La politica agricola europea dalle origini alle nuove sfide

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La politica agricola europea dalle origini alle nuove sfide

Questo testo è la trascrizione della Lectio magistralis tenuta lo scorso 8 maggio all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, che il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali ha autorizzato Agriregionieuropa a pubblicare.

La storia della politica agricola europea è una storia cominciata cinquant’anni fa e ha ancora davanti a sé un lungo percorso. Quando la politica agricola comune fu concepita, la classe dirigente dell’epoca aveva ben vivo il ricordo della seconda guerra mondiale e degli anni difficili del dopoguerra. Costruire la politica agricola allora fu una sfida al centro della quale c’era prima di tutto l’esigenza di far sì che in Europa non si verificasse mai più quella penuria di alimenti che si era avuta durante il conflitto e il periodo successivo.
Con questo obiettivo fu concepito un meccanismo, in realtà abbastanza semplice, che prevedeva che l’Unione Europea di allora, ovvero la Comunità Europea, per i principali prodotti agricoli avrebbe assicurato a tutti i produttori e a tutti gli operatori un prezzo predeterminato garantito, in modo tale che il reddito degli agricoltori potesse poggiare comunque su una solida base precostituita.
Questo prezzo veniva garantito dalla Comunità che si rendeva disponibile ad acquistare i prodotti a un determinato prezzo in qualsiasi momento. Tale meccanismo impediva così al prezzo di mercato di andare al di sotto di quello predeterminato perché, laddove il prezzo di mercato fosse sceso al di sotto del livello fissato, gli agricoltori - e gli operatori in primis - che disponevano del prodotto in questione, l’avrebbero venduto agli Organismi di intervento (come si chiamavano allora), cioè l’avrebbero venduto direttamente alla Comunità Europea.
Questo sistema faceva sì che il sostegno al settore e agli agricoltori venisse assicurato attribuendo al consumatore una quota che potremmo definire “occulta” di trasferimento di ricchezza. Vale a dire che il consumatore pagava un prezzo superiore a quello che avrebbe pagato se non ci fosse stato il prezzo garantito e se le dinamiche di mercato avessero portato naturalmente i prezzi ad evolversi secondo le consuete dinamiche.
Possiamo dire quindi che con uno schema simile il sostegno veniva assicurato dal consumatore e che ciò era possibile in modo “occulto” perché in effetti il consumatore non ne aveva una percezione chiara. Ciò nonostante direi comunque che questa opzione all’epoca poteva avere una sua logica e una sua legittimità e che poteva essere ragionevolmente sopportata dal consumatore europeo allo scopo di garantire solidità all’agricoltura europea.
Vale la pena ricordare che tale sistema, sebbene apparentemente molto semplice, per funzionare correttamente richiedeva in realtà un paio di corollari. Da un lato, occorreva che nell’area Europa non potessero entrare prodotti da altri Paesi, dal momento che avrebbero dovuto essere acquistati dalla Comunità Europea, diventando quindi un peso insostenibile. Per far funzionare questo sistema, dunque, la prima condizione era quella di poter contare su una sorta di cinta esterna di sbarramento e all’epoca ciò era possibile perché compatibile con la situazione di commercio internazionale.
L’altro elemento essenziale per far funzionare questo sistema era trovare una destinazione alle derrate alimentari acquistate dalla Comunità Europea perché queste merci finivano nei magazzini e dovevano essere ricollocate in qualche modo. A questo proposito la Pac di allora prevedeva una serie di meccanismi mirati a liberare i magazzini, sia grazie a soluzioni sullo stesso mercato europeo sia – e questo è un punto delicato – grazie ad aiuti per le esportazioni fuori dalla Comunità Europea. A un certo punto quindi la merce immagazzinata sarebbe andata di nuovo sul mercato interno europeo oppure, con gli aiuti all’esportazione, sul mercato mondiale.
Tutto ciò aveva, come ho detto, una sua logica e una sua funzionalità. Tuttavia però era necessario utilizzare questo sistema cum grano salis e purtroppo ciò non avvenne. Le ragioni risiedono nel fatto che la classe politica, e nello specifico i Ministri dell’agricoltura, nel fissare i prezzi garantiti – mi riferisco in particolare agli anni ’70 e all’inizio degli anni ‘80 del secolo scorso – cominciarono ad andare incontro alle pressioni di alcune agricolture. Fissavano perciò dei prezzi troppo alti. Questo ha provocato una sovra-stimolazione di produzione in alcune zone dove c’erano molti margini, portando così alla crescita di un’agricoltura completamente slegata dal mercato, che smetteva di produrre come era stato sempre fatto fino a quel momento. Nasceva invece un’agricoltura finalizzata a realizzare ingenti sovrapproduzioni che venivano generate per essere indirizzate all’acquisto della Comunità Europea.
Tale fenomeno fece sì che nascessero due gravi distorsioni. La prima fu l’alterazione degli stessi connotati dell’agricoltura europea. Ricordo, per esempio, quanto all’epoca si dilatò la produzione di latte in Olanda o la produzione cerealicola in alcune zone della Francia. Ci fu poi un’altra conseguenza, che ritengo forse ancora più negativa, che riguarda gli effetti sui Paesi in via di sviluppo, dove l’Europa riversava periodicamente derrate alimentari spinte dai sostegni all’export, a grave danno così delle agricolture locali e dello sforzo dei piccoli agricoltori che in Africa come altrove cercavano di costruire un tessuto produttivo corretto, collegato al territorio e ai consumatori locali. Su questi ultimi infatti venivano rovesciate periodicamente derrate a prezzi stracciati che beneficiavano di un sostegno che ne alterava completamente la potenzialità.
Ma a un certo punto questa situazione si incrina. Il mondo chiedeva di smettere di andare in questa direzione anche perché costava molto al bilancio europeo. E allora, tra gli anni ’90 e l’inizio del 2000, maturò una svolta: l’Europa cambiò la pelle della politica agricola e concepì un’impostazione radicalmente diversa, in cui i prezzi garantiti sostanzialmente scomparivano e venivano messi in un angolino (per servire solo in situazioni molto limitate) e il sostegno veniva trasformato in un’erogazione diretta agli agricoltori, collegata alla presenza delle aziende agricole. Ma si trattava di un’erogazione “disaccoppiata” dalla produzione, e questo è il punto che poi venne affrontato nel 2003 in modo molto chiaro . Questo termine, tradotto dall’inglese, significa che l’aiuto all’agricoltore viene erogato direttamente, a prescindere dal fatto che produca o meno. Non importa più cosa produce e non importa più se produce. Questo sistema è rimasto in piedi fino ad oggi e anch’esso ha provocato degli effetti. In alcuni casi sono stati positivi, come dimostra il fatto che la pressione sui Paesi in via di sviluppo si è ridotta molto. I sostegni all’export oggi sono estremamente modesti rispetto a quelli del passato e quindi il peso negativo della Pac sui Paesi in via di sviluppo si è molto ridotto.
Ma al tempo stesso si è creata una nuova distorsione, perché nel momento in cui l’aiuto è disaccoppiato non importa più se c’è un agricoltore che produce per un mercato locale dei prodotti di qualità, dei prodotti che hanno un rapporto con le aspettative del consumatore. In realtà, si può verificare anche che un proprietario fondiario decida addirittura di non coltivare più perché, dal suo punto di vista, risulta più semplice incassare l’aiuto dall’Unione Europea piuttosto che impegnarsi in un’attività di produzione, dando eventualmente in affitto i fondi. Quindi si è creata una nuova distorsione, in cui il sostegno solo in parte va al “vero” agricoltore, mentre finisce poi per incentivare una serie di attività che non contemplano l’agricoltura che produca cibo e che produca valore.
Oggi siamo impegnati a riformare questa politica, ma il tentativo che stiamo facendo – che sto facendo – per correggere questo tipo di approccio incontra molte resistenze perché il sostegno disaccoppiato fa comodo a molti, a partire dalla grande proprietà fondiaria. Fa comodo anche ai nostri competitor internazionali, perché l’Europa in questo modo smette di essere competitiva sulla produzione, e soltanto adesso, nell’ultimo periodo – e qui rendo atto alle nostre organizzazioni agricole di averlo appreso prima di altre – viene sottolineato quanto tutto ciò finisca per penalizzare i “veri” agricoltori, quelli che hanno voglia di produrre in modo corretto, relazionandosi al mercato e facendo dell’attività agricola la propria ragione di vita e la propria fonte di reddito.
Nei prossimi mesi, quindi, avremo davanti un negoziato molto difficile. Sto chiedendo al Commissario Cioloş una riflessione fondamentale che rimetta al centro la produzione di beni a partire dal food, la produzione di cibo, perché la missione dell’agricoltura è produrre cibo e non creare combustibile per energie alternative o quant’altro. Stiamo lavorando per eliminare questa distorsione dal sistema produttivo italiano. Prima abbiamo vietato il fotovoltaico sui terreni agricoli. E poi abbiamo messo a punto un intervento sulle energie rinnovabili, cambiando gli incentivi in modo tale che cessi un fenomeno molto preoccupante che è appunto quello secondo il quale le aziende agricole che decidono di destinare parte o tutta la propria produzione all’utilizzo del prodotto quale combustibile per l’energia.
Dobbiamo perciò tornare a un sistema di agricoltura che sia rigorosamente incentrata sul food e che abbia una dimensione correttamente collegata al territorio. Questo obiettivo è fondamentale e ci sono delle spinte in questa direzione, ma non sono sufficienti. Inoltre, in questo contesto, la partita che riguarda i giovani è fondamentale. Nel negoziato sto cercando di promuovere delle iniziative per favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura, sotto forma di strumenti di sostegno, benché siano purtroppo molte le resistenze di alcuni Paesi membri.
Ebbene, si tratta di un negoziato importante. Il mio auspicio è quello di avere un’agricoltura migliore, anche se non sarà quella che in effetti vorremmo fino in fondo. Il cibo infatti è il grande assente in questa partita e purtroppo anche nell’intera cultura dell’Occidente. Non facciamoci ingannare dal bombardamento mediatico di trasmissioni legate all’enogastronomia, perché questa non è la cultura del cibo che invece si fonda sulla relazione tra il cibo e l’uomo e sulla relazione tra il cibo, il territorio e la terra. Si tratta del legame imprescindibile alla base della nostra esistenza di specie umana che sembriamo aver perso completamente di vista. Oggi risulta anzi possibile valutare lo sviluppo di un Paese proprio in base alla quota di reddito delle famiglie destinata al cibo: più la quota è bassa e più il Paese viene considerato sviluppato, in una logica in cui il cibo è relegato a elemento residuale, sinonimo dell’arretratezza di un sistema economico.
Sulla Pac ci sarebbe ancora molto da dire, ma spero di avere consegnato un quadro su quanto è stato fatto in passato, su quello con cui ci dobbiamo misurare oggi e su quello che vorremmo fosse per il futuro.

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