazione sociale che caratterizza i percorsi di vita e di lavoro: si tratta di esperienze personali di impegno politico o civile, di coinvolgimento in associazioni, di sensibilità verso questioni ambientali e sociali, di messa in rete delle proprie esperienze.
A fronte di queste risorse cognitive, il ritorno alla terra viene progettato come scelta consapevole del modello contadino di produzione, la cui razionalità non è solo assicurare la sopravvivenza dell’azienda, ma anche costruire spazi di autonomia (Van der Ploeg, 2009). Va in questo senso anche la decisione di operare in ‘reti’ alimentari corte, piuttosto che all’interno di ‘filiere’.
Un ruolo determinante nella possibilità concreta di realizzare il progetto spetta, alla possibilità di accesso alla terra, che si pone per questo come vincolo materiale. Come sintetizza una produttrice, “e poi veramente per ricomprarlo, per comprare un terreno anche più brutto di questo a volte ci vogliono anche due generazioni, non ci sono i soldi, riuscire a metterti i soldi da parte ormai è veramente quasi impossibile”. Per le aziende esaminate, l’accesso alla terra avviene prevalentemente attraverso trasmissione familiare e, più raramente, attraverso l’acquisto o l’affitto.
Relativamente alle strategie di commercializzazione diretta, il rapporto con i gruppi di acquisto solidale (Gas) è determinante per dare continuità alla vendita, e attraverso questo canale passa la maggior parte della produzione. Oltre alle vendite ai Gas, le aziende ricorrono a punti vendita aziendali, partecipano ai mercati contadini e alle fiere biologiche locali. Ciò permette di sottrarsi, tendenzialmente, ai meccanismi dominanti dell’agroindustria.
La scelta del mercato di sbocco risente della maggiore diffusione della sensibilità verso il consumo critico nelle aree settentrionali del Paese. Nel caso milanese, l’agricoltura periurbana permette di rifornire mercati locali, grazie al vantaggio derivante sia dalla vicinanza dell’area metropolitana, sia dall’esistenza di un numero elevato di Gas che insiste sul medesimo territorio. Nel caso siciliano, invece, si riforniscono mercati extraregionali, ricercando sempre dei contatti diretti con i Gas, soprattutto per specifiche produzioni (agrumi).
In linea con la specificità della scelta di diventare contadini, e con la sensibilità verso questioni di equità sociale e ambientale, oltre che per la domanda dei consumatori, si opta per la produzione biologica/biodinamica, Le aziende studiate si trovano in fasi differenti del processo di conversione. Nel caso siciliano, la scelta è netta sin dall’inizio dell’attività, che risale agli anni Novanta. Nel caso milanese, lo stimolo alla conversione ed integrazione verso il biologico delle aziende agricole esistenti nel parco viene fortemente promosso dai Gas, “in un percorso di coproduzione, ovvero di co-decisione dei percorsi di trasformazione delle coltivazioni - tra Gas e aziende agricole dello stesso territorio” (Tavolo per la rete italiana di economia solidale 2010).
Il processo di conversione è particolarmente complesso. Le difficoltà derivano dal fatto che, per tutta una prima fase si è costretti a riconvertire le stesse condizioni della produzione, cioè a nutrire e ridare ricchezza al suolo. La coltivazione biologica richiede, inoltre, una ristrutturazione dell’intero sistema produttivo - gli impianti, le varietà, i metodi di irrigazione - perché non si può ricorrere alle sostanze utilizzate dall’agricoltura convenzionale (concimi chimici, antiparassitari, diserbanti). A questo va aggiunto un ulteriore elemento, relativo all’ampiezza della terra coltivata per le colture orticole e cerealicole: le coltivazioni estensive biologiche necessitano di una maggiore superfice rispetto all’agricoltura convenzionale.
Le interviste hanno confermato la necessità di apprendere un sapere produttivo specifico, che viene trasmesso e sviluppato attraverso l’utilizzo di fonti differenziate: per conoscenza formalizzata (corsi, libri, manuali, internet) o per trasmissione orizzontale informale (altri agricoltori). Con la consapevolezza che nessuna di queste fonti, da sola, può rappresentare la soluzione. Imparare, infatti, significa esperire direttamente e sperimentare continuamente. Nelle parole di un intervistato: “Già in quegli anni circolava un po’ di letteratura che dava dei suggerimenti e quindi abbiamo cercato di seguire un po’ questi suggerimenti, che però arrivavano da lontano, in effetti spesso erano molto inefficaci. Il famoso macerato di ortiche c’era, che era uno dei pilastri dell’agricoltura biologica allora, in realtà l’agricoltura - mi sono reso conto in questi anni - è così legata a una tale quantità di variabili che stabilire delle norme operative valide per tutti è pressoché impossibile”.
Particolarmente interessante è il modo attraverso cui la tecnologia viene resa ‘appropriata’, in una logica che riafferma un rapporto non neutrale fra strumenti e utilizzo della terra come oggetto di produzione. Le aziende combinano l’utilizzo delle tecniche tradizionali (ad esempio le rotazioni) e di strumenti meccanici che, generalmente pensati per l’agricoltura convenzionale, vengono riadattati in una logica produttiva di segno diverso. L’innovazione maggiore consiste nella riattivazione della biodiversità come strategia produttiva coerente con la scelta di superare il modello agricolo monoculturale e chimico.
Le aziende perseguono aumentano il valore aggiunto anche attraverso l’offerta di servizi. La multifunzionalità2 (produzione di beni e servizi) appare maggiormente consolidata nel caso milanese (trasformazione, agriturismo, ippoturismo, ristorazione, agricoltura sociale), specificamente rispetto ai servizi connessi alle attività turistiche e didattiche da una parte, alle attività di trasformazione dei prodotti dall’altra, anche per via del vantaggio proveniente da un maggiore differenziazione dell’offerta. Nel caso siciliano, l’agricoltore è spesso pluriattivo, anche se si registra una tendenza all’abbandono di lavori extra agricoli (che nel caso esaminato riguardano generalmente la libera professione e il lavoro pubblico) appena l’azienda assicura un reddito adeguato alle necessità familiari; la multifunzionalità viene declinata, al momento, soprattutto in termini di vendita diretta dei prodotti e di sperimentazione e recupero di antiche colture o introduzione di nuove varietà, in un’ottica di tutela della biodiversità, ma la tendenza è quella di un ulteriore sviluppo della diversificazione.
La logica/obiettivo che guida l’azienda contadina- l’economicità – più che essere orientata ad un aumento del profitto e della produttività, si orienta al principio di autonomia dal mercato: controllo dei mezzi di produzione e dei ritmi di lavoro, tendenziale utilizzo di circuiti non commerciali per la mobilitazione e riproduzione delle risorse, riduzione della dipendenza dal mercato.

La cooperazione reticolare

La prospettiva dell’autonomia è analiticamente legata al secondo livello di studio della ricerca volto ad indagare l’utilizzo di interconnessione di reti (fra produttori e fra produttori e consumatori) al fine di rafforzare il modello di agricoltura contadino, ecologico e durevole. La rete si pone come strategia di sopravvivenza, perché rappresenta un nuovo meccanismo messo in campo per la mobilitazione delle risorse, per esempio attraverso attività di prefinanziamento.
Le reti di produttori e consumatori individuate possono essere definite intensive per l’esperienza indagata nelle aziende del Nord Italia e estensive per l’esperienza del Sud Italia. Nel primo caso si fa uso di reti localizzate sul territorio, che si sviluppano principalmente attraverso il potenziamento delle relazioni interne fra i nodi, e meno attraverso la connessione a reti più ampie o politicizzate. Le reti estensive caratterizzano invece l’esperienza del Sud Italia: meno circoscritte territorialmente, queste reti tendono a costituirsi principalmente attraverso il collegamento con reti già esistenti e localizzate nel centro-nord Italia, per poi rafforzarsi e ampliarsi a livello locale.
La natura delle relazioni che specifica entrambe le strategie di rete è fondata sulla cooperazione. Ciò ne definisce l’alterità rispetto al modello economico e sociale convenzionale, basato invece sulla logica della competizione. Le aziende, in particolare, cooperano su tre livelli: scambi di fattori produttivi (lavoro, tecnologia, input), ma anche di prodotti; scambi di servizi legati, per esempio, alla logistica; scambi di informazioni, di conoscenza e di sapere produttivo. La cooperazione permette di trovare, collettivamente, soluzioni ai problemi comuni che i produttori si trovano a dover affrontare quotidianamente.
L’interconnessione reticolare non rimane circoscritta al rapporto fra produttori, né al rapporto fra produttori e consumatori, ma tende ad allargarsi ad altre esperienze e settori sociali (associazionismo e movimenti sociali). Le reti analizzate operano secondo i principi individuati da Mance (2003): “un’articolazione fra diverse unità che, attraverso alcuni contatti, scambiano elementi fra di loro, rafforzandosi reciprocamente, e che si possono moltiplicare in nuove unità le quali, a loro volta, rafforzano tutto l’insieme nella misura in cui sono rafforzate da esso, permettendogli di espandersi in nuove unità o di mantenersi in un equilibrio sostenibile (Mance, 2003, p. 24). La logica cooperativa, in altre parole, lavora per lo sviluppo ulteriore di questi processi.
Da qui, la costituzione di un dispositivo che, mentre alimenta la crescita delle reti, permette la possibilità di sperimentazione continua e in processo, per i produttori, i consumatori, ma anche per altri settori della società. Infatti, le reti studiate non generano solo flussi economici, ma vivono anche attraverso un’intensa circolazione di informazioni e di valori.
In definitiva, i risultati principali della ricerca riguardano la conferma dell’ipotesi di base, che assume la presenza di reti sociali alternative come fattore centrale per lo sviluppo di sistemi alimentari sostenibili. La sostenibilità viene qui intesa secondo molteplici dimensioni:

  • in termini di sostenibilità economica: l’emergere di questo nuovo tipo di azienda apre la possibilità di garantire l’attivazione di circuiti economici, in cui il valore aggiunto diventa disponibile per l’investimento nel territorio. Ciò ha come effetto una risposta attiva alla compressione dei ricavi sui costi di produzione e, di conseguenza, consente non solo alle aziende di consolidare la loro posizione economica, ma anche ai consumatori di accedere a prodotti freschi e di qualità, nonostante la crisi in atto.
  • in termini di sostenibilità ambientale: il tipo di produzioni e l’organizzazione gestionale di queste aziende (produzione biologica, azzeramento dell’uso di sostanze chimiche, per esempio attraverso l’adattamento della tecnologia meccanica) mostrano una particolare attenzione al recupero della biodiversità e quindi alla cura del territorio entro cui i produttori operano;
  • in termini di sostenibilità sociale: la produzione è realizzata in condizioni sociali, sindacali, sanitarie e ambientali eque e legali, oltre che con il coinvolgimento di gruppi svantaggiati (fra cui immigrati).

La combinazione di queste tre dimensioni di sostenibilità, unita alla specifica strategia di potenziamento delle interconnessioni di reti, permette di affermare la costituzione di “sistemi” alimentari sostenibili.

Considerazioni conclusive

La discussione fin qui svolta ha posto l’attenzione sulla centralità dei produttori, e delle motivazioni che stanno alla base delle loro azioni, nell’analisi delle reti alimentari alternative (Goodman, DuPuis, 2002). La ricerca ha evidenziato come la strategia di transizione al modello contadino, pur in contesti (Lombardia e Sicilia) e su spinte motivazionali differenti (produttori al Sud e consumatori al Nord), non sia soltanto riferita ad uno stile aziendale, ma si dia come scelta esistenziale consapevolmente maturata rispetto alla trasformazione della propria qualità di vita, oltre che a questioni di sostenibilità ambientale e sociale concretamente praticate. Da un punto di vista strettamente economico, la vendita del prodotto in reti corte alternative permette ai produttori di ritenere parte del valore aggiunto di cui altrimenti si approprierebbero agenti che operano in fasi più a valle della filiera alimentare, in tal modo contrastando l’effetto della compressione dei ricavi sui costi di produzione.
D’altra parte, la costituzione di reti sociali cooperative più ampie permette di costruire un ‘ambiente’ sociale potenzialmente capace di porre le condizioni per una tendenziale sottrazione ai modelli economici dominanti. Come suggerisce Kirwan (2004), l'impegno dei produttori e dei consumatori nelle creazione di reti alternative va oltre lo scambio dei prodotti, e per questo invia un segnale ad altri attori del sistema alimentare, un segnale che può, a sua volta, influenzare le loro azioni.
Per queste ragioni, le strategie indagate sono state interpretate come pratiche di de-mercificazione: “Produttori e consumatori entrano in diretto contatto sociale, in relazioni personali mutue, prima di scambiare e le relazioni non sono mediate dalle cose dando una carattere sociale differente al lavoro dei produttori e alla rete di socialità” (Sivini, Vitale, 2012, p. 92).

Riferimenti Bibliografici

  • Goodman D., DuPuis, E. (2002), Knowing food and growing food: beyond the production-consumption debate in the sociology of agriculture, Sociologia Ruralis, vol. 42, n. 4, pp. 5-22

  • Kirwan J. (2004), Alternative strategies in the UK agro-food system: interrogating the alterity of farmers markets, Sociologia Ruralis, vol. 44. n. 4, pp. 395-415

  • Mance E. (2003), La rivoluzione delle reti. L’economia solidale per un’altra globalizzazione, Emi, Bologna

  • Oecd (2011), Multifunctionality. Towards an Analytical Framework. Agriculture and Food, Oecd, Parigi

  • Ploeg van der J.D. (2009), I nuovi contadini, Donzelli, Roma

  • Sivini S. e Vitale, A. (2012), Demercificazione del cibo locale nel Sud Italia, Agriregionieuropa, anno 8, n. 31, dicembre, pp. 91-93

  • Tavolo per la rete italiana di economia solidale (2010), Il capitale delle relazioni, Altra Economia, Milano

  • 1. Progetto finanziato dal Miur, nell’ambito dei Prin 2008, dal titolo “Strategie innovative dei produttori agricoli tra sicurezza e sovranità alimentare”, coordinatore scientifico Annamaria Vitale, Università della Calabria, protocollo 2008LY7BJJ_001.
  • 2. Facciamo qui riferimento alla definizione operativa di multifunzionalità proposta, per esempio, dall’Oecd (2001), che include la produzione e l’offerta di beni pubblici (servizi paesaggistici, educativi, culturali, terapeutici).
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