Italia polverizzata. Il futuro di ambiente e agricoltura passa (anche) per l'unificazione dei Comuni

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Italia polverizzata. Il futuro di ambiente e agricoltura passa (anche) per l'unificazione dei Comuni
a Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Pianificazione

La riflessione che desideriamo proporre nasce dal confronto critico tra alcune variabili chiave che caratterizzano la geografia amministrativa del nostro Paese - numero di comuni, loro estensione territoriale e abitanti residenti - e il consumo di suolo.
Da oltre duecento anni i comuni sono il cardine del nostro sistema politico: governano il territorio; sono responsabili del più importante piano urbanistico che il nostro diritto prevede; le loro scelte hanno ricadute dirette sull’ambiente e sul paesaggio, come sulla salute dei cittadini e sulla qualità della loro vita. È con il Comune che i cittadini hanno il primo contatto con l’istituzione pubblica e con la politica. Negli ultimi venti anni i comuni sono stati investiti da una serie di provvedimenti che li hanno sempre più resi autonomi e vicini ai cittadini. Contemporaneamente però le importanti decisioni prese localmente hanno spesso lasciato profondi segni sul paesaggio e sull’ambiente. Molte cose sono quindi cambiate ma un dato è rimasto pressoché immutato nel tempo: il numero dei comuni. La configurazione fisica e amministrativa del territorio non è mai stata messa in discussione. Su ciò vogliamo concentrare la riflessione. Lo facciamo con una prima domanda: il problema dell’uso del suolo non può risentire, pur in parte, della configurazione così frammentata e autonoma dei comuni? Le cementificazioni eccessive degli ultimi decenni, la perdita di suoli agricoli o il degrado del paesaggio, non potrebbero essere in qualche modo un effetto anche di questa configurazione così autonoma e indipendente ma eccessivamente frammentata nelle decisioni che interessano un bene prezioso e comune come il suolo del nostro Paese?
Alcuni dati possono aiutarci in questa riflessione. La superficie totale del nostro paese è di 30.203.834 ettari di cui il 35,2% è montana (10.611.010 ettari), il 41,6% è collinare (12.541.898 ettari) e solo il 23,2% è planiziale (6.980.693 ettari). Abbiamo 8.092 comuni dove abitano 60.626.442 abitanti1.
Riferiamoci ora a quattro classi demografiche tipo per analizzare le dinamiche alla scala comunale. Raggruppiamo così i comuni a seconda del numero di abitanti: ≤ 5.000 abitanti (ab); 5.000 ÷ 10.000 ab; 10.000 ÷ 15.000 ab; > 15.000 ab. La classe 0-5.000 ab. è considerata da Anci2 quella dei piccoli comuni.
Dall’analisi dei dati (Tabelle 1, 2, 3), ci sorprende subito il fatto che oltre il 70% dei comuni italiani è piccolo e ha in carico oltre metà del paesaggio del nostro Paese (54%) con solo il 17% della popolazione residente. Metà Italia è polverizzata in 5.683 “microunità di paesaggio” con una media di 2.874 ettari l’una. L’altra metà invece è fatta di 2.409 comuni di circa 5.757 ettari l’uno. Nell’Italia dei piccoli, in ogni comune risiedono mediamente tra i 1.700 e i 2.000 abitanti (ovvero tra i 1.000 e i 1.200 votanti3 ). Nell’altra Italia 20.900 abitanti per ogni comune.
Decisamente due “Italie”. Ma si tratta di due realtà che godono delle medesime funzioni amministrative, degli stessi compiti di tutela ambientale e paesistica, delle stesse autonome competenze per l’uso del suolo, degli stessi criteri di assegnazione dei finanziamenti per investimenti e per la spesa corrente, anch’essi attribuiti in base alla popolazione residente (mai, ad esempio, è stato scelto di considerare l’estensione del territorio come criterio prevalente).

Tabella 1 - Distribuzione dei Comuni nelle 4 aree geografiche italiane

Fonte: Istat, Censimento della Popolazione 2011 – www.istat.it

Tabella 2 - Distribuzione della popolazione nelle 4 aree geografiche italiane

Fonte: Istat, Censimento della Popolazione 2011 – www.istat.it

Tabella 3 - Distribuzione della superficie territoriale comunale nelle 4 aree geografiche italiane

Fonte: Istat, Censimento della Popolazione 2011 – www.istat.it

Questa asimmetria va letta anche da un punto di osservazione politico e amministrativo, in quanto non solo i piccoli comuni sono isolati e dispersi, ma anche governati da una significativa varietà di compagini politiche (5.683 giunte comunali, con una stima di 30-40.000 consiglieri eletti) che decidono, ognuna a suo modo, l’uso del proprio territorio e difficilmente comunicano tra loro e ancor più raramente coordinano le loro politiche al di là del confine dei comuni.

Due “Italie”, due consumi di suolo diversi

Dimostrato che l’Italia è sostanzialmente divisa in due famiglie amministrative molto diverse tra loro, cerchiamo di vedere come ognuna di queste si comporta rispetto all’uso del suolo, che rappresenta la risorsa sulla quale, come abbiamo detto, i comuni sviluppano gran parte della loro politica locale. Il piano urbanistico ne è lo strumento di regolazione. Le compagini politiche si fanno carico delle aspettative pubbliche, delle esigenze sociali ma sono anche collettori di interessi privati che spingono per vedere di massimizzare la rendita fondiaria. In Italia, infatti, il sistema urbanistico è da sempre stato condizionato da tale rendita che è spesso sopravvissuta come motore degli accordi opachi a livello locale. Il più celebre tentativo di eliminare o ridurre la marginalità privata sulla rendita fondiaria, trasferendola al soggetto pubblico (come avviene in molti altri paesi europei), fu quello proposto da Fiorentino Sullo nel 19634, proprio sulla scia delle devastanti speculazioni urbanistiche che già in quegli anni stavano cambiando il volto del paesaggio Italiano non rispettandone la fisionomia e le componenti culturali e naturali. Il progetto Sullo fallì e mai più fu presentata nel dibattito una proposta così coraggiosamente intenzionata a incidere sulla rendita fondiaria, sottraendola alla discrezionalità politica e alle pressioni dei soggetti privati verso la stessa politica5. Ogni privato quindi, ancor più se è un grande proprietario fondiario, tende nel sistema a ottenere il massimo profitto attraverso ogni meccanismo che può innalzare la rendita dei suoi terreni. Evidentemente il passaggio da uso agricolo a uso urbano è una delle più redditizie e ambiziose operazioni che la speculazione privata attende. La decisione di tale cambiamento di destinazione d’uso è in mano esclusiva alla rappresentanza politica nei diversi comuni. Si tratta di una responsabilità grandissima che, però, vista la polverizzazione dei comuni e delle compagini politiche locali, diviene anche un possibile punto debole dell’intero sistema di governo del territorio. È tempo di pensare ad una nuova legge urbanistica nazionale, capace di fermare il consumo di suolo, di guardare al suolo come una risorsa il più indifferente possibile alla rendita, di catturare i surplus che altrimenti andrebbero solo ai privati (e al pubblico l’onere di manutenere servizi e infrastrutture), di avere consapevolezza dell’alto valore collettivo e ambientale dello spazio aperto.
Andiamo ora a vedere come i comuni si sono comportati relativamente al consumo di suolo. Per compiere quest’analisi, possiamo riferirci al caso della Lombardia6, in quanto non esiste una banca dati nazionale sui consumi di suolo. La Lombardia ha 1.544 comuni, pari al 19% dei comuni Italiani. I 1.086 comuni con meno di 5.000 abitanti (70,3%) hanno il 22% della popolazione e gestiscono oltre 1,5 milioni di ettari di paesaggio, pari al 64% del territorio regionale.
Tra il 1999 e il 2007 la superficie urbanizzata7 in Lombardia è cresciuta di 27.849 ettari (3.481 ha/anno). Il 40,8% di questo aumento è stato generato da quei 1.086 piccoli comuni. I comuni piccolissimi, quelli con meno di 2.000 abitanti (6,3% della popolazione), sono stati responsabili del 13,6% della nuova superficie urbanizzata. I dati ci mostrano soprattutto che il contributo da parte dei piccoli comuni al consumo di suolo è tra i più alti. Ciò viene dimostrato, ad esempio, dai valori assunti dall’indicatore di urbanizzazione procapite nelle diverse classi di ampiezza demografica dei comuni (Tabella 4). Nei comuni con meno di 2.000 abitanti, per ogni nuovo residente si consumano 681 mq. di suolo, mentre in un comune con 50.000 abitanti lo stesso nuovo residente richiede minor suolo libero per insediarsi (332) e addirittura in una città con più di 100.000 abitanti, il consumo per ogni nuovo residente è di 191 metri quadri. Il grafico di figura 1 conferma questo trend di dissipazione.

Tabella 4 - Tasso di variazione delle superfici urbanizzate e urbanizzazione procapite per classe d’ampiezza demografica dei comuni. Periodo 1999-2007

Fonte: elaborazione su dati Dusaf (1999 e 2007) e dati Istatwww.istat.it

Figura 1 - Dissipazione del suolo per urbanizzazione in Lombardia (1999-2007)

Fonte: elaborazione su dati Dusaf (1999 e 2007) e dati Istatwww.istat.it

La medesima dissipazione si registra anche nei confronti del suolo agrario consumato (Figura 2).
Nei comuni con meno di 5.000 abitanti il costo insediativo, misurato in terre agricole perse, è molto più elevato rispetto ai comuni medio-grandi. Questa dissipazione procapite aumenta man mano che ci si sposta verso comuni più piccoli. Nel caso dei comuni con meno di 500 abitanti si registra addirittura la contraddizione per cui a una diminuzione di popolazione corrisponde una produzione edilizia e una perdita di suolo agricolo che non risponde ad alcuna domanda insediativa.
Ad esempio: in un comune tra i 500 e i 1.000 ab. il suolo agricolo cementificato per ogni nuovo insediato è doppio che in un comune più grande (1.000 – 2.000 ab.). I grandi comuni sono quelli che statisticamente rispondono con maggior coerenza all’aumento di popolazione.

Figura 2 - Dissipazione del paesaggio agrario in Lombardia (1999-2007)

Nota: la linea a punti rappresenta la variazione di abitanti intercorsa nel periodo considerato; la linea a tratti rappresenta l’indicatore di efficienza
Fonte: elaborazione su dati Dusaf (1999 e 2007) e dati Istatwww.istat.it

L’inefficienza nell’uso della risorsa suolo risente anche della collocazione geografica dei piccoli comuni. Ad esempio, come ci mostra la tabella 5, sempre riferita al caso dei comuni lombardi ma con meno di 2.000 abitanti, nelle regioni di montagna l’urbanizzazione procapite residenziale (costruzione di case civili su aree precedentemente non urbanizzate) è 3,3 volte maggiore che in pianura. Ciò è vero anche per le aree estrattive ma non per le aree produttive/commerciali.
Nel caso dei comuni con meno di 2.000 abitanti l’inefficienza è conclamata nel senso che il consumo di suolo avviene anche in stagnazione o addirittura in decrescita demografica; sempre in modo più accentuato in montagna rispetto che in collina e pianura (Tabella 6).

Tabella 5 - Urbanizzazione procapite totale e per tipologia urbanizzativa nei comuni lombardi con popolazione, al 1999, inferiore a 2.000 abitanti, distinti per zona altimetrica. Periodo 1999 - 2007


Fonte: nostra elaborazione su dati Dusaf (1999 e 2007) e dati Istatwww.istat.it

Tabella 6 - Numero e percentuale di comuni lombardi, per zona altimetrica, in situazioni demografiche di decrescita o stagnazione in cui si verifica una variazione dell’urbanizzato. Periodo 1999 - 2007


Fonte: nostra elaborazione su dati Dusaf (1999 e 2007) e dati Istatwww.istat.it

Rimedi strutturali: nuovi comuni, nuove deleghe e formazione di una nuova cultura locale

Le spiegazioni possibili di questa relazione tra dissipazione di territorio e dimensione demografica del comune sono molteplici e comunque capaci di giocare un ruolo non trascurabile. Proviamo a evidenziarne alcune.
Un primo elemento che possiamo far notare affonda le radici nelle vicende di questi ultimi venti anni di politiche urbanistiche che si sono sempre più intrecciate con una progressiva autonomia dei sindaci e un ingresso sempre più forte degli attori privati nella scena pubblica. La dissipazione di suoli agricoli e naturali è stata particolarmente evidente in questi anni e questa sovrapposizione tra dissipazione, autonomie politiche locali e interessi privati non è forse casuale.
In questa recente stagione di autonomia politica si è rafforzata la figura del sindaco insieme a quella della sua giunta ed è di fatto aumentato il margine di arbitrio di trasformazione del territorio, sia grazie a una serie di strumenti urbanistici contrattati, sia a causa di un progressivo sganciamento dell’urbanistica dalle regioni a favore dei comuni, sia ancora per alcune distorsioni nella fiscalità locale8. Ciò è avvenuto in tutte le regioni italiane. Tutto questo non ha certo né aiutato a frenare i consumi di suolo, né a provare rispetto per il paesaggio agrario, né ha favorito le condizioni per formare e ottenere una classe politica indifferente alle pressioni immobiliari e alle reti amicali e parentali, spesso troppo prossime agli interessi economici locali. È mancato e manca un soggetto realmente terzo nelle decisioni sull’uso dei suoli che è stato pretestuosamente rimosso invocando un’improbabile maturità ad autogestirsi.
Nei comuni si sono create spesso le condizioni per abusi di potere, favori, accordi sottobanco che avevano come comun denominatore la materia urbanistica e, non a caso, la trasformazione di aree agricole.
Non è solo questa la storia dei comuni italiani e non vorremmo essere fraintesi quando, retoricamente, ne mostriamo la parte più problematica.
Correttamente va detto che ci sono anche tanti esempi virtuosi. È noto a tutti l’esempio del comune di Cassinetta di Lugagnano (Mi) e di tanti altri che, in parte, si raccolgono attorno all’Associazione Comuni Virtuosi (www.comunivirtuosi.org), ma in parte non sono rappresentati sebbene ci siano. Eppure esistono viscosità politiche, arretratezze culturali, perversi meccanismi legislativi e una cultura individualista che, in questi ultimi vent’anni, non ha generato la fioritura intensa di cooperazione tra comuni che invece è, secondo noi, una risposta interessante e sostenibile. Gli esempi di unioni tra comuni, co-pianificazioni, iniziative coordinate a sostegno dell’agricoltura del risparmio di suolo agricolo si contano, in questi ultimi anni, sulle dita di un paio di mani.
Certo, se da un lato i problemi riusciamo a intercettarli, dall’altro è assolutamente necessario monitorarli e immaginare soluzioni strategiche efficaci.
Il paesaggio agrario e le economie agricole hanno pagato il prezzo più alto della corsa dell’urbanizzazione. Negli ultimi vent’anni la superficie agricola totale Italiana (Sat) si è contratta di 5,4 milioni di ettari9:">www.istat.it: un’area teoricamente pari alla somma di Liguria, Piemonte e Lombardia. La Sau si è contratta di 2,16 milioni di ettari. Non tutta questa superficie è stata urbanizzata - una quota è stata abbandonata, un’altra subisce riforestazioni spontanee - ma una quota rilevante certamente sì, e per sempre.
È un dato di fatto che tra il 1990 e il 2010 le aziende agricole siano passate da 3 milioni a 1,6 milioni. Quelle dedite all’allevamento sono passate da oltre 1 milione nel 1990 a 660 mila unità nel 2000 a 210 mila nel 2010. Da 237 milioni di giornate di lavoro nel 2000 si passa a 178 milioni nel 2010: una perdita di 59 milioni di giornate di lavoro10 a cui corrispondono circa 2-300.000 posti di lavoro in meno in uno dei settori produttivi chiave del Paese.
Pertanto consumi di suolo, contrazione della superficie agricola, frantumazione politica in migliaia di piccoli e piccolissimi comuni non collaboranti, diminuzione delle aziende agricole e dei relativi posti di lavoro, gravi distorsioni nella fiscalità locale devono essere letti nelle loro reciproche interdipendenze e non come fatti isolati.
A ciò si aggiungano due altre questioni che in Italia hanno avuto peso rilevante nella degradazione dei paesaggi: la prima, è la bassa coscienza ambientale intrecciata con l’altrettanto bassa coscienza civile; la seconda, è la scarsa considerazione e sensibilità del ruolo dell’agricoltura quale attività strategica. Solo ultimamente si stanno compiendo alcuni piccoli passi in avanti con un certo recupero dell’agricoltura periurbana, con lo sviluppo della green economy, con le prime sperimentazioni di agricoltura sociale. Ma sono passi ancora timidi e non possono competere con quella “corsa alla terra” da parte di società immobiliari e di grandi poteri economici che non hanno a a che fare con l’agricoltura. Un vero e proprio land grabbing interno al paese, del quale non ci si allarma (colpevolmente) e verso cui invece occorrerebbe un forte lavoro culturale.
Di fronte a pressioni di questo tipo la struttura minuta del piccolo comune non riesce a opporre resistenze né tecniche, né culturali, né politiche. Se qualche comune virtuosamente riesce ad evitare nuovi consumi di suolo, basta che il comune, pure piccolo, confinante si comporti diversamente per vanificare la buona volontà del primo.
L’elevata numerosità di comuni e la loro frantumazione amministrativa non sono fattori che certamente aiutano a decidere e a coordinare meglio gli interventi e le tutele.
L’architettura del governo del territorio è ingessata su un modello amministrativo di stampo municipale e ancorato sulla variabile demografica, non capace di tenere in debito conto le dimensioni agricole, paesaggistiche, ambientali e territoriali, che sono tutt’altra cosa come abbiamo detto, e verso le quali vengono prodotti sforzi economici pubblici irrisori. Se i finanziamenti venissero erogati anche per unità di paesaggio in carico ad ogni comune? Se il permesso a consumare nuovo suolo a fini urbanizzativi venisse concesso solo dopo aver appurato di non mettere a rischio la sostenibilità alimentare locale o nazionale? Come cambierebbe il governo del territorio? Quali effetti ci sarebbero per i comuni, ma anche per il mondo agricolo e le economie della filiera del legno? Questi cambi di prospettiva ci obbligano a considerare, tra le possibili proposte, nuove configurazioni geografiche capaci di ridisegnare, de facto, le relative geometrie politiche. I piccoli comuni sono la parte più debole del sistema e ancor meno possono sopravvivere con questa architettura istituzionale e con un portafoglio di competenze sull’uso del suolo così impattante verso il nostro paesaggio ma, al tempo stesso, così immutabile.
Occorrono quindi strumenti e condizioni più idonee attraverso cui governare l’uso del suolo che non possono che passare attraverso tre azioni di riforma.
Un primo aspetto riguarda la natura degli enti locali. Ogni comune assolve contemporaneamente la funzione di municipio, cioè luogo e arena di rappresentanza politica; di agenzia, cioè luogo deputato all’erogazione di specifici servizi; di potestà sui beni e sulle risorse locali (tra cui suoli), cioè sorgente di regole e in particolare regole che riguardano l’uso del suolo e di altre risorse naturali. Oggi queste tre componenti del governare entrano in forte conflitto tra loro e non sono in grado di rispondere adeguatamente alle grandi sfide ambientali e sociali.
Per contrastare la frammentazione sarà certo necessario immaginare la fusione dei comuni più piccoli tra di loro, non solo per risparmiare i costi della politica quanto proprio per anare le prossimità tra il potere decisionale e l’interesse locale e per uscire da quella inattuale e innaturale separazione imposta dai confini. Ma, più in generale, si dovranno sperimentare politiche di cooperazione e di integrazione sistematiche delle decisioni nell’uso dei suoli tra comuni confinanti, gruppi di comuni che condividono le stesse unità di paesaggio, comuni che gestiscono porzioni diverse degli stessi beni naturali (valli, fiumi, coste, montagne).
In secondo luogo, occorre limitare l’attuale delega alla decisione sull’uso del suolo di esclusiva competenza dei comuni. Confinati nei loro perimetri spesso non vedono tutti gli effetti che le loro decisioni locali generano alla scala di paesaggio. Occorrono soggetti sostantivamente più attrezzati e anche depoliticizzati per sovraintendere alle decisioni di uso del suolo e di trasformazione di paesaggi.
Mentre riaffermiamo il ruolo centrale della politica dobbiamo stabilirne nuovi confini e riconoscere che l’invasione della politica (e dei suoi gruppi di potere) in tutti i campi della società costituisce questione problematica cui porre un freno. Nella fattispecie ci pare importante affermare che alcune questioni ambientali trascendono le responsabilità della sola politica e debbono tornare al centro di una convergenza di competenze. Depoliticizzare alcune questioni legate ai beni comuni e al suolo, potrebbe, ad esempio, implicare un nuovo coinvolgimento di soggetti terzi portatori di saperi esperti, quali le università, gli istituti di ricerca, il mondo della scienza nelle decisioni che riguardano gli usi del suolo. Pensare nuove architetture decisionali (le agenzie?) che siano terze e lontane dalle pressioni locali e dai ricatti politici ci sembra un passaggio vitale per disegnare una ripresa del Paese.
In terzo luogo, occorre una vasta e capillare operazione di formazione culturale capace di coinvolgere cittadini, tecnici e politici per rigenerare quelle cellule di coscienza ambientale e di consapevolezza della centralità dell’agricoltura e dell’ambiente nella società. Oggi mancano ponti di stabile cooperazione culturale tra politica e mondo scientifico ed è anche venuta meno la tanto importante formazione dei politici ai temi ambientali e urbanistici. Sono sempre meno i luoghi in cui tradizionalmente avviene la sintesi dei saperi e un’elaborazione pratica delle questioni, si sono interrotte le cinghie di trasmissione dentro i partiti, i gruppi sociali, le istituzioni ed è rimasto un vuoto ancora tutto da riempire, e che sempre meno può essere lasciato alla responsabilità del singolo amministratore.

Riferimenti bibliografici

  • AA.VV. (2011), L’uso del suolo in Lombardia negli ultimi 50 anni, Ersaf

  • De Lucia V. (2006), Se questa è una città Donzelli, Roma

  • Fondazione Ifel (2011 - a cura), Atlante dei piccoli comuni, Anci

  • Pileri P. (2009), Suolo, oneri di urbanizzazione e spesa corrente. Una storia controversa che attende una riforma fiscale ecologica, Territorio, n. 51/2009, Franco Angeli, Milano

  • Pileri P., Granata E. (2012), Amor loci. Suolo paesaggio cultura civile, Raffaello Cortina, Milano, in press

  • 1. Fonte: dati Istat forniti on-line in occasione del Censimento della Popolazione 2011. La ripartizione del territorio italiano per classi fisiografiche è fornita anch’essa da Istat: www.istat.it.
  • 2. Anche il legislatore recentemente ha confermato la soglia dei 5.000 abitanti per individuare i Piccoli comuni ai quali ha imposto la gestione obbligatoria delle funzioni fondamentali (Fondazione Ifel, 2011). La soglia si abbassa a 3.000 abitanti se i comuni appartengono a una Comunità montana (legge 122/2010, art. 14).
  • 3. In prima istanza, pur con approssimazione, possiamo immaginare che il 40% dei residenti non sia elettore attivo in quanto non possiede i requisiti di età e cittadinanza oppure appartiene al gruppo di chi si astiene dal voto.
  • 4. Per una ricostruzione storica di quella proposta si veda: (De Lucia V., 2006).
  • 5. Doverosamente occorre ricordare che in quegli stessi anni, Giovanni Astengo si faceva portatore culturale delle medesime istanze e delle contraddizioni che quel meccanismo suscitava nella pianificazione territoriale. 15 anni più tardi, Astengo, come Assessore alla Pianificazione e Gestione urbanistica in Regione Piemonte, riuscì a far approvare la legge regionale piemontese n.56/77, Tutela ed uso del suolo, che in parte risolveva alcuni di quei nodi.
  • 6. La Lombardia è una delle poche regioni ad avere una base dati geografica sugli usi del suolo a più soglie temporali. Questa base è denominata Dusaf (Destinazione di Uso dei Suoli Agricoli e Forestali): le sue caratteristiche sono riportate in www.ersaf.lombardia.it e in AA.VV., 2011.
  • 7. Con superficie urbanizzata si intende qui l’insieme di: zone urbanizzate di tipo residenziale (cod. 1.1 - Dusaf), zone industriali, commerciali e infrastrutturali (cod. 1.2 - Dusaf) e zone estrattive, cantieri, discariche e terreni artefatti e abbandonati (cod. 1.3 - Dusaf). Non sono qui conteggiate le zone verdi artificiali non agricole (cod. 1.4 - Dusaf), ovvero il verde urbano.
  • 8. Non dimentichiamo che dal 2004, come risposta alle sofferenze economiche dei comuni, il legislatore ha improvvidamente concesso l’utilizzo degli oneri di urbanizzazione per finanziare le attività correnti, introducendo una grave distorsione amministrativa e affermando un’idea di suolo funzionale alla generazione di utili economici, accrescendone così l’idea di merce e non di bene (Pileri, 2009).
  • 9. Dati provvisori del censimento nazionale sull’agricoltura 2010 - 10. A cui potrebbero corrispondere circa 1,6 milioni di lavoratori se applichiamo un valore di 150 giorni lavorati all’anno.
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