Sicurezza alimentare, nutrizione e salute: tendenze recenti in Europa e negli Stati Uniti

Sicurezza alimentare, nutrizione e salute: tendenze recenti in Europa e negli Stati Uniti
a Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Statistiche «Paolo Fortunati»

Introduzione

Sebbene il 2020 sia ormai dietro l’angolo, non esistono tecniche di previsione statistica capaci di rispondere alla domanda su cosa mangeremo tra quindici anni, solitamente ci si deve accontentare di avere una vaga idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi due o tre anni. E’ invece più semplice rispondere al quesito su cosa dovremmo mangiare, perché negli ultimi tempi si stanno moltiplicando le raccomandazioni nutrizionali per una dieta più salutare.
Il passo più autorevole in questa direzione è stato mosso nel gennaio 2002 dalle Nazioni Unite attraverso un comitato consultivo di esperti della Food and Agriculture Organization (FAO) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il fatto che organismi internazionali di tale calibro abbiano riconosciuto la necessità di uno sforzo integrato è di per sé un segnale sia del legame crescente tra alimentazione e salute pubblica che della gravità del problema. Il principale risultato dell’azione consultiva è stato l’elaborazione di un documento finale: il rapporto tecnico OMS numero 916. Il rapporto ha tra i suoi pregi l’esaustività e – nonostante sia classificato come tecnico – una certa semplicità di lettura, dovuta soprattutto al fatto di essere il frutto di un lavoro interdisciplinare. Inoltre, risponde ad un’esigenza molto sentita recentemente, quella di comunicare l’evidenza scientifica accompagnandola con un’indicazione del suo grado di affidabilità.
La comunicazione al pubblico del rischio alimentare è infatti un tema particolarmente delicato, sia esso riconosciuto come contaminazione degli alimenti (influenza aviaria, mucca pazza, diossina…) o come conseguenze di lungo periodo di un’alimentazione squilibrata (obesità, diabete, malattie cardiovascolari…). Ancora più complesso è il caso in cui l’evidenza scientifica è ancora largamente incompleta, come per gli organismi geneticamente modificati (ogm). Proteggere il consumatore dai rischi evitando inutili danni economici agli operatori della catena alimentare sta diventando un’operazione di equilibrismo sempre più complessa, in cui i mass media rischiano di giocare un ruolo molto più incisivo di quello istituzionale. Ma se da un lato l’effetto di notizie quali la potenziale trasmissibilità dell’influenza aviaria all’uomo tramite pollame e uova è immediato e quantitativamente sostanziale (soprattutto in Italia, dove i consumi di pollame si sono ridotti di oltre il 50%), l’aggiustamento della dieta in risposta a raccomandazioni nutrizionali necessita di tempi molto lunghi e non sempre raggiunge tutte le fasce della popolazione.
Ad esempio, pur augurandosi che anche in questo caso le proiezioni di lungo periodo siano solo indicative, un recente e citatissimo studio calcola che nel 2030 circa 26 milioni di cittadini dell’Unione Europea, ossia il 5,9% della popolazione complessiva, necessiteranno di trattamenti per il diabete (Wild et al., 2004). Se a prima vista colpisce il fatto che l’incidenza sia sensibilmente più alta nei paesi della cosiddetta dieta mediterranea (nel 2030 si calcola che un italiano su 8 sopra i 20 anni sarà affetto da diabete), tale indicazione è confermata dai crescenti tassi di obesità e dall’incremento nella percentuale di calorie provenienti da grassi. Negli Stati Uniti il problema ha radici più lontane nel tempo e le conseguenze in termini di salute pubblica sono attualmente ancora più gravi, ma il confronto dei dati sull’obesità infantile mostra che mentre in Europa la situazione sta rapidamente peggiorando, le contromisure adottate nei paesi nordamericani cominciano ad avere effetti significativi, almeno in prospettiva futura.
L’OMS calcola che un miglioramento nelle diete potrebbe prevenire tra il 30 e il 40% dei casi di cancro e che circa un terzo dei casi di malattie cardiovascolari sono riconducibili a cattive abitudini alimentari.

Le raccomandazioni OMS e i trend recenti nelle dieta europea e americana

Le indicazioni contenute nel rapporto 916 dell’OMS sono basate sulle stime dei consumi calorici ottenuti attraverso i dati FAO. Questi dati sono soggetti a rilevanti limitazioni, in particolare il fatto che i dati sui consumi apparenti vengano ottenuti per differenza a partire dalla produzione alimentare, con possibilità di errori statistici rilevanti, ma costituiscono sicuramente la migliore fonte di informazione per valutare l’evoluzione nei comportamenti alimentari in diverse aree del mondo.
Una rapida analisi dei dati disponibili (Figura 1), mostra che i comportamenti alimentari medi in Europa non sono molto distanti da quelli degli Stati Uniti, considerati come il punto di riferimento in negativo per il legame tra alimentazione e salute.
In termini di calorie totali, a partire dagli anni Novanta il tasso di crescita europeo è rimasto nettamente al di sotto di quello statunitense. Nel 2002, nei paesi dell’Unione Europea il consumo calorico apparente era intorno alle 3500 calorie, contro le quasi 3800 degli Stati Uniti. L’Italia, rimasta al di sopra del livello statunitense fino al 1992, è tuttora ad un livello superiore alla media europea. Per tutte le aree, la tendenza è comunque quella di un aumento costante del consumo calorico sin dagli anni sessanta, mentre il cambiamento degli stili di vita, la riduzione dell’attività fisica e la crescente sedentarietà hanno diminuito i fabbisogni energetici, favorendo così la crescita dei tassi di obesità. In particolare si può notare come in Europa i consumi calorici siano aumentati negli ultimi anni dopo una relativa stazionarietà negli anni novanta.
Il dato sull’aumento dei consumi calorici in Italia ed Europa è ancora più preoccupante se si osserva come sia soprattutto la componente di calorie da grassi ad aumentare nel corso dei decenni. In particolare, nel corso degli anni sessanta e settanta il dato europeo si è avvicinato a quello americano, passando dal circa 32% del 1961 al 37% di metà anni ottanta. Negli anni novanta negli Stati Uniti si è invertita la tendenza, mentre in Europa la percentuale è costantemente aumentata fino al picco del 1998 (39%). Negli ultimi anni il dato europeo è leggermente migliorato, mentre negli Stati Uniti si è osservata una nuova ripresa della quota di componente grassa nella dieta. L’Italia, che partiva da una alimentazione decisamente meno grassa (22% nel 1961) ha rapidamente incrementato la percentuale di grassi fino ad allinearsi al livello europeo. Le raccomandazioni OMS considerano eccessiva una percentuale di calorie da grassi superiore al 30%.
I tassi di obesità sono in aumento sia negli Stati Uniti che in Europa e, seppure lentamente, anche in Italia. L’obesità è riconosciuta come fattore di rischio per il diabete e il crescente tasso di mortalità negli Stati Uniti, a dispetto dei progressi nei trattamenti medici, ne è la testimonianza. L’Italia mantiene un tasso di mortalità relativamente alto, sebbene in diminuzione.
La dieta italiana rimane ricca di frutta e verdure, nettamente al di sopra dei 400 grammi quotidiani consigliati nelle raccomandazioni OMS, con un progressivo aumento nei consumi se si eccettuano i dati in controtendenza degli ultimissimi anni, dovuti presumibilmente all’incremento nei prezzi. Il consumo di frutta e verdura è in crescita anche per gli Stati Uniti e per la media dell’Unione Europea. Il consumo di frutta e verdura, combinato con una bassa proporzione di calorie da grassi sono considerati un fattore di riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, raccomandazione classificata dall’OMS con un elevato grado di attendibilità scientifica. Anche il pesce è considerato un alimento benefico rispetto alle patologie cardiocircolatorie e anche in questo caso si osserva un progressivo aumento dei consumi, soprattutto in Italia. Gli effetti positivi risultano evidenti nell’evoluzione delle malattie cardiovascolari, il cui tasso di mortalità è in rapida diminuzione in particolare in Italia.

Figura 1 - Tendenze alimentari e malattie legate alla dieta in Europa, Italia e Stati Uniti

Fonti: FAO, OMS ed EUROMONITOR (2005).

Sicurezza degli alimenti: percezione dell’influenza aviaria in Italia ed Europa

E’ da ormai un decennio che con cadenza quasi regolare si succedono crisi di vasta scala legate alla percezione di nuovi rischi nella sicurezza degli alimenti. Dopo la psicosi legata alla mucca pazza, con effetti rilevanti sui consumi e soprattutto sui prezzi della carne bovina, altre crisi legate a salmonella, E-coli, diossina e recentemente l’influenza aviaria hanno avuto ripercussioni immediate sui consumi di carne. Al di là delle crisi su larga scala, gli ultimi anni hanno visto una graduale diminuzione dei casi di intossicazione alimentare in Europa e se si considera la salmonellosi, cioè la patologia più frequente, la riduzione è ancora più evidente (Figura 2).
L’entità della crisi nei consumi sembra essere principalmente legata all’attenzione dedicata dai mass-media e ad un amplificazione del rischio soggettivo piuttosto che al rischio “oggettivo” definito scientificamente, anche perché all’incertezza nel consumatore non è possibile dare risposte scientifiche certe in tempi brevi. Un dato interessante, che emerge regolarmente in occasione delle crisi su scala europea e mondiale, è la forte reazione del consumatore italiano rispetto a quelli di altri paesi europei. Nell’ambito di un recente progetto finanziato dall’Unione Europea per studiare le strategie di comunicazione del rischio e dell’informazione sulla sicurezza degli alimenti (il progetto “Trust”, ampio materiale a disposizione sul sito www.trust.unifi.it), si è svolta un’indagine statistica in 5 paesi europei per valutare la percezione del consumatore rispetto a diversi fattori di rischio legati al consumo di carne avicola. Lo studio, svolto nel maggio 2004, ha confermato come gli italiani avessero già allora una percezione del rischio da influenza aviaria doppia rispetto a quella osservata in Inghilterra e superiore nettamente a quella di Francia e Olanda. I dati hanno inoltre indicato che gli italiani ritengono particolarmente più sicuri i prodotti nazionali rispetto a quelli provenienti da altre zone d’Europa.

Figura 2 - Casi di intossicazione alimentare e salmonellosi in Europa

Fonte: OMS (2005)

Note conclusive

Questa breve rassegna di dati ha illustrato le tendenze in atto nella dieta di italiani, europei e statunitensi. Se alcune tendenze positive rispetto agli obiettivi di salute pubblica sembrano ormai consolidate, in particolare l’aumento generale dei consumi di frutta e verdura e quelli di pesce soprattutto in Italia ed Europa, rimane invece preoccupante la situazione in termini di consumo di grassi. I tassi di obesità sono inoltre in aumento e l’Europa rischia di trovarsi presto di fronte una situazione grave quanto quella degli Stati Uniti, soprattutto in considerazione dell’incidenza dell’obesità infantile. Infine, per quanto riguarda la reazione alle notizie sulla sicurezza degli alimenti, si può prevedere come effetto, soprattutto in Italia, un rafforzamento dei prodotti di origine nazionale rispetto a quelli importati.

Riferimenti bibliografici

  • WHO (2003). Diet, nutrition and the prevention of chronic diseases: report of a joint WHO/FAO expert consultation, Geneva, 28 January-1 February 2002. WHO technical report series, 916.
  • Wild, S., Roglic, G., Green, A., Sicree, R., King, H. (2004), Global Prevalence of Diabetes: Estimates for the year 2000 and projections for 2030, Diabetes Care, 27(5), pp. 1047-1053.
  • Organizzazione Mondiale della Sanità [link]
  • Dati internazionali sulla nutrizione e sui consumi calorici: [link]
  • Proiezioni diabete in vari paesi del mondo (da Wild et al.) [link]
  • Sicurezza del consumatore e comunicazione del rischio, progetto TRUST [link]
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