Agricoltura ed energie rinnovabili per un nuovo modello di sviluppo

Agricoltura ed energie rinnovabili per un nuovo modello di sviluppo

L’esigenza di uno sviluppo sostenibile

Negli ultimi cento anni, l’uomo ha manifestato la sua creatività in modi e con intensità mai prima conosciuti. I progressi tecnologici registrati e il miglioramento del benessere materiale, almeno in termini medi, non sono stati da meno. Questi avanzamenti, però, sono stati ottenuti dall’uomo con un comportamento che poco si è curato dello stato e della consistenza delle risorse messe a sua disposizione dalla natura, sia quelle rinnovabili che quelle non rinnovabili.
Durante gli ultimi decenni, la società ha iniziato a manifestare considerazioni critiche e non casuali su tale atteggiamento, sollecitata, in questo, dalla comparsa di preoccupanti problemi ambientali che, più o meno direttamente, condizionano anche i risultati economici. La perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici, gli inquinamenti diffusi, la scarsità delle risorse non rinnovabili, la contrazione del pescato, il buco dell’ozono, solo per ricordare alcune delle emergenze ambientali verso le quali è concentrata l’attenzione della società, sono così diventati argomenti presenti nelle agende della politica e dell’economia.
Il summit mondiale di Rio de Janeiro, nel 1992, aveva chiaramente indicato che sviluppo economico e salvaguardia dell’ambiente non sono due dimensioni distinte della vita dell’uomo, ma rappresentano obiettivi che, per essere raggiunti, devono essere perseguiti congiuntamente. In particolare, avendo attenzione a che si definisca un’equa distribuzione di risorse e di opportunità di sviluppo per tutti, nel presente e nel futuro, e un reale grado di partecipazione e di condivisione delle scelte sociali da parte dei cittadini.
L’attenzione delle istituzioni, della scienza e della società rispetto allo sviluppo sostenibile hanno avuto il grande pregio di far crescere la consapevolezza sulla complessità dell’obiettivo e di stimolare i decisori mondiali pubblici verso il suo perseguimento. Le azioni messe in atto e, soprattutto, i risultati raggiunti, però, non sono stati pari all’intensità delle intenzioni.
Il perché di questa difficoltà è articolato. Senza dubbio, vi incide la maggiore complessità delle relazioni sociali, economiche e politiche, connessa alla globalizzazione, che, spesso, conduce a definire obiettivi non convergenti e/o non condivisi dai diversi soggetti coinvolti e, anche per questo, politiche di difficile attuazione o di scarsa efficacia. La strada delle grandi strategie mondiali degli ultimi decenni è, purtroppo, ricca di insuccessi; basta ricordare il fallimento della riduzione dei gas serra entro il 2012 o le enormi difficoltà di centrare gli importanti obiettivi del Millennio.
Inoltre, ancora oggi è tutt’altro che condiviso il significato reale da attribuire al concetto di sviluppo sostenibile. Pur essendone accettato il principio generale, ancora si discute se il rispetto dello stesso possa considerarsi assolto considerando la sostituibilità tra i capitali prodotti dall’uomo e quelli offerti dalle risorse naturali (sostenibilità debole), oppure debba essere compiuto con uno stato di invarianza dei capitali naturali (sostenibilità forte). Le dichiarazioni politiche non mancano occasione di professare la volontà di frequentare la sostenibilità forte, ma gli ostacoli che si incontrano per farlo sono così numerosi e intensi che non sono disprezzate soluzioni di compromesso.
La limitata coerenza tra obiettivi e risultati, in ogni caso, è determinata anche dal fatto che è arduo indirizzare il comportamento dei singoli a organizzare, gestire e valutare le proprie attività facendo riferimento non solo ai risultati economici privati, ma considerando anche gli effetti ambientali, sociali e istituzionali che le stesse determinano. Il modello di sviluppo sostenibile dovrebbe essere centrato sulla convinzione diffusa che l’efficienza privata di ogni azione non può prescindere dall’efficacia sociale e ambientale della stessa. Un modo di operare che risulta tutt’altro che ordinario; non solo per la natura egoistica che caratterizza ciascun individuo, ma anche per le difficoltà di individuare con chiarezza gli obiettivi da raggiungere rispetto alle diverse dimensioni della sostenibilità e di renderli coerenti tra di essi. Il ritardo della scienza, per questo, è emblematico.
L’attenzione della società per lo sviluppo sostenibile è aumentata, ma diventa sempre più urgente attivare politiche concrete e coerenti con l’obiettivo e agire con determinazione.

Agricoltura e sviluppo sostenibile

Nel corso del secolo passato, l’agricoltura europea, come avvenuto in tutti i Paesi più ricchi, aveva adottato i canoni tipici del modello di sviluppo industriale. La trasformazione fordista dell'agricoltura, indirizzata anche dalla politica comune dell’Europa, era volta a migliorare il grado di approvvigionamento agro-alimentare interno e a determinare condizioni economiche vitali per gli imprenditori. I risultati sono stati più che soddisfacenti. Allo tempo stesso, però, l’agricoltura industriale ha concentrato le sue attività sulle terre più fertili, generando sia su di esse che su quelle abbandonate diversi problemi ambientali.
L’attenzione per le condizioni dell’ambiente, le difficoltà economiche del settore a gestire gli effetti dell’ampliamento del mercato e quelle politiche a legittimare costi elevati per la politica comune del settore, hanno determinato, a partire dagli anni ottanta, un profondo rinnovamento delle linee strategiche della politica agraria. Non più interpretato come settore indirizzato in modo esclusivo alla produzione di beni, l’agricoltura diventa soggetto attivo anche nella produzione di servizi reali per il territorio e la collettività. È l’agricoltura multifunzionale che assurge, così, a emblema di un modello di sviluppo che cerca di trovare una forma di coesione tra interessi privati e quelli sociali (Van der Ploeg, 2003). Le linee strategiche per essa individuate diventano i riferimenti più avanzati di una società che è alla ricerca di una trasformazione originale dei valori sui quali è fondata la convivenza sociale ed economica dell'uomo.
La multifunzionalità, almeno negli intenti dell’Unione europea, non esprime solo la capacità di svolgere attività, produttive e/o di servizio, che sono direttamente remunerate dal mercato. Essa, in termini di principio, rappresenta anche la capacità di fornire, insieme ai beni e servizi programmati, benefici a vantaggio di terzi senza che preesista un accordo tra le parti per generarli e per compensarli. È in grado, cioè, di determinare le cosiddette esternalità positive (Anania et al., 2009). La scelta dell’Unione Europea di compensare, in modi vari, le imprese agricole per i servizi ambientali, culturali e sociali congiunti alla produzione dei beni agricoli fa perdere alle esternalità positive la condizione di casualità. Così, di fatto, aumentano i gradi di libertà che gli imprenditori hanno a disposizione per definire i piani produttivi e si incide sulla natura delle loro scelte organizzative e tecnologiche. La multifunzionalità diventa, dunque, una condizione utile per il successo delle imprese che, in ogni caso, continuano a operare seguendo il criterio dell’efficienza. In questo nuovo modello di sviluppo, il principio guida per le imprese diventa quello della competitività sostenibile.
A questa linearità di intenti, però, non sempre corrisponde un’altrettanto semplice attuazione operativa. I motivi di questo stato sono diversi (Frascarelli, 2006); essi riguardano sia il comportamento delle imprese agricole, che stenta a far decollare in modo diffuso un efficace rinnovamento organizzativo, sia la non sempre esaltante efficienza ed efficacia degli enti e delle istituzioni che sono dedicati alla gestione e al controllo delle politiche, alla ricerca e al trasferimento delle innovazioni. Aspetti sui quali, purtroppo, si discute da tempo e ai quali si devono anche aggiungere le difficoltà derivanti da una scarsa congruità tra strategie e politiche europee per valorizzare il ruolo della multifunzionalità agricola ai fini della competitività sostenibile. In effetti, ancora oggi, le azioni della politica agraria comune rappresentano principalmente un incoraggiamento generico alla sostenibilità. Per contro, sarebbe fondamentale che, anche attraverso un confronto tra politica, scienza e mondo operativo, si fornissero indicazioni chiare sulla natura delle esternalità verso le quali indirizzare l’intervento pubblico; si proponessero azioni in grado di tener conto della differente natura delle esternalità; si costruisse un percorso accurato per valutare che l’impegno economico pubblico sia efficiente ed efficace rispetto alle finalità per le quali è stato predisposto.
L’obiettivo della competitività sostenibile è importante e il dibattito in atto sulla politica agricola comune dopo il 2013 sembra ben indirizzato a sostenerlo. Un dibattito che, in ogni caso, deve porre in primissimo piano l’importanza strategica del settore agro-alimentare per qualsiasi paese, specie in questi momenti di forte instabilità internazionale. Ruolo strategico, non solo perché non si può immaginare che gli europei abbiano una forte dipendenza alimentare da paesi terzi, ma anche perché la produzione agro-alimentare è stata ed è foriera di valori culturali e sociali ai quali poco si pensa, immaginandoli come acquisiti, ma che sono basilari per la vitalità di qualsiasi sistema sociale. Valori che possiedono a pieno i connotati di esternalità.

Agricoltura ed energia

I risultati positivi conseguiti in questo ultimo secolo in termini di benessere umano, almeno nei paesi industrializzati e più ricchi, sono stati possibili in quanto è stata garantita un’offerta adeguata alla crescente domanda di energia che lo sviluppo richiedeva. Garanzia che ha rappresentato anche un fattore per legittimare la validità del modello di sviluppo adottato. Negli ultimi 30 anni, però, i consumi mondiali di energia si sono incrementati del 59% (BP Statistical Review, annate varie); soddisfatti, in larghissima parte, dai combustibili fossili. Seguendo i trend medi di sviluppo degli ultimi decenni e in assenza di politiche specifiche volte a modificarli, nei prossimi 25 anni, i consumi energetici mondiali aumenteranno del 50% circa; ancora soddisfatti dai combustibili fossili, soprattutto carbone e gas naturale (International Energy Agency, 2010). Nonostante queste prospettive, la necessità e l’urgenza di individuare nuovi percorsi per la sicurezza energetica sono temi presenti costantemente nelle agende politiche, sia per l’oggettiva carenza delle risorse, sia perché il contrasto tra sfruttamento e disponibilità delle stesse da parte dei diversi Paesi è fonte costante di tensioni internazionali e sia per le sempre più evidenti difficoltà dell’ecosistema mondiale di sopportare gli effetti negativi dell’incremento di consumo dei combustibili fossili.
L’agricoltura non è esente da queste esigenze. Essa rappresenta il settore produttivo che consuma meno energia di altri; secondo il World Energy Council, circa il 2% dei consumi energetici totali a livello mondiale, con punte del 4% circa nei Paesi dell’America latina, in Cina e nei Paesi dell’ex-URSS. L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che i consumi energetici dell’agricoltura nei 27 Paesi europei è, mediamente, del 3,3%; l’Enea indica che, in Italia, il valore è pari al 2.3%1.
Uno stato di fatto che deve tener conto anche dell’efficienza energetica del settore, espressa come rapporto tra ricchezza prodotta ed energia consumata.
Il valore medio mondiale dell’efficienza energetica del settore, al 2008, era pari a 0,055, contro lo 0,142 per l’industria (World Energy Council)2. Lo stesso indicatore, nei Paesi europei, è pari a 0,100 per l’agricoltura e a 0,092 per l’industria - con punte estreme, ad esempio in Olanda, pari a 0,325 per l’agricoltura e a 0,110 per l’industria - mentre in molti paesi in via di sviluppo, ad esempio nei Paesi asiatici, i valori medi sono pari a 0,047 per il settore primario e a 0,170 per quello industriale. Tali differenze incidono sulla competitività delle produzioni agricole europee e tenderanno a modificarne la convenienza e la distribuzione territoriale.
Allo stesso tempo, anche l’agricoltura deve confrontarsi con l’aumento dei gas serra nell’atmosfera. Nel 2008, i gas serra emessi direttamente dall’agricoltura a livello mondiale rappresentavano il 7,6% delle emissioni totali3; nei 27 paesi dell’Ue, la percentuale era pari al 9,5% e, in Italia, al 6,6% (UNFCCC). Valori non preoccupanti4, ma che non considerano le emissioni indirette connesse sia alla produzione di fertilizzanti di sintesi, erbicidi e pesticidi, sia alla trasformazione delle foreste in suoli agricoli. Considerandole, le emissioni totali dell’agricoltura aumentano al 30%; un dato tutt’altro che rassicurante.
L’agricoltura, dunque, deve continuare a considerare il tema energetico con decisa attenzione. Essa può fornire un efficace contributo a centrare gli obiettivi della Direttiva 2009/28/CE, il cosiddetto “Pacchetto clima ed energia 20-20-20”: entro il 2020, il 17% dei consumi totali nazionali di energia e il 10% dei consumi totali di carburanti devono essere soddisfatti da energie rinnovabili. La produzione di energie rinnovabili da parte delle imprese agricole sembra proporsi come risposta efficace5; da una parte, dà concretezza a percorsi di diversificazione produttiva utili a garantire redditi adeguati per la vitalità delle imprese e, dall’altra, contribuisce a soddisfare sia le crescenti esigenze della domanda di energia, sia l’improrogabile necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Un percorso che, ovviamente, è facilitato dalle considerevoli incentivazioni pubbliche concesse a tali attività.
Un percorso ch, in ogni caso, dovrebbe essere valutato anche considerando le, non rare, preoccupazioni sulla sua reale efficacia. Preoccupazioni da non sminuire; ad esempio, negli ultimi dieci anni, la produzione mondiale di etanolo è quadruplicata, da 18,5 miliardi di litri a più di 70 miliardi di litri, e quella del biodiesel è passata da 1 miliardo di litri a 9 miliardi di litri, utilizzando superfici precedentemente destinate alla produzione di alimenti. Negli USA, nello stesso periodo, la produzione di etanolo è cresciuta del 460%; attualmente, circa il 30% della produzione nazionale di mais è impegnato allo scopo e si prevede che la percentuale salirà al 50%, entro il 2015, se non vi saranno innovazioni di rilievo per le energie rinnovabili (Muhammad, Kebede, 2010). In Europa, si stima che le superfici dedicate a semi oleosi, mais e altri cereali per la produzione di biocombustibili dai livelli trascurabili del 2004 passeranno a circa 10 milioni di ettari nel 2016; poco meno del 10% della superficie agricola utile dell’Unione a 27. Ancora, la crescente attenzione per i biocarburanti è alla base della conquista di terreni in Africa. Imprenditori di tutto il mondo hanno “acquistato” più di 5 milioni di ettari destinati alla coltivazione della canna da zucchero, dell’olio di palma e della jatropha, per ricavare biocarburanti. Gli effetti sulle foreste naturali, sulla produzione alimentare e sulle relazioni sociali tra comunità potrebbero non essere indifferenti.
Preoccupazioni, dunque, da valutare attentamente; non solo per considerare gli effetti sull’approvvigionamento alimentare che, come prevede la FAO per il 2050, dovrà crescere del 70% per soddisfare le esigenze di una popolazione che dovrebbe avvicinarsi ai 10 miliardi di persone, ma anche per rispondere in modo inconfutabile a chi afferma che: i consumi di acqua per ottenere le biomasse no food sono più del doppio di quelli richiesti per la produzione di benzina; i maggiori consumi di concimi azotati richiesti allo scopo determinerebbero forti incrementi delle emissioni di ossidi di azoto; il rapporto tra input e output energetico di queste colture è, spesso, tutt’altro che favorevole; il contributo delle agro-energie, anche ipotizzando di triplicarne nei prossimi 20 anni la produzione, sarebbe comunque limitato rispetto alla forte crescita della domanda di energia prevista per lo stesso periodo. Dalla valutazione, inoltre, non dovrebbero essere esclusi i possibili effetti sociali ed economici di medio-lungo periodo. Ad esempio, ancorché estremo, se in Italia l’attenzione verso le agro-energie dovesse diffondersi molto, quali sarebbero gli effetti sulle produzioni alimentari in termini qualitativi. Dovremmo abbandonare il nostro stile di vita alimentare, ricorrendo sempre più ad alimenti omologati? Ancora, una diffusa attenzione verso le agro-energie nelle imprese agricole come incide sull’atmosfera culturale di un sistema rurale. Si riusciranno a mantenere le conoscenze professionali necessarie per svolgere le attività produttive agricole tradizionali nel momento in cui (si spera) si riuscirà ad ottenere una sicurezza energetica indipendente dalle agro-energie? Quali gli effetti che, a seguito di una eventuale minore attenzione alle attività agricole, potranno determinarsi sulle architetture sociali, economiche e strutturali delle filiere alimentari e dei sistemi rurali?
I diversi problemi ai quali si è accennato meritano risposte non evasive. Per questo, è fondamentale convincersi a pieno che la conoscenza e la cultura rappresentano i valori attraverso i quali è possibile garantire uno sviluppo veramente fondato sulla competitività sostenibile. A tale proposito, è sempre più viva l’attenzione della ricerca sulle bio-energie di “seconda o terza generazione”. Si tratta di ricerche volte alla produzione di energie ottenute utilizzando la cellulosa del legno, le parti non commestibili delle piante, i residui delle produzioni agricole destinati a diventare rifiuti sottoposti a fermentazione con specifici trattamenti microbiologici; studi che lanciano un ruolo centrale per le biotecnologie nel settore dei biocarburanti. Altrettanto importanti, sono gli studi volti a ottimizzare il processo di fotosintesi che potrebbe condurre alla fissazione di maggiori quantità di anidride carbonica e a produrre più biomassa; come di rilievo sono le ricerche indirizzate a definire tecnologie efficienti e convenienti in termini economici per la produzione di biocarburanti a partire dalle alghe, tanto che le più importanti multinazionali del petrolio stanno investendo molto in questo campo. Soluzioni che avrebbero l’enorme vantaggio di ridurre/azzerare la competizione tra l’uso dei terreni agricoli a fini alimentari o energetici e lasciano intravvedere risposte interessanti anche per gli aspetti occupazionali.
A fronte di questo stato complesso e in forte evoluzione, il criterio che anima l’interesse delle imprese agricole verso le agro-energie è, invece, alquanto semplice: la decisione di produrle o meno viene presa in relazione alla convenienza economica privata, indipendentemente dagli effetti che tali scelte hanno sul contesto sociale e ambientale. Così, non si riescono a fare passi in avanti decisivi rispetto alla condizione di competitività sostenibile. E’ solo una constatazione, questa ultima, e non un’accusa al comportamento razionale delle imprese; una constatazione che, in ogni caso, dovrebbe essere presa in debita considerazione dalla politica agricola comunitaria affinché possano essere individuate forme differenziate dell’incentivazione pubblica, in funzione della tipologia organizzativa delle imprese e del tipo di agro-energia prodotta.
Le imprese che cedono in uso a terzi i loro terreni, ad esempio per la realizzazione di impianti fotovoltaici, ottengono compensi significativamente più alti di quelli che le stesse riuscirebbero a ottenere con le attività agro-zootecniche tradizionali. Una scelta, dunque, razionale, ma che, allo stesso tempo, sta determinando decisi incrementi del prezzo d’uso della terra per chi ne ha necessità per svolgere attività tradizionali. D’altra parte, la richiesta di terreni per finalità energetiche proviene, quasi sempre, da società e intermediari di aziende non agricole che beneficiano in modo preminente dei contributi pubblici.
Per altre imprese agricole, quelle che producono granaglie, semi oleosi o altro da destinare alla trasformazione in agro-energie, la possibilità di ottenere remunerazioni più soddisfacenti rispetto alle stesse colture prodotte per fini alimentari è legata alla definizione di accordi di programma territoriali tra imprese, trasformatori e istituzioni. Una strada che, come già sperimentato per le produzioni tradizionali, sembrerebbe foriera di risultati non esaltanti.
Le imprese, infine, che sfruttano direttamente i prodotti e/o i sottoprodotti della propria azienda per la produzione di energia. Indipendentemente dal fatto che l’energia sia auto consumata e/o venduta, ci si trova di fronte a realtà propense al nuovo e decise ad affrontare i rischi connessi agli importanti impegni finanziari che tale scelta comporta. Sono, in sostanza, imprenditori innovatori che impegnano le proprie capacità organizzative e gestionali per cogliere le opportunità definite dall’intervento pubblico.
Ebbene, è fondamentale che per queste differenti situazioni siano proposti interventi agevolativi differenziati. Per questo è indispensabile un più deciso impegno delle istituzioni locali a definire veri e propri piani energetici nei quali possano essere definiti il tipo di energia alternativa verso la quale indirizzare le imprese del territorio, la natura dei terreni ai quali dare preferenza per tali attività, la dimensione degli impianti da realizzare, la provenienza delle materie prime utilizzate per le agro-energie, ecc.

Necessita un impegno ulteriore per la sostenibilità

Le considerazioni svolte, ancorché semplici e limitate, volevano dare il senso della complessità insita nel rapporto tra agricoltura, sostenibilità ed energia; soprattutto, volevano evidenziare come alcuni tra i più urgenti problemi che si stanno proponendo all’umanità - la fame nel mondo, la carenza di energia e i cambiamenti climatici - siano fortemente interdipendenti. Il modello dell’agricoltura multifunzionale, fissato per l’Europa, rappresenta una direzione avanzata per cercare di dare risposte concrete a tale complessità. E lo potrà essere, ancora più concretamente, per quanto più diffusamente le imprese agricole saranno incentivate a raggiungere la condizione di competitività sostenibile.
Ovviamente, l’obiettivo della sostenibilità non può riguardare solo le imprese agricole. Esso potrà essere raggiunto solo se, da una parte, si diffonderà la consapevolezza che ogni persona deve assumere un atteggiamento più responsabile in termini sociali, in modo da conciliare il proprio benessere con quello del sistema sociale, economico e ambientale. Dall’altra, se i decisori, soprattutto quelli pubblici, si assumeranno la responsabilità di individuare politiche coerenti con, ed efficaci per, l’obiettivo.
Negli anni più recenti, invece, di fronte alle perseveranti condizioni di crisi economica (anche in agricoltura), si sta determinato un comportamento decisionale che presume di poter fare a meno di rispondere in modo prioritario all’esigenza della sostenibilità; quanto meno, un atteggiamento che sembra legittimare la possibilità di ritardare gli interventi. E’, questa, una strada errata, non solo in termini di tutela delle risorse naturali, ma anche in termini economici. La storia, anche quella più recente, dovrebbe aver insegnato che, se un evento propone dei rischi, i problemi connessi devono essere affrontati e risolti, considerandone tutta la complessità, altrimenti si radicalizzano e determinano costi crescenti.

Riferimenti bibliografici

  • Anania G. e altri (2009), Una Politica agricola comune per la produzione di beni pubblici europei, Agriregionieuropa, n. 19, [link]

  • BP Statistical Review of World Energy, annate varie; in [link]

  • Frascarelli A. (2006), La (difficile) situazione attuale delle imprese agricole nei confronti del mercato e delle riforme della PAC, Agriregionieuropa, n. 5, [link]

  • International Energy Outlook 2010 (2010), Office of Integrated Analysis and Forecasting U.S. Depart-ment of Energy Washington, DC, [link]

  • Muhammad A., Kebede E. (2010), The Emergence of an Agro-Energy Sector: Is Agriculture Importing Instability from the Oil Sector?, [link]

  • UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climate Change, [link]

  • Van der Ploeg J.D., Roep D., 2003. Multifunctionality and rural development: the actual situation in Europe, in Van Huylenbroeck G. - Durand G. (eds.), Multifunctional Agriculture. A new paradigm for Eu-ropean agriculture and Rural Development, Ashgate, Burlington, VT (USA) e Aldershot (UK)

  • World Energy Council, Energy Efficiency Indicators, [link]

  • 1. Si tratta dei consumi energetici netti che non considerano, cioè, i consumi energetici utilizzati per la produzione dei mezzi tecnici necessari all’agricoltura.
  • 2. L’indicatore è calcolato come rapporto tra Milioni di tonnellate di petrolio equivalente (Mtoe) e dollari di prodotto interno lordo complessivo.
  • 3. Il valore è calcolato escludendo le attività di utilizzo dei suoli agricoli e forestali, definite Land-Use, Land-Use Change and Forestry (LULUCF), che hanno un ruolo specifico nella riduzione della concentrazione di gas di serra in atmosfera, derivante dalla capacità delle piante di assorbire anidride carbonica e di fissarla nella biomassa e nel suolo. Considerando queste attività, il valore delle emissioni è più basso.
  • 4. Tra l’altro, rispetto al 1990, l’agricoltura ha dato un contributo positivo alla riduzione delle emissioni - nelle tre situazioni territoriali si registravano, rispettivamente, valori pari a 8,9%, 10,6% e 7,8% - grazie, soprattutto nei paesi europei, al miglioramento delle tecniche gestionali dei suoli agricoli, alla contrazione delle consistenze zootecniche, all’ampliamento di azioni specifiche incentivate da parte delle politiche agricole.
  • 5. Le biomasse solide, a livello mondiale, rappresentano la componente di maggiore peso delle energie rinnovabili (72,9%) che, a loro volta, rappresentato il 12,4% dell’offerta energetica mondiale (International Energy Agency, Renewables Information 2009). Nell’Ue a 27, le fonti rinnovabili hanno garantito, nel 2008, il 10,3% dei consumi energetici totali; la fonte più importante è rappresentata dalle biomasse solide (66,1%) (Eurostat, Data in focus, 30/2010 - Environment and energy). Nel corso degli ultimi venti anni, a livello mondiale, per le biomasse solide, l’idroelettrico e il geotermico si è avuto un tasso annuo di crescita molto contenuto, per l’eolico il valore è pari al 25,0%, per le biomasse liquide, il gas da biomassa e i rifiuti urbani l’incremento annuo è stato di 10,4% e per il solare di 9.8% (International Energy Agency, Renewables Information 2009).
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