Democrazia e sostenibilità ambientale

Democrazia e sostenibilità ambientale
a Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento Economia e Impresa

Introduzione

Obiettivo della nota è verificare l’esistenza di una relazione fra la sostenibilità ambientale del sistema economico e la forma di governo dei vari Paesi e accennare alle principali implicazioni delle evidenze riscontrate.
Il lavoro affronta l’analisi del rapporto tra utilizzo delle risorse ambientali e livelli di democrazia facendo ricorso a degli indicatori sintetici. Tali indicatori, sebbene ampiamente utilizzati nella letteratura scientifica, presentano un carattere molto generale che conferisce loro una grande forza comunicativa ma, allo stesso tempo, ne limita la capacità nel descrivere la complessa eterogeneità della realtà.
Nella prima parte del lavoro viene svolta un’analisi finalizzata a cogliere gli eventuali legami fra il livello di democrazia dei governi nazionali e alcune dimensioni fondamentali della condizione di vita delle popolazioni quali lo sviluppo sociale, la disponibilità economica e la qualità ambientale. La seconda parte, invece, è dedicata all’approfondimento del rapporto esistente fra la dimensione del sistema economico dei Paesi mondiali e il relativo impatto sugli ecosistemi, al fine di comprendere se lo sviluppo economico, in virtù del maggiore livello di progresso tecnologico che determina, sia effettivamente in grado di ridurre l’impatto dei processi di produzione e di consumo sull’ambiente e sulle risorse naturali. Nella parte conclusiva vengono tracciate alcune riflessioni preliminari sulle implicazioni di carattere generale cha scaturiscono dell’esame dei risultati delle analisi condotte.

Relazioni fra democrazia e sviluppo umano, crescita e impatto ambientale

Una misura del livello di democrazia

Tentare una misurazione del livello di democrazia presente in un Paese è un compito indubbiamente arduo che, qualunque sia l’approccio adottato, presenta dei limiti oggettivi e, di conseguenza, si presta a critiche e obiezioni. Infatti, anche ammettendo che sia possibile giungere a una definizione universalmente condivisa del concetto di “democrazia”, rimane aperta la questione di quali dimensioni concorrano nel determinarla, quale peso relativo esse assumano e quali variabili siano in grado di descriverle e quantificarle.
Nel nostro caso, senza entrare nel merito di tali questioni, si fa riferimento al Democracy Index (DI) dei governi nazionali, così come definito dalla Economist Intelligence Unit (2009), il quale è basato su 60 diversi indicatori raggruppati in 5 macrocategorie:

  • processi elettorali e pluralismo;
  • libertà civili;
  • funzionamento del governo;
  • partecipazione politica;
  • cultura politica.

Il punteggio relativo a ciascuna macrocategoria è espresso in una scala da 0 a 10 e il DI di una nazione è calcolato come media di tali punteggi. Sulla base del valore assunto dal DI, un Paese è collocato in una delle quattro differenti tipologie:

  • democrazie compiute (full democracies - FD), se DI>8;
  • democrazie imperfette (flawed democracies - ID), se 6<DI<8;
  • regimi ibridi (hybrid regimes - HR), se 4<DI<6;
  • regimi autoritari (authoritarian regimes - AR), se DI<4.

Relazione fra democrazia e sviluppo umano

L’indice di sviluppo umano (Human Development Index - HDI) è stato proposto da numerosi autori quale misura del benessere dei popoli e fatto proprio dalle Nazioni Unite che ne hanno definito la modalità di calcolo (Unpd, 2005). Tale indicatore tiene conto di aspetti fondamentali quali: aspettativa di vita, livello di alfabetizzazione e scolarizzazione, disponibilità economica. HDI è misurato in una scala da 0 a 1 ed è ormai prassi consolidata considerare 0,8 la soglia al di sopra della quale si situano i Paesi con un elevato tasso di sviluppo umano (Moran et al., 2008).
Come è facile intuire, il livello di democrazia di una nazione e lo sviluppo umano dei suoi cittadini, inteso come presenza dell’insieme delle diverse dimensioni considerate nell’indicatore, sono strettamente legati. Facendo riferimento ai 162 Paesi per i quali sono disponibili i valori di entrambe le variabili (1), si riscontra un coefficiente di correlazione fra DI e HDI prossimo a 0,6, altamente significativo in termini statistici.
Tuttavia, l’andamento di tale legame, approfondito attraverso un’analisi di regressione lineare, presenta una tendenza molto diversa fra Paesi democratici (DI>6) e regimi (DI<6). Nei primi si osserva una relazione diretta fra le due variabili (r2 = 0,51), che evidenzia come un incremento unitario di DI determini, in media, una crescita di quasi 0,1 dell’indice HDI; nei regimi, invece, si osserva una totale indipendenza fra le due variabili. Questo risultato porterebbe a concludere che lo sviluppo umano sia una conseguenza “naturale” dei processi di democratizzazione, mentre, laddove i governi presentano significativi connotati autoritari, indipendentemente dall’entità di tali connotati, lo sviluppo umano è in gran parte determinato da specifiche situazioni locali.

Relazione fra democrazia e crescita economica

Per confrontare il livello di democrazia dei governi con la dimensione della crescita dell’economia nazionale è stata valutata la relazione fra DI e Pil pro capite (2) attraverso una semplice analisi di regressione. Che le due variabili presentino una certa dipendenza, oltre a considerazioni basate su una conoscenza generale della situazione planetaria e su un’ampia letteratura, è desumibile dal risultato ottenuto in precedenza. Infatti, essendo la disponibilità economica una delle tre dimensioni che definiscono il livello di sviluppo umano, il fatto che DI e HDI siano significativamente correlate condiziona l’esistenza di un analogo legame anche fra DI e Pil.
Ciò che è importante, ai fini dell’analisi, è la direzione del nesso di causalità fra democrazia e ricchezza. Infatti, l’ipotesi standard che la crescita economica sia all’origine di un progressivo sviluppo della democrazia non è più universalmente accettata. Al contrario, recenti studi sembrano dimostrare che la relazione sia quella opposta, ovvero che, nel legame costantemente osservato fra le due variabili, la democrazia rappresenti la causa e la ricchezza l’effetto (Acemoglu et al., 2008).
Adottando questo approccio si ottiene un risultato che evidenzia una ulteriore diversità fra regimi autoritari e governi democratici. Nei primi si conferma una sostanziale indipendenza fra sviluppo economico e livello di democrazia e, se una lieve tendenza può essere segnalata, è di un andamento contrapposto fra DI e Pil determinato in larga misura da alcuni Paesi arabi governati da regimi autoritari (principalmente Qatar, Emirati Arabi e Kuwait) nei quali si osservano elevati livelli medi di ricchezza, comunque originati da una distribuzione fortemente disomogenea della stessa fra la popolazione. Nel secondo gruppo, invece, il legame è tendenzialmente di tipo quadratico, il che evidenzia una sorta di effetto moltiplicativo della “libertà democratica” rispetto alla crescita economica. Quest’ultimo aspetto meriterebbe ulteriori approfondimenti, in particolare per cogliere quali tra le cinque dimensioni che concorrono a definire il livello di democrazia siano le maggiori responsabili di questa relazione che, per certi versi, appare sorprendente.

Relazione fra democrazia e impatto ambientale

Per valutare le relazioni esistenti fra livello di democrazia dei governi nazionali e impatto sull’ambiente, quest’ultima variabile è stata considerata sia in termini di utilizzo di risorse sia di capacità degli ecosistemi nel fornire tali risorse. Nel primo caso si è fatto ricorso all’Impronta Ecologica, nel secondo a un indice di sostenibilità basato sul confronto fra la stessa Impronta Ecologica e la Biocapacità. L’Impronta Ecologica (Ecological Footprint – EF) è un indicatore, espresso in “ettari globali” (gha), che consente di valutare l’impatto che l’uomo esercita sull’ambiente in termini di superficie ecologicamente produttiva necessaria per fornire tutte le risorse di energia e materia che consuma e per assorbire tutti gli scarti che produce (Wackernagel e Rees, 1996). Va precisato che questo indicatore, sia per le sue modalità di calcolo che per la sua eccessiva sinteticità rispetto ad una problematica estremamente complessa quale l’impatto antropico sugli ecosistemi, è oggetto di varie critiche che ne hanno evidenziato gli oggettivi limiti di applicazione. Tuttavia, alla luce dell’utilizzo che ne viene fatto in questo lavoro, si ritiene che possa fornire delle indicazioni complessivamente accettabili sul fenomeno che si intende analizzare.
La Biocapacità (Biocapacity – BC) misura l’offerta di bioproduttività di un territorio, determinata dalla disponibilità e dall'effettiva produttività delle risorse naturali locali. Anche questo indicatore viene espresso in ettari globali, valutati tenendo conto dalla bioproduttività delle diverse categorie di terreno in relazione a “fattori di equivalenza” e “fattori di rendimento” aggiornati annualmente.
Per sviluppare questa parte dell’analisi si è partiti dall’ipotesi che l’impiego di risorse (EF) sia determinato della crescita economica la quale, come si è visto, può essere ritenuta dipendente dal livello di democrazia. Muovendo da questa premessa, che comunque richiederebbe approfondimenti teorici e robuste validazioni empiriche che vanno oltre gli obiettivi di questa analisi, si osserva una situazione sensibilmente diversa fra il gruppo dei regimi (DI<6) e quello delle democrazie (DI>6). Per i primi EF si mantiene sostanzialmente costante al crescere di DI e, in linea di massima, inferiore a 2,1 gha, il valore che rappresenta il livello medio di biocapacità a scala planetaria e, di conseguenza, una sorta di soglia massima per la sostenibilità (WWF, 2008). Nelle democrazie la situazione si presenta molto differente, con un legame significativo fra le due variabili (r2=0,59) e un incremento di EF pari a circa 1,2 gha in corrispondenza di un incremento unitario di DI.
Andando a considerare la differenza fra richiesta e disponibilità di risorse, è possibile definire un indice di sostenibilità come differenza fra BC e EF. Rispetto a tale indicatore di deficit/surplus di biocapacità, sono state considerate le seguenti situazioni:

  • Insostenibilità, se BC-EF < -0,5 gha;
  • Equilibrio, se -0,5 < BC-EF < +0,5 gha;
  • Sostenibilità, se BC-EF > +0,5 gha.

Le due variabili relative alla forma di governo (FD, ID, HR, AR) e alla condizione di sostenibilità (Insostenibilità, Equilibrio, Sostenibilità), considerate per i 149 Paesi per i quali sono disponibili entrambi i dati (3), presentano un livello di associazione, misurato attraverso la statistica Χ2, altamente significativo (p-value<0,01). La rappresentazione congiunta degli esiti delle due variabili sul piano dei fattori, eseguita con l’analisi delle corrispondenze (Clausen, 1998), consente di evidenziare la contiguità fra le singole categorie e, di conseguenza, il tipo di associazione fra le variabili stesse. In questo caso, per semplicità di rappresentazione, le forme di governo sono state distinte fra democrazie (FD e ID) e regimi (HR e AR). Il risultato di questa elaborazione, riportato in figura 1, mostra come, a fronte di una sostanziale equidistanza dalla condizione di piena sostenibilità, i regimi siano maggiormente orientati verso situazioni di equilibrio mentre le democrazie verso l’insostenibilità. Quest’ultima tendenza, fra l’altro, è parzialmente limitata dalla presenza fra le democrazie di alcuni Paesi (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia) che, grazie a una bassa densità di popolazione, dispongono di una Biocapacità pro-capite tale da compensare ampiamente un’Impronta Ecologica individuale estremamente elevata.
Esula dagli scopi di questa nota tentare di indicare le ragioni politiche e sociali che sono all’origine della tendenziale insostenibilità ambientale che si osserva nei sistemi economici e negli stili di vita dei Paesi democratici; tuttavia, nelle considerazioni di sintesi si accennerà alle possibili implicazioni di questo fenomeno.

Figura 1 – Relazione fra forma di governo e impatto ambientale

Relazione fra crescita economica e utilizzo di risorse naturali

Per valutare l’entità del legame fra espansione del sistema economico e impatto ambientale è stata svolta un’analisi di correlazione fra Pil pro capite ed EF per i 149 Paesi per i quali sono disponibili entrambi i dati (vedi note 2 e 3). Il coefficiente di correlazione risulta pari a 0,839: un valore talmente significativo che, nonostante tutti i limiti e le approssimazioni che caratterizzano il calcolo dell’Impronta Ecologica, può essere considerato come una robusta evidenza empirica di come la dimensione del sistema di produzione/consumo e il livello di impiego di risorse naturali procedano di pari passo (Blasi et al., 2008).
Questo primo risultato suggerisce di approfondire il legame fra Pil ed EF attraverso la stima della dipendenza funzionale fra le due variabili. La funzione che meglio si adatta ai dati (r2=0,74) è la seguente EF = 1,27 PIL0,38. La forma generale di tale funzione (y=αxβ; 0<β<1) consente di sviluppare alcune considerazioni su come il diverso livello di sviluppo incida sul consumo di risorse naturali.
Il fatto che β>0 evidenzia come l’aumento del Pil implichi un aumento di EF; tuttavia, essendo β<1, l’incremento di EF conseguente a un aumento di Pil tende a diminuire all’aumentare di Pil. Questa situazione rappresenta una conferma di quanto previsto dal paradigma neoclassico, ovvero che un più elevato livello di sviluppo economico consente di disporre di tecnologie più efficienti in termini di impiego delle risorse. Ad esempio, utilizzando la funzione stimata, risulta che un aumento del Pil da 10.000 a 11 mila dollari comporta un incremento dell’impronta ecologica di 0,11 gha, mentre l’incremento da 30 a 31 mila dollari richiede un impiego di risorse pari a circa la metà. Tuttavia, la stessa funzione mostra che, all’aumentare del Pil, analoghi incrementi relativi di Pil determinano incrementi crescenti di EF. Così, ad esempio, mentre una crescita del Pil da 10 a 11 mila dollari determina un incremento dell’EF di 0,11 gha, un’identica variazione del 10% da 30 a 33 mila dollari comporta aumento di EF pari a 0,17 gha.
Ciò significa, in sostanza, che per mantenere un tasso di crescita economica costante è richiesto un consumo di risorse progressivamente crescente. Questa situazione rappresenta un’ulteriore conferma della manifestazione del cosiddetto “effetto rimbalzo” (Schneider, 2007). In altri termini, se definiamo lo sviluppo come il miglioramento qualitativo del sistema (riduzione di risorse per il medesimo livello di PIL o incremento di Pil a parità di utilizzo di risorse) e la crescita come l’aumento della dimensione quantitativa del sistema, la realtà evidenzia come la forbice crescita-sviluppo tenda inesorabilmente ad allargarsi.

Alcune considerazioni di sintesi

La lettura delle evidenze empiriche presentate in questa nota consente di affermare come esista una profonda differenza nelle condizioni di vita fra le popolazioni dei Paesi democratici e di quelli con governi autoritari. Nei regimi tutte le dimensioni considerate (sviluppo sociale, disponibilità economica e pressione sugli ecosistemi) presentano dei livelli più contenuti e, aspetto estremamente interessante, del tutto indipendenti dal maggiore o minore livello di democrazia dei singoli governi. Situazione molto diversa si osserva nei Paesi democratici dove le tre componenti tendono ad assumere valori sempre più consistenti al crescere del livello di democrazia. Da questo punto di vista l’analisi condotta ha fornito una conferma di quanto ormai pienamente acquisito nell’ambito dell’economia politica, ovvero che il raggiungimento della piena democrazia si lega in modo diretto, anche se con rapporti e tendenze differenti, al miglioramento delle condizioni sociali, alla maggiore ricchezza e alla crescente utilizzazione delle risorse naturali.
Soffermandoci in particolare su questo ultimo aspetto, quanto emerso nella seconda parte dello studio sembra evidenziare una progressiva e inevitabile deriva dei Paesi democratici verso condizioni di sempre più grave insostenibilità ambientale. Un destino che lo sviluppo tecnologico, almeno a giudicare dall’osservazione della realtà, è in grado soltanto di procrastinare. Se il quadro è quello che l’indagine condotta sembra tracciare, è opinione di chi scrive che la democrazia, almeno nelle forme rappresentative che attualmente assume nei Paesi occidentali, costituisca una forma di governo destinata ad accentuare progressivamente i conflitti ambientali che nascono dalla incompatibilità fra la crescita dei sistemi economici e i limiti oggettivi imposti dalla dimensione finita delle risorse planetarie.
Con questo non si vuole assolutamente sostenere che l’unica strada percorribile per la sostenibilità ambientale sia quella del ricorso a forme più o meno estreme di totalitarismo. Infatti, al di là di ogni considerazione di carattere morale, appare evidente come le conseguenze sulla qualità della vita e sul benessere sociale sanciscano l’impossibilità di prendere in considerazione l’ipotesi del ricorso a regimi autoritari quale soluzione politica alla questione ecologica. Avrebbe poco senso, almeno in una visione antropocentrica, la conservazione di un genere umano i cui diritti si limitassero esclusivamente alla sopravvivenza della propria specie.
Nella misura in cui si condivide quanto emerso dall’analisi, l’ovvia questione che scaturisce è se sia possibile pensare a una “terza via” che escludendo le diverse forme di autoritarismo e superando  l’insostenibilità ambientale che sembra caratterizzare le attuali democrazie rappresentative, possa far coesistere il raggiungimento e il mantenimento di elevati standard di benessere sociale con la capacità di preservare la qualità dell’ambiente e delle risorse naturali.
Senza prendere neanche in considerazione l’ipotesi di rispondere in modo compiuto a una tale domanda, è possibile individuare alcuni elementi che potrebbero concorrere a gettare le basi per un ripensamento della politica in una prospettiva quale quella indicata. Fra l’altro è questo un processo già in atto, che si manifesta attraverso la nascita e lo sviluppo di numerose iniziative di variegate espressioni della società civile. Il denominatore comune di molte di queste iniziative è il desiderio e la ricerca di “forme di autogoverno responsabile delle comunità locali… come uno strumento di ‘liberazione’ della vita quotidiana individuale e collettiva dalle sovra-determinazioni e coazioni del mercato… contro scelte economiche, territoriali, ambientali, infrastrutturali non più riconosciute come portatrici di benessere” (Magnaghi, 2006). In queste esperienze la partecipazione, in tutte le sue forme, diviene un rimedio alle disfunzioni della democrazia rappresentativa e alla delegittimazione della classe politica, e restituisce ai cittadini la capacità di assumere decisioni sulle questioni che li riguardano direttamente, riguadagnando l’ultima parola rispetto al pronunciamento di quei “saperi esperti”, che vengono percepiti come estranei e mera espressione tecnica di indirizzi suggeriti dai politici (Allegretti, 2009).
Il discorso è senza dubbio di estrema complessità e oggetto di opinioni differenti, talora anche contrastanti; quello che qui si è voluto esprimere è il convincimento, in qualche supportato dall’analisi della realtà, che sia indispensabile trovare delle nuove forme di governance che siano in grado di trovare il necessario equilibrio fra reale benessere delle popolazioni ed effettiva sostenibilità ambientale. Solo il futuro ci saprà dire se tale un cambiamento sarà determinato da una progressiva consapevolezza o da una drammatica emergenza.

Note

(1) I dati relativi al Democracy Index sono riferiti al 2008 (Economist Intelligence Unit, 2009), quelli relativi al Human Development Index sono riferiti al 2007 (UNDP, 2009).
(2) I valori del PIL pro capite si riferiscono al 2008 e sono tratti dalla banca dati del Fondo Monetario Internazionale (IMF, 2009).
(3) La tipologia della forma di governo (ID, FD, AR, HR) è basata sul valore del Democracy Index (vedi nota 1), mentre la classificazione fra Insostenibilità, Equilibrio e Sostenibilità è basata sui valori di EF e BC riferiti al 2005 e tratti dall’ultima edizione del Living Planet Report (WWF, 2008).

Riferimenti bibliografici

  • Acemoglu, D., Johnson, S., Robinson, J.A. and Yared, P. (2008). Income and Democracy, American Economic Review 98(3), 808-42.
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  • Clausen S. E., (1998). Applied Correspondence Analysis: an Introduction, SAGE Publication.
  • Economist Intelligence Unit, (2009), The Economist Intelligence Unit’s Index of Democracy 2008, The Economist.
  • IMF (2009), World Economic Outlook Database, October 2009, International Monetary Fund [link].
  • Magnaghi, A., (2006). Dalla partecipazione all’autogoverno della comunità locale: verso il federalismo municipale solidale, Democrazia e diritto, n. 3, pp. 134-150.
  • Moran D. D., Wackernagel M., Kitzes J. A., Goldfinger S. H., Boutaud A., (2008). Measuring sustainable development — Nation by nation, Ecological Economics, n.64, pp.470-474.
  • Schneider F., (2007). L’effetto rimbalzo. Per una critica dell’ottimismo tecnologico, in Bonaiuti M. (a cura di), Obiettivo Decrescita, EMI, Bologna.
  • UNDP, (2009). Human development report 2009. United Nations Development Programme, New York.
  • Wackernagel, M., Rees W., (1996). Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth. Gabriola Island, BC: New Society Publishers.
  • WWF, (2008). Living planet report 2008, WWF, Gland, Switzerland.
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