Equivalenza degli standard di qualità dei prodotti biologici: una sfida per gli operatori del mercato agro-alimentare

Equivalenza degli standard di qualità dei prodotti biologici: una sfida per gli operatori del mercato agro-alimentare
a Università di Bologna, Dipartimento di Economia e Ingegneria Agrarie
b Università di Bologna

L’armonizzazione degli standard internazionali dei prodotti biologici*

Una delle difficoltà che si ritiene frenino l’affermarsi di un prospero mercato dei prodotti biologici risiede nella insufficiente univocità del concetto di agricoltura biologica e nella eterogeneità della traduzione normativa di questi principi (Alrøe e Kristensen, 2004). Da un punto di vista logico, i principi normativi dovrebbero rappresentare il punto di riferimento con cui valutare la legislazione vigente. In questo contesto, Kirschenmann e Kirschenmann (1998) hanno proposto dei principi cardine per raggiunger tale scopo e in particolare definiscono:

  • un principio ecologico in base al quale la produzione biologica dovrebbe essere praticata rispettando il sistema naturale e traendo beneficio da esso;
  • un principio precauzionale secondo il quale tutte le sostanze usate nella produzione e lavorazione del cibo biologico devono essere ritenute sicure;
  • un principio sistemico in base al quale l’accettabilità delle pratiche dei processi e dei fattori produttivi nella produzione biologica deve essere valutata analizzando l’impatto su tutti gli organismi viventi e sui meccanismi biologici e naturali che riguardano il sistema vita.

Un altro insieme di principi normativi è stato sviluppato nel 2000 dal Danish Research Center for Organic Farming (DARCOF), in cui venivano definite tre linee guida per praticare l’agricoltura biologica:

  • un principio di ciclicità sulla base del quale il sistema volto alla produzione del cibo biologico dovrebbe emulare il sistema naturale e trarre beneficio da esso, ma soprattutto dovrebbe rappresentare uno strumento per un suo sviluppo sostenibile;
  • un principio precauzionale sulla base del quale si deve tendere ad evitare un danno potenziale, anche quando non ci sia una evidenza scientifica robusta che quel danno si verificherà; un principio di vicinanza sulla base del quale pratiche di produzione biologiche dovrebbero essere concepite in modo da favorire, creare e mantenere stretti contatti tra consumatori, produttori e ricercatori.

La definizione dei principi normativi messi a punto da Kirschenmann e Kirschenmann (1998) e quelli del DARCOF, sebbene congruenti in molti punti, differiscono nella messa a fuoco degli elementi cardine e nella loro interpretazione.
Nel corso degli anni '70 più articolata e profonda era stata la redazione dei principi normativi da parte dell’International Federation of Organic Agriculture Movements (IFOAM), che si proponeva come obiettivo non la verifica della congruenza delle leggi esistenti, ma la definizione proattiva di concetti chiave che dovevano servire per una armonizzazione internazionale degli standard di qualità nell’agricoltura biologica, e per ispirare le normative nazionali ed internazionali. Il lavoro dell’IFOAM si poneva quindi ex ante rispetto al momento riguardante la definizione delle regole e si basava sull’intuizione che questo processo non poteva che essere favorito dalla diffusione di idee e valori condivisi tra diversi popoli e culture. Tra i principi chiave ricordiamo il mantenimento della fertilità di lungo termine dei suoli, la difesa dell’ambiente, il minor spreco di energia nelle pratiche agricole, lo sviluppo e il mantenimento di appropriate tecnologie basate sulla conoscenza dell’agricoltura biologica e l’uso di sistemi decentralizzati per la lavorazione, la distribuzione e il marketing dei prodotti.
L’evoluzione storica dell’organizzazione ha poi stimolato il dibattito interno sui principi di riferimento. Negli anni ’90 si pose il problema di condurre all’attenzione dei politici e del mondo scientifico l’equità come ulteriore concetto ispiratore. Una abbondante letteratura scientifica evidenziava l’inscindibilità delle problematiche riguardanti la sostenibilità nella produzione e nel consumo alimentare e la giustizia sociale (Raynolds, 2004; Bacon, 2004). Ci si accorse che il destino di un solido e ben collaudato meccanismo di certificazione dei prodotti biologici nei Paesi in Via di Sviluppo non poteva che dipendere da un paritario accesso al mercato per i produttori più poveri.
Questa breve introduzione evidenzia le difficoltà di una definizione condivisa di agricoltura biologica. Ciò si riflette inevitabilmente in differenze normative a livello internazionale. Il recente dibattito che ha investito l’Unione Europea e gli Stati Uniti, riguardante la presenza o meno di ingredienti geneticamente modificati nei prodotti biologici ne è un esempio. La definizione di agricoltura biologica dell’USDA che recita ”l’agricoltura biologica è un sistema ecologico di gestione della produzione che promuove e rafforza la biodiversità, i cicli biologici e l’attività biologica del suolo basata sull’uso minimo di fattori produttivi non naturali e su pratiche che ripristinano, mantengono o rafforzano l’armonia ecologica” lascia spazio a numerose interpretazioni, sfumature e dibattiti.
Il problema dell’armonizzazione internazionale degli standard non riguarda soltanto la diversità dei regolamenti ma anche il diverso grado di produzione normativa. Nel 2003 (Kilcher et al., 2004) risultavano infatti soltanto 39 i Paesi nel mondo con una legislazione in vigore riguardante la produzione biologica, mentre 8 erano Paesi con una legislazione finalizzata ma non ancora messa a regime e 15 si trovavano ancora in una fase di definizione delle regole. Questi dati testimoniano come la maggior parte dei Paesi nel mondo non abbia ancora avviato un processo volto alla messa a punto di una normativa per regolare la produzione, la vendita e il consumo dei prodotti biologici. In un quadro così complesso, si pone il problema di una armonizzazione degli standard internazionali relativi alla produzione di prodotti biologici.
Il termine armonizzazione viene definito dalla Commissione Europea (2001) come “l’attività volta alla definizione di comuni e identiche regole elaborate da un gruppo di autorità con l’intenzione che le leggi che governano un prodotto o servizio siano le stesse”. Quello di armonizzazione è dunque un processo che mira alla convergenza degli standard di legge dei vari Paesi. Un concetto analogo ma che implica un processo meno impegnativo è rappresentato dall'equivalenza. Secondo l’International Organization for Standardization ISO (2004) l’equivalenza concessa da un Paese relativa agli standard di qualità è un meccanismo che consente di accettare un altro sistema riconoscendo che le differenze tra i sistemi non mettono a repentaglio l’integrità nei confronti dei rispettivi obiettivi finali. Un ulteriore passo in avanti rispetto all’equivalenza è il reciproco riconoscimento, in cui due Paesi riconoscono come valido anche per il proprio mercato l’operato degli organismi preposti alla certificazione nel Paese partner. Si tratta dunque di concetti molto simili e collegati tra loro, ma non identici. Il collegamento deriva dal fatto che un tentativo messo in opera dai vari Paesi, volto alla convergenza negli standard di qualità dei prodotti biologici, gioverebbe al riconoscimento reciproco dei sistemi di certificazione, pur nelle rispettive differenze, e al riconoscimento reciproco delle capacità e competenze degli organismi di certificazione.
Le differenze e i meccanismi sopra esposti possono essere interpretati ricorrendo all’ambito teorico dell’analisi dei costi di transazione e delle azioni intraprese per limitarne gli effetti. Una feconda linea di ricerca scientifica ha messo in luce il ruolo dei costi di transazione nello spiegare barriere al commercio internazionale e frizioni di mercato. Williamson (2000) chiarisce come essi possano essere distinti fondamentalmente in tre categorie:

  • i costi per la ricerca di un possibile partner commerciale relativi all'assenza di informazioni relative a potenziali acquirenti/venditori o al prodotto; 
  • i costi per la fase delle trattative relativi alle differenze normative, culturali, di fiducia derivanti dalle spese legali, dagli sforzi tesi alla comprensione di differenti sistemi legislativi a livello internazionale e dai costi relativi alla necessità di approfondire tutti gli aspetti operativi e logistici delle negoziazioni; 
  • i costi per la fase di controllo relativi alla mancanza della certezza che il partner adempia al negozio giuridico nei modi e nei tempi stabiliti.

Nel presente lavoro offriamo un' interpretazione innovativa del ruolo che eventuali differenze degli standard di qualità dei prodotti biologici potrebbero ricoprire negli scambi internazionali. In particolare, la nostra ipotesi di lavoro è che in realtà le eventuali affinità/differenze presenti in questo contesto siano l’espressione non solo di differenze interpretative nella regolamentazione dell’agricoltura biologica, ma anche di un più generale clima di fiducia nell’intero comparto agroalimentare. Uno sforzo praticato tra due Paesi volto ad armonizzare gli standard biologici o al loro riconoscimento reciproco rappresenterebbe quindi il segnale di un clima di affinità che gioverebbe agli scambi commerciali riguardanti l’intero comparto agroalimentare grazie ai minori costi di transazione. Lo strumento scelto per verificare tale ipotesi è l’analisi empirica condotta attraverso modelli gravitazionali.

I modelli gravitazionali: teoria e risultati empirici

I modelli gravitazionali applicati all’economia sono uno strumento metodologico mutuato dalla fisica. Il concetto principale è che l’attrazione tra due corpi dipende positivamente dalla loro massa e negativamente dalla loro distanza. Questo concetto è stato utilizzato con successo negli studi macroeconomici. Un modello gravitazionale risulta appropriato nello spiegare le transazioni commerciali a livello macroeconomico. L’ipotesi è che il volume di transazioni commerciali tra due Paesi dipenda positivamente dal loro livello di Prodotto Interno Lordo (PIL) e negativamente dalla loro distanza. Il prodotto dell’ammontare del PIL dei due Paesi rappresenterebbe la massa, interpretabile economicamente come la capacità di offrire e di domandare beni sul mercato internazionale incrementando il volume complessivo dell’import e dell’export. La distanza geografica tra due Paesi è di per sé una misura “fisica” ma può essere associata invece in termini economici ai costi di transazione espressi dai costi di trasporto e dalla distanza culturale/legislativa esistente a livello internazionale (1).
Una successiva estensione del modello gravitazionale ha incluso tra le variabili esplicative una variabile ad hoc che potesse esprimere il ruolo giocato dal livello di ricchezza dei Paesi. In essa, il volume complessivo dell’import/export tra 2 Paesi dipenderebbe dal prodotto del loro PIL a rappresentare la potenziale capacità di esportare e importare, dal prodotto del loro PIL pro capite in rappresentanza della loro ricchezza e dalla loro distanza. Il modello trovò nel corso degli anni ’60 un notevole riscontro empirico ma venne poi abbandonato in quanto basato su una struttura teorica non microfondata. I successivi lavori teorici degli anni ’80 (Bergstrand, 1985), ridiedero nuova linfa a questo filone di ricerca. Il modello sembrò utile per spiegare sia il volume complessivo di transazioni commerciali (Frankel e Rose, 2002), sia gli scambi in un particolare settore economico (Ševela, 2002), sia gli scambi di un determinato prodotto (Dascal et al. 2002).
La nostra analisi è stata condotta applicando un modello gravitazionale per spiegare gli scambi commerciali di prodotti agricoli dell’Italia con il resto del mondo. Inizialmente abbiamo condotto una analisi cross country applicata agli scambi di 130 Paesi con l’Italia per l’anno 2003. I dati sul PIL e sulla popolazione sono stati estratti dalle banche dati del Fondo Monetario internazionale (FMI), i dati sulla distanza dal database di Frankel e Rose (2002), il volume di importazioni ed esportazioni dalla banca dati FAOSTAT. I dati sono espressi in logaritmi e la tecnica econometrica utilizzata è l’Ordinary Least Squares (OLS). I coefficienti vanno quindi interpretati come elasticità, ossia come variazione in termini relativi del volume di esportazioni ed importazioni a seguito di un incremento marginale in termini relativi della variabile esplicativa, tenendo costanti le altre variabili.
I risultati contenuti nella seconda colonna della Tabella 1 relativa al modello base mostrano che la variabile che esprime l’interazione del PIL tra l’Italia e ciascun altro Paese del mondo PROD Y è fortemente significativa e mostra un impatto positivo sul volume delle transazioni commerciali, mentre il coefficiente applicato alla distanza D è negativo così come intuitivamente scaturisce dalla teoria del modello gravitazionale. La variabile PROD YPC che esprime l’interazione del PIL pro capite tra due Paesi è invece non significativa così come risulta da altri lavori analoghi (Sohn e Yoon, 2001; den Butter e Mosch, 2003). Nel nostro contesto di indagine la non significatività della variabile PROD YPC potrebbe discendere dal fatto che una maggiore ricchezza non conduce necessariamente ad un maggiore scambio dei beni agricoli, in virtù del fatto che questa categoria di prodotti è in genere scarsamente elastica al reddito. Questi risultati mostrano come il modello gravitazionale sia efficace anche per spiegare le transazioni commerciali di prodotti agro-alimentari per l’Italia.
Nell’analisi successiva si aggiungono alcune ipotesi riguardanti i costi di transazione. In particolare, si suppone che i costi di transazione nel commercio di prodotti agricoli fra un Paese e l’Italia non dipendano soltanto dalla distanza tra i Paesi, ma anche da fattori istituzionali, quali l’appartenenza o meno all’Unione Europea e il fatto che questi Paesi abbiano una legislazione dei prodotti biologici riconosciuta come equivalente dall’Italia. Mentre per la prima categoria di Paesi è abbastanza ragionevole ipotizzare che i costi di transazione siano inferiori, viste le minori differenze amministrative, l’uso della stessa moneta e la libera circolazione di capitali, il passaggio che porta alla creazione della seconda categoria è decisamente più controverso e delicato. Stiamo ipotizzando che il fatto che tra l’Italia e gli altri Paesi extraeuropei ci sia equivalenza sul piano degli standard di agricoltura biologica sia un segnale di minori costi di transazione che riguardano in realtà tutte le transazioni commerciali del comparto agro-alimentare e non solo quelle relative ai prodotti biologici.

Tabella 1 - Stima del modello gravitazionale. Variabile dipendente: ammontare delle somma di importazioni ed esportazioni tra l'Italia e ciascun altro Paese in $. Tecnica di analisi: regressione lineare (OLS).

*coefficiente statisticamente diverso da 0 al livello di confidenza pari al 90%
**coefficiente statisticamente diverso da 0 al livello di confidenza pari al 95%.
***coefficiente statisticamente diverso da 0 al livello di confidenza pari al 99%

L’ipotesi di base è che si arrivi ad un accordo di equivalenza degli standard biologici tra l’Italia e gli altri Paesi solo quando sussista una relazione di reciproca fiducia, di rapporti amichevoli, di assenza di pesanti adempimenti amministrativi che possano inficiare gli scambi di tutti i prodotti agricoli. L’equivalenza aiuterebbe ad individuare dunque aree dove i flussi commerciali sono superiori, in quanto godono di minori costi di transazione. I Paesi che operano in regime di equivalenza con l’Italia sono quelli che hanno chiesto all’Unione Europea di essere ammessi in una speciale lista di Paesi Terzi ai sensi del regolamento europeo 2092/91 e per i quali i relativi accertamenti e controlli per valutarne la loro ammissibilità hanno avuto esito positivo. Il regolamento stabilisce che questi Paesi possono esportare prodotti biologici in tutti i Paesi dell’Unione Europea e quindi anche in Italia, con il vantaggio che agli enti certificatori del Paese esportatore è riconosciuta la dovuta professionalità ed esperienza e gli standard di certificazione sono considerati come conformi agli obiettivi e agli scopi stabiliti dall’Unione Europea (2).
Tecnicamente inseriamo nel modello gravitazionale di base due variabili dicotomiche DEU e DEO che rappresentano rispettivamente l’appartenenza o meno alla Comunità europea e il regime o meno di equivalenza con gli standard biologici riconosciuti dall’Unione Europea. I risultati riportati nella terza colonna della Tabella 1 relativi al modello esteso mostrano che i coefficienti associati alle due variabili dicotomiche sono significativi e hanno segno positivo. Ancora più sorprendentemente i valori dei coefficienti delle due variabili dicotomiche mostrano un impatto statisticamente simile, come confermato da appropriati test volti a verificare l’uguaglianza dei coefficienti. In altre parole, il fatto di appartenere o meno all’Unione europea genererebbe un impatto negli scambi di prodotti agro-alimentari con l’Italia comparabile all’impatto che viene generato dal fatto di godere o meno del regime di equivalenza negli standard di agricoltura biologica. Tutti i risultati fin qui esposti sono confermati anche quando conduciamo un'analisi panel nel periodo 1997-2003. Attraverso l’analisi panel abbiamo dunque una conferma del fatto che la relazione riscontrata nell’analisi cross country nel periodo 2003 è stabile nel tempo.

Conclusioni

Il presente studio rientra nel filone dei modelli gravitazionali, adoperati come strumento di analisi dei flussi internazionali commerciali. Sono state esaminate le variabili che possano determinare il volume di importazioni ed esportazioni dell’Italia con gli altri Paesi del mondo attraverso uno schema teorico standard nella letteratura, che individua nell’ammontare del PIL, del PIL pro capite e nella distanza tra i Paesi le principali variabili esplicative. Un punto di originalità consiste nell’applicazione di questo modello al commercio internazionale relativo al settore agro-alimentare da e verso l’Italia.
Un’ulteriore novità consiste nel tentativo di arricchire il modello con una più approfondita specificazione dei costi di transazione. In questo lavoro è stata verificata l’ipotesi secondo la quale la comune appartenenza all’Unione Europea e il fatto di godere di un regime di equivalenza negli standard dei prodotti biologici possa implicare una maggiore importanza dei flussi commerciali tra Italia e altri Paesi per effetto di minori costi di transazione. L’equivalenza negli standard di qualità viene interpretata come un segnale di affinità e più generalmente di più bassi costi di transazione, che può riguardare il commercio internazionale di tutti i prodotti agricoli e non solo il mercato dei prodotti biologici.
L’analisi empirica condotta suffraga tali ipotesi di lavoro. Pur considerando la parzialità dei dati e la semplicità degli strumenti metodologici utilizzati, questo risultato può essere di interesse non solo per gli operatori nella filiera del biologico ma per tutti gli operatori del comparto agro-alimentare. Se l’ipotesi dovesse essere confermata da ulteriori studi, ne conseguirebbe che il dibattito attualmente in corso sull’armonizzazione degli standard dei prodotti biologici potrebbe essere utilmente collocato nel contesto più ampio del confronto riguardante la riduzione dei costi di transazione di tutto il mercato agro-alimentare. Se i rapporti bilaterali commerciali tra due Paesi nel comparto agro-alimentare sono condizionati da diversità nelle leggi, da mancanza di fiducia nel rispetto degli standard minimi di qualità per i prodotti convenzionali, da diversa concezione delle procedure burocratiche, o semplicemente da differenze politiche o religiose, è improbabile che tra gli stessi Paesi si possa produrre uno sforzo teso all’equivalenza negli standard di qualità dei prodotti biologici. L’approdo all’equivalenza sarebbe in realtà il frutto di una riduzione dei costi di transazione relativa a tutto il comparto agro-alimentare. Bisognerebbe dunque partire dal contesto generale del mercato agro-alimentare per porre correttamente la questione dell’equivalenza negli standard dei prodotti biologici e per ricercare quelle variabili che possano generare un maggiore impulso agli scambi internazionali.

Note

* Il presente studio è stato concepito e realizzato in stretta collaborazione tra gli autori. Tuttavia, è possibile individuare i seguenti contributi individuali: l’analisi dei dati e la verifica del modello empirico sono stati realizzati da Nicola Cantore, che ha curato la stesura dei primi due paragrafi, mentre Maurizio Canavari ha supervisionato il lavoro e redatto il paragrafo conclusivo. Maurizio Canavari riconosce il contributo del progetto BEAN-QUORUM (TH/Asia-link/006) co-finanziato dalla Commissione Europea, mentre Nicola Cantore riconosce il contributo del progetto RISBIO, finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.
(1) Il concetto di distanza tra due Paesi è misurata attraverso la distanza che intercorre tra le capitali dei rispettivi Paesi in quanto esse generalmente ne rappresentano il baricentro economico. Questa misura, seppur criticata da molti studiosi perché ritenuta imprecisa ed approssimativa, è comunque la più largamente utilizzata in letteratura.
(2) I Paesi che godono dell’equivalenza nel periodo di riferimento relativo alle stime sono 8: Israele, Australia, Nuova Zelanda, Costa Rica, Svizzera, Ungheria, Repubblica Ceca e Argentina. Ungheria e Repubblica Ceca sono ora stati membri nell’Unione Europea, ma nel 2003, anno a cui si riferiscono i dati, non ne facevano ancora parte.

Riferimenti bibliografici

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