Struttura e ruolo dell’Università

Struttura e ruolo dell’Università

Da mille anni riferimento per la società

Nel periodo in cui nascono, nel cuore del Medioevo, le istituzioni universitarie si propongono di trasformare le riunioni assembleari delle accademie, qualificate da lezioni magistrali da parte di maestri e discussioni con i discepoli, da studio particolare a studio generale. Scopo dell’Universitas studiorum: far crescere e diffondere il pensiero culturalmente avanzato per migliorare il potenziale mercantile e la forza militare delle città. L’Università acquisisce come propria la funzione della ricerca nel XIX secolo, diventando soggetto centrale della formazione e della ricerca, con il fine di contribuire allo sviluppo socio-economico dell’uomo. Oggi che le idee e le conoscenze sono diventate essenziali nel processo di generazione del benessere umano, all’Università è attribuito il ruolo di attore principale per sostenere questo processo; un ruolo da svolgere attraverso la gestione razionale della dinamica che si manifesta nel triangolo della conoscenza: formazione, ricerca ed innovazione. La vera questione è se la struttura attuale dell’Università sia adatta a supportare la centralità del ruolo. Di tali aspetti si discute in questa nota, con riferimento al sistema universitario del nostro paese.

Il ruolo delle Università

Quando il Consiglio europeo di Lisbona, nel marzo 2000, propose la strategia di far diventare l’Europa “l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”, specificò che il fine deve essere raggiunto per “realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. Una strategia che sostiene l’esigenza di realizzare, in modo congiunto, una solida economia della conoscenza e una reale società della conoscenza. Le sfide che condizionano il futuro del mondo, competizione globale e coesione sociale, lo impongono.
Una scelta importante ma, forse, non esaustiva, in quanto ancora non dà la giusta evidenza al fatto che, per realizzare la società della conoscenza, è necessaria anche una specifica attenzione allo sviluppo culturale, come ben evidenziato nelle dichiarazioni di Glasgow (2005) e di Lisbona (2007) dell’European University Association (1). La socializzazione delle conoscenze, quale espressione di crescita culturale, è un fattore qualificato dello sviluppo e un obiettivo efficace per la vitalità dell’Università. Essa trasforma il processo innovativo da aspetto tecnico, di competenza solo degli addetti ai lavori, ad aspetto di interesse di tutti. In tal modo, si agevola una più ampia partecipazione della società ai processi decisionali che la riguardano, si permette all’Università di avere interlocutori competenti e, quindi, di rispondere in modo efficace alle loro reali esigenze, si dà la possibilità a tutti di comprendere il valore delle attività accademiche e, quindi, di legittimare in modo consapevole la richiesta crescente di risorse di cui le Università hanno bisogno.
L’Università è promotrice attiva della società della conoscenza; il problema aperto è con quale tipo di impegno debba farlo. In effetti, è in atto un acceso confronto tra i sostenitori del modello humboldtiano, basato sulla natura pubblica dell’Università e sull’esclusiva e salda relazione tra formazione e ricerca, e gli entusiasti del modello imprenditoriale, centrato sulla natura privata dell’Università e sull’ampliamento delle sue funzioni tradizionali alle attività di ricerca e sviluppo proprie delle imprese. Indipendentemente dalle ragioni degli uni e degli altri, è reale ed evidente l’esigenza di un confronto più incisivo tra i bisogni sociali e le scelte universitarie.
Non è in discussione l’autonomia dell’Università, ma bisogna evitare che la stessa autonomia venga confusa con l’anarchia: libertà della scienza non significa anche libertà della coscienza. L’Università, per svolgere a pieno il ruolo trainante dello sviluppo, deve essere disponibile a confrontarsi con la coscienza sociale; cioè, con l’organizzazione, i modelli di riferimento ed i fini della società. Anche se, come è oggi, quando sono poco chiare le priorità dello sviluppo e le modalità per conseguirle, non è semplice realizzare il confronto in modo utile ed è difficile, per l’accademia, fissare le proprie strategie. La politica degli ultimi anni non è riuscita a dare un contributo concreto ed efficace per rispondere alla domanda: “quale Università per quale sviluppo”; così che le iniziative del legislatore in materia sono nate in modo disordinato, lasciando il sistema universitario “in mezzo ad un guado” dal quale sembra difficile uscire. Non si vuole fare una difesa forzata dell’accademia rispetto alle non rare accuse di conservazione e di autoreferenzialità rivolte ad essa, spesso con cognizione di causa, ma l’assenza di certezze sul modello di Università che si vuole realizzare rende difficile trovare risposte valide a questioni primarie per il futuro del sistema universitario, quali, ad esempio, l’intensità della convergenza tra ricerca di base e ricerca finalizzata, la natura dei paradigmi scientifici in funzione del tipo di sviluppo socio-economico che si vuole raggiungere, la priorità delle tematiche di interesse strategico per lo sviluppo.

La struttura delle Università

La condizione strutturale dell’Università, cioè la tipologia, la disponibilità e l’organizzazione delle risorse presenti, non poteva non essere condizionata dello stato di indecisione descritto. Essa stessa, però, è anche causa delle difficoltà che l’Università incontra a star dietro al dinamismo della società civile. Di seguito, alcune concise osservazioni riferite alla ricerca; ben consapevoli che l’efficacia della formazione per valorizzare il capitale umano è prerogativa fondamentale per la ricerca e per lo sviluppo e che, per questo, è necessario passare da un’Università basata sulla centralità dei docenti ad una fondata sulle esigenze di apprendimento degli studenti, preoccupandosi di realizzare la didattica con paradigmi e metodi di insegnamento coerenti con le strategie di sviluppo della società, piuttosto che di rilasciare titoli di studio con validità legale.
La disponibilità di risorse finanziarie ed umane è l’aspetto dal quale si può iniziare. I dati sono di dominio comune; solo qualche indicazione del fenomeno (2). La percentuale del PIL che, globalmente, l’Italia dedica alla ricerca e sviluppo (1,09%, nel 2005) è più bassa di quella media europea (1,84% nell’EU a 27, nel 2005) e di quella degli USA e del Giappone (rispettivamente, 2,61% e 3,32%, nel 2005); con uno scarto che è rimasto costante negli ultimi 15 anni. Da segnalare, però, che le risorse provenienti dal pubblico, in larga parte dal governo, sono in linea con la situazione media europea (nel 2005, 0,52% del PIL in Italia, 0,65% nell’EU a 27) ed internazionale (0,68% negli Usa e 0,73% in Giappone). Riguardo al numero dei ricercatori la situazione è analoga: in Italia, 3,65 ricercatori ogni 1.000 unità di forza lavoro, nel 2005, contro 5,78 nell’EU a 27 (8,08 negli USA e 9,88 in Giappone). Di nuovo, però, si rileva un recupero se si considerano solo i ricercatori delle Università: 2,05 unità per 1.000 unità di forza lavoro, in Italia, 2,88, nell’EU a 27 e 4,41 in Giappone. Dati che, almeno per l’Università, ridimensionano le dichiarazioni di carenza di risorse per la ricerca, ma che, ovviamente, poco dicono sull’efficienza e sull’efficacia delle risorse; condizioni sulle quali, con molto realismo, si dovrebbe indagare.
Un secondo aspetto da sottolineare è la polverizzazione delle strutture pubbliche di ricerca. Una situazione che rende difficile creare la massa critica di risorse necessarie per costruire una strategia per l’eccellenza, produce inefficaci duplicazioni degli investimenti, tende a legittimare una distribuzione a pioggia dei finanziamenti, contribuisce alla permanenza della ricerca nei settori a tecnologia più o meno matura. La condizione è frutto di una determinata, ma disorganica ed inopportuna, volontà congiunta del decisore pubblico e del mondo accademico, che sarebbe urgente superare, migliorando almeno le forme di coordinamento e di cooperazione tra le varie sedi.
L’assetto istituzionale interno dell’Università non agevola questi miglioramenti. Le Facoltà sono strutture conservative e, per questo, inerziali. Alcune loro scelte strategiche, molto influenti anche per la ricerca, sono condizionate dai gruppi scientifici di maggioranza presenti che, anche per l’elevata età media dei docenti, rappresentano la naturale espressione di esigenze scientifiche del passato. I Dipartimenti hanno nell’affinità disciplinare il criterio istituzionale. Un criterio che frena la ricerca inter-disciplinare necessaria, oggi come non mai, per affrontare la complessità con la quale si propongono le esigenze della società. Un criterio, inoltre, che porta a negare il valore dell’approccio interdisciplinare nel valutare le carriere dei ricercatori e che ostacola il superamento della concezione meccanicistica del pensiero scientifico, ancora presente in molti ambiti culturali, che ha legittimato l’approccio metodologico del riduzionismo, proprio dell’impostazione disciplinare.
La mancanza di stimoli a sviluppare dall’interno una cultura della valutazione è alla base di uno dei principali difetti del sistema universitario: l’assenza di una struttura organizzativa efficace per valutare la ricerca.
Ancora oggi, ci si preoccupa principalmente della valutazione amministrativa delle risorse utilizzate, piuttosto che della valutazione dei risultati conseguiti. Si è detto che le risorse messe a disposizione dal governo italiano per la ricerca non variano molto da quelle elargite, mediamente, dagli altri paesi europei; per competere con i sistemi avanzati del mondo, però, deve essere data la massima attenzione a migliorare la produttività delle risorse impiegate, soprattutto con un sistema organizzato di valutazione che operi in modo efficiente e non episodico.
Non si può concludere questa veloce ed incompleta rassegna sui limiti strutturali senza ricordare la lacunosa organizzazione per gestire l’uso delle innovazioni; quella che dovrebbe permettere all’Università di svolgere il nuovo ruolo di soggetto attivo dello sviluppo. Una situazione che non deriva dall’esclusiva disattenzione delle Università, ma dallo scarso impegno di tutti i soggetti, pubblici e privati, interessati a questa fase operativa. L’importanza di creare sistemi locali orientati all’innovazione è ampiamente condivisa; essa non nega la natura globale della conoscenza, ma esprime l’esigenza di realizzare un modello di sviluppo che permetta agli stessi sistemi di essere vitali, valorizzando le varietà delle risorse presenti. Il confronto continuo tra le conoscenze che il sistema produce e che ha sedimentato nel tempo, con quelle prodotte ed acquisite dall’ambiente esterno rappresenta il vero motore di tale percorso.
L’impegno attivo ed integrato dell’Università, di altri enti di ricerca, dei governi e delle imprese locali deve essere rivolto ad organizzare questo confronto ed a costruire le interdipendenze per gestire le conoscenze. La realizzazione di un tale modello è condizionata da molti fattori, espressione dell’evoluzione sociale, economica, tecnologica e culturale del sistema locale, ma l’Università rappresenta il fulcro attorno al quale realizzarlo. Per svolgere questo ruolo, l’Università deve essere inserita in modo appropriato nelle reti corte del sistema locale e, affinché gli altri soggetti del sistema non si perdano nelle reti lunghe della globalizzazione, deve strutturarsi per essere l’attore di raccordo con le conoscenze dell’ambiente globale. Uno stimolo anche per le Università a superare il non troppo infrequente difetto di confronto internazionale.

La realtà delle Facoltà di agraria

Le strutture universitarie dedite alla ricerca nel settore agro-alimentare, per affrontare il percorso di rinnovamento richiesto dalla società della conoscenza, devono anche tenere in considerazione l’evoluzione che la società sta fissando per le funzioni del settore. La nuova strategia europea, fondata sulla multifunzionalità responsabile e competitiva delle imprese del settore agro-alimentare, mira a far sì che gli aspetti economici privati della produzione siano in sintonia con quelli sociali inerenti alla tutela ed alla salvaguardia dell’ambiente e del territorio, allo sviluppo economico ed occupazionale delle aree rurali, alla valorizzazione delle risorse locali, alla qualità alimentare ed alla tutela del consumatore. Un disegno strategico ampiamente da condividere e verso il quale i ricercatori delle Facoltà di agraria stanno dedicando attenzione, individuando nuovi campi operativi ed utilizzando nuovi strumenti teorici e metodologici di lavoro (3). Per rendere più vantaggioso tale interesse, sarebbe, in ogni caso, indispensabile affrontare e risolvere alcuni punti di debolezza ancora presenti nelle Facoltà di agraria.
Le Facoltà di agraria hanno una risorsa importante per affrontare il rinnovamento: la varietà delle competenze scientifiche presenti al loro interno. La complessità dello sviluppo nella società della conoscenza, all’interno della quale si inserisce la varietà delle funzioni che l’agricoltura è chiamata a svolgere, presuppone l’uso di percorsi analitici e metodologici altrettanto complessi. La presenza di biologi, biotecnologi, chimici, ingegneri, agronomi, zootecnici, forestali, tecnologi alimentari, economisti all’interno della stessa struttura costituisce una risorsa potenziale di rilievo per affrontare con efficacia la complessità del mondo reale. Il rammarico è che tale potenzialità ancora non è sfruttata in modo pieno e molte delle ricerche hanno ancora natura disciplinare. Un impegno prioritario per il successo della ricerca e dei ricercatori è, dunque, quello di rafforzare i percorsi analitici interdisci-plinari.
I ricercatori delle scienze agrarie, in ogni caso, devono impegnarsi a rispondere in modo sempre più efficace alle reali esigenze delle imprese agro-alimentari e dei sistemi rurali. Diverse indagini mettono in luce una sorta di polarizzazione tra la domanda di cambiamento delle imprese e l’offerta della scienza (4). Le imprese evidenziano l’esigenza di risposte immediate ai loro problemi che, in modo prioritario, sono di tipo economico-organizzativo. Dall’altra parte, i ricercatori propongono attività indirizzate verso l’obiettivo del miglioramento della conoscenza scientifica. Ciò, ovviamente, non significa che la conoscenza scientifica non produce innovazioni tecnologiche efficaci a superare i problemi economici ed organizzativi delle imprese; sta il fatto che, spesso, la natura delle innovazioni e, soprattutto, i tempi con le quali sono proposte dalla ricerca non corrispondono a pieno alle esigenze degli operatori. Emerge, cioè, la difficoltà di trovare un raccordo funzionale tra esecuzione della ricerca e finalizzazione della stessa, che ripropone l’esigenza di trovare una forma organizzata per far dialogare in modo proficuo i ricercatori con i vari utenti della ricerca. Un’esigenza prioritaria, specie ora che le recenti trasformazioni della politica agricola europea stanno determinando una crescente difficoltà per le imprese agro-alimentari ad essere vitali nel confronto diretto con il mercato, diventato globale.
Un’ultima questione, ma non in termini di importanza, riguarda la distribuzione delle competenze scientifiche all’interno delle Facoltà di agraria. Ancorché con una certa varietà tra le sedi universitarie, l’attuale composizione numerica dei ricercatori nei vari settori scientifici è la rappresentazione del passato, con una prevalenza dei ricercatori nei settori tradizionali delle produzioni agro-zootecniche. Senza voler proporre alcuna critica, ma solo per dare il significato di quanto affermato, un esempio: i ruoli universitari presenti in tutte le Facoltà di agraria italiane nel settore che si occupa delle biotecnologie rappresentano, oggi, circa il 4% di tutti i ricercatori che operano nelle stesse Facoltà; per contro, i ruoli presenti nei settori tipici delle produzioni agro-zootecniche sono circa il 30%. Non si vuole discutere dell’efficienza e dell’efficacia dei singoli ricercatori, ma mettere in luce come la de-mocrazia dei numeri che governa le decisioni delle Facoltà non aiuta a strutturare le competenze scientifiche delle stesse facoltà in funzione dell’evoluzione delle esigenze del mondo reale.
Le facoltà di agraria, in sostanza, devono affrontare un percorso non facile per superare i problemi descritti; sarebbe, però, dannoso per tutti stare fermi a discutere sulle difficoltà esistenti.

Conclusioni

Le osservazioni proposte dovrebbero aver dato il senso delle direzioni utili che l’Università deve frequentare per sostenere il ruolo di attore protagonista della qualificazione del benessere umano. La scienza è fondamentale, ma la scienza per la scienza, forse, non è quello di cui la società odierna ha bisogno. Le resistenze di molta parte dell’accademia a fare proprie le nuove funzioni dell’applicabilità delle innovazioni hanno motivazioni tutt’altro che superficiali, quali i possibili condizionamenti che la ricerca potrebbe avere dall’esterno ed i connessi effetti negativi sulla qualità della ricerca. Aspetti, sicuramente, da controllare in modo vigile. La neutralità del processo scientifico è importante, ma attenti a non celare in modo patologico questa esigenza dietro al naturale atteggiamento conservativo di ogni soggetto o sistema o, ancora peggio, a far finta di non vedere che già oggi i percorsi evolutivi della scienza e delle tecnologie sono, spesso, indirizzati dalle interazioni che si determinano tra gruppi sociali rilevanti.
Le indicazioni che qualcosa si stia muovendo, in ogni caso, non mancano; il moltiplicarsi degli spin-off universitari, la diffusione degli incubatori tecnologici, la costituzione di relais dell’innovazione rappresentano segnali tangibili della crescente volontà dell’Università ad aprirsi verso una cultura di gestione imprenditoriale dell’innovazione. Un processo che richiede tempi attuativi non brevi, che necessita di risorse appropriate e che, soprattutto, non deve essere indirizzato lungo derive incerte e pericolose. Un processo, comunque, che non richiede il passaggio obbligato verso la privatizzazione delle Università, magari utilizzando la strada piena di rischi delle fondazioni universitarie da poco costruita dal nostro legislatore, e che non richiede la differenziazione funzionale delle Università con sedi impegnate nella formazione, altre nella ricerca ed altre ancora nella ricerca e sviluppo. Per essere una valida protagonista dello sviluppo, ogni sede deve svolgere tutte le funzioni, anche se con gradienti differenti tra sede e sede.

Note

(1) [link]
(2) Dati EUROSTAT [link].
(3) F. Pennacchi (a cura di), “Ricerca nell’area delle scienze agrarie: stato dell’arte e prospettive”, Atti del Convegno svolto a Perugia il 14-15 aprile 2005, Università degli Studi di Perugia, 2006.
(4) A tale proposito: “Il Futuro fertile. L’agricoltura per la competitività italiana”, Convegno della Confederazione Generale dell’Agricoltura Italiana, Taormina, 22 marzo 2007.

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Commenti

Anche dalle indagini in corso presso l'agricoltura pugliese, il problema della distanza tra ''la domanda di cambiamento delle imprese e l'offerta della scienza'' (come dice Pennacchi) mi sembra uno dei temi prioritari da affrontare. Il fatto è che ancor oggi la domanda di innovazione in agricoltura appare in gran parte ''latente''. Credo che l'Università possa fare molto in questo senso, ma solo se saprà creare agenzie ''ibride'', in stretta collaborazione con gli altri attori della scena: imprese e istituzioni pubbliche, secondo la logica della ''Tripla Elica'', ma anche ''Quadrupla Elica'', se si considerano anche i consumatori, soprattutto se questi ultimi sapranno organizzarsi appropriatamente.

Commento originariamente inviato da 'Giacomo Zanni' in data 02/10/2008.

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