Politiche pubbliche per ridurre l’incidenza dell’obesità: la prospettiva economica

Politiche pubbliche per ridurre l’incidenza dell’obesità: la prospettiva economica

 

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  Articolo originale

Adattato e tradotto da Francesca Hansstein (Università di Bologna) dall’articolo originale di Bruce Traill (2009), “Poor diets in Europe: causes and implications for policy”, XLVI Convegno di Studi SIDEA, Piacenza, 16-19 Settembre 2009.

L’obiettivo di questo saggio è comprendere meglio il ruolo delle politiche pubbliche nella sfida contro l’epidemia dell’obesità. Le esternalità negative che derivano dalla sempre maggiore diffusione di una dieta tutt’altro che sana, hanno indotto le autorità pubbliche a dichiarare che, se i trend non cambieranno nel breve periodo, i sistemi sanitari rischieranno il collasso. Il ruolo delle autorità politiche è infatti particolarmente importante laddove i mercati falliscono nell’operare perfettamente.

Dieta, razionalità e fallimenti del mercato

La massimizzazione dell’utilità nella teoria del comportamento del consumatore è alla base dell’approccio economico tradizionale. La prima causa dell’aumento dell’obesità è riconducibile a quei cambiamenti tecnologici che hanno determinato un rapido abbassamento dei prezzi degli alimenti, soprattutto di quelli trasformati, e dei pasti consumati fuori casa (Finkelstein et al., 2005). Parallelamente, l’aumento medio dei redditi ha portato ad un aumento nel consumo di cibo, sebbene la quota di reddito destinata all’alimentazione si sia ridotta. Anche l’aumento della forza lavoro femminile ha giocato un ruolo significativo in questo processo, perché ha ridotto il tempo dedicato alla preparazione casalinga dei pasti. Infine, grazie al progresso medico, le morti legate a malattie conseguenti ad un forte sovrappeso sono oggi diventate meno frequenti e, conseguentemente, l’obesità è percepita come meno pericolosa. Per questi motivi, individui “economicamente razionali” hanno meno ragioni per preoccuparsi dell’aumento di peso. Secondo il modello di scelta razionale, gli stili di vita correlati all’obesità sono il frutto di un adattamento dell’uomo a nuovi fattori ambientali e consentono di preservare comunque l’obiettivo di massimizzazione dell’utilità.
Per diminuire i tassi di obesità sarebbe necessario modificare proprio quei fattori esterni che inducono all’assunzione di uno stile di vita inadeguato, quindi l’alterazione dei prezzi degli alimenti, delle cure mediche, ma anche i costi di sport e attività fisica.
Ci sono inoltre diverse limitazioni alla razionalità del comportamento economico. Innanzitutto le situazioni di informazione imperfetta e asimmetrica sono un classico esempio di fallimento del mercato. L’utilizzo di etichette nutrizionali, in questo caso, è la risposta più naturale al problema, anche se questo richiede una discreta educazione alimentare e una buona dose di volontà e tempo da dedicare alla lettura queste informazioni per poi tradurle in acquisti alimentari più salutari.
Una proposta che affronterebbe il problema del poco tempo a disposizione è quella relativa all’etichetta “semaforica” sulle confezioni degli alimenti. Si potrebbe inoltre sfruttare il concetto di razionalità limitata proposto da Simon (1982), secondo il quale le persone usano criteri semplificati per contrastare la complessità delle decisioni quotidiane, le cosiddette “euristiche” (per esempio mangiar sano = mangiare molta frutta e verdura).
L’esposizione alla tentazione per il consumo di alimenti gustosi, ma poco sani, conduce molti consumatori a scelte successivamente rimpiante, o a ripetuti rinvii nell’inizio della dieta e della pratica di attività fisica (Cutler et al., 2003). In questo caso i politici potrebbero sfruttare il fattore di “impegno preventivo”, ad esempio per chi preannuncia ai propri amici o colleghi l’intenzione di intraprendere una dieta, rinunciare diventa psicologicamente più costoso. In questa direzione potrebbe andare un intervento che permettesse ai destinatari dei programmi di buoni spesa alimentare (ad esempio il food stamp program statunitense) di prenotare in anticipo la propria spesa, poiché le scelte ponderate è più probabile siano salutari rispetto a quelle realizzate da consumatori affamati tra gli scaffali dei supermercati.
L’economia comportamentale è una scienza relativamente giovane e, pertanto, rimane ancora piuttosto controversa, specialmente per quanto riguarda le sue implicazioni politiche. Tuttavia è innegabile che abbia contribuito, insieme ad alcune evidenze psicologiche, alla riflessione su concetti chiave quali l’autocontrollo, il carico cognitivo, la dissonanza cognitiva e il framing, in riferimento al contesto in cui un comportamento o un’azione vengono presentati piuttosto che all’azione in sé.
Infine è necessario menzionare anche il lato dell’offerta. Si tende a pensare, soprattutto tra i non economisti, che la gente mangi quello che gli viene proposto dall’industria alimentare, piuttosto che l’industria produca quello che la gente vuole. Si citano studi che dimostrano che la frequentazione dei fast-food è maggiore nelle aree in cui si presentano con maggiore densità, anche se gli economisti potrebbero obiettare che la maggiore densità arriva in risposta ad una maggiore domanda.

Evidenze empiriche a supporto dell’intervento pubblico

A livello macro, l’ adozione di misure politiche con l’obiettivo di incidere sulla dieta e migliorare la salute dei cittadini è un fatto relativamente nuovo, pertanto sono ancora scarse le evidenze empiriche che consentono di stabilire con precisione quali politiche sono più efficaci di altre.
La valutazione risulta complicata non solo per la scarsità di politiche in atto, ma anche per la difficoltà ad ottenere dati adeguati. In relazione all’obesità, la situazione è ancora più complicata perché i risultati, ammesso e non concesso che ve ne siano, saranno valutabili soltanto fra qualche anno, ovvero quando ci saranno dati sufficienti. Un utile punto di partenza è la classificazione di politiche pubbliche pensate per ridurre i tassi di obesità distinguendo tra misure di mercato e misure informative (Mazzocchi, Traill, Shogren, 2009).

Tabella 1 - Lista delle misure politiche classificate per tipologia di intervento

* Obiettivo finale degli interventi nel loro complesso è migliorare la dieta e/o ridurre l’obesità per migliorare la salute pubblica
Fonte: Mazzocchi, Traill e Shogren, 2009.

L’evidenza empirica suggerisce che l’informazione è una condizione essenziale per compiere scelte consapevoli, ma non è detto che si traduca nell’adozione di un regime alimentare più sano. Diverse sono le ragioni del fallimento, o del successo limitato, di molte campagne pubbliche.
Innanzitutto è probabile che le persone che adottano un regime alimentare scorretto siano già state informate delle conseguenze negative a cui il loro stato di salute va incontro, quindi spesso restino indifferenti a informazioni aggiuntive. In secondo luogo, agli alimenti sani possono essere attribuite caratteristiche quali un minore sapore e, di conseguenza, un ridotto contenuto di grassi, di zuccheri o di sale può spingere verso il consumo dell’esatto opposto, scegliendo quindi alimenti “genuinamente” non salutari. In terzo luogo, il marketing sociale, per essere efficace, deve studiare appropriatamente il target a cui si rivolge per centrare il bersaglio e colpire chi è davvero più a rischio.
Per quanto sia chiaro che una dieta non equilibrata non possa migliorare solo per l’effetto di una campagna d’informazione, resta interessante analizzarne alcune possibili implicazioni. Per quanto riguarda la relazione tra informazione, educazione e dieta – ad esempio – se individui poco informati e con un basso titolo di studio sovrastimano i rischi associati a una dieta scorretta, una volta informati, potrebbero paradossalmente rispondere mangiando in modo meno corretto.
Le misure di informazione ambiscono a mettere gli individui nella condizione di scegliere in modo da massimizzare il loro personale benessere, quindi viene ignorata l’esistenza di costi sanitari che ricadono sulla collettività (esternalità).
E’ inoltre auspicabile esaminare l’efficienza degli interventi politici sui diversi quantili di popolazione piuttosto che stimare il risultato medio. Per esempio anche se è ragionevole aspettarsi che le campagne pubbliche influenzino soprattutto chi è effettivamente a rischio, è necessario avere anche riscontri empirici a queste ipotesi.
Infine, nel valutare gli interventi di informazione, non bisogna sottovalutare il ruolo delle forze del mercato. Se l’offerta è inelastica, una domanda più alta comporta prezzi più alti piuttosto che un consumo più alto, fatto che potrebbe portare un peggioramento delle ineguaglianze di salute.
Recentemente si è affermato un crescente interesse sull’uso di misure fiscali per favorire un miglioramento della dieta e far sì che i prezzi degli alimenti riflettano il loro reale costo sociale. L’effetto immediato di una tassa consiste in una perdita iniziale di welfare perché i consumatori pagano di più e consumano meno rispetto a quanto avverrebbe rispetto a prezzi formati dalle sole forze del mercato. Tuttavia queste perdite sono bilanciate da maggiori introiti statali e dal guadagno in salute pubblica. Per i sussidi la situazione è ovviamente inversa: consumatori, produttori e sistemi di salute pubblica ne beneficiano nel breve periodo, ma i contribuenti no, perché i sussidi devono comunque essere pagati.
Poiché i consumatori con basso reddito sono più sensibili agli incentivi fiscali, essi modificano le loro abitudini alimentari con più facilità, e dunque il guadagno – in termini di salute e riduzione di rischio – sarà maggiore per le fasce sociali più deboli.
Nonostante diversi studi abbiano dimostrato l’effetto positivo che le misure fiscali hanno sulle scelte dei consumatori, ci sono ancora molti dubbi sul concetto di fat tax. E’ stato spesso additato come poco efficace perché si suppone che i consumatori con reddito più alto siano poco influenzati da queste misure, come regressivo perché le fasce dei più poveri spendono la maggior parte del loro reddito in spesa alimentare, e come ingiusto perché la tassa ricade anche su chi non è a rischio.
Una possibile risposta alla prima critica è che finora sono stati compiuti studi solo su tasse di piccolo calibro, generalmente a livello di Iva. Inoltre è ampiamente riconosciuto che le tasse sulle sigarette sono efficaci per tutti i consumatori, anche a livelli più alti di imposta, così come le tasse sulle bevande alcoliche.
Le evidenze empiriche dimostrano come gli individui siano più propensi a cambiare abitudini quando l’incentivo è alto. Inoltre, se il confine monetario è scelto con cautela, non è affatto detto che debba ricadere sulle categorie più povere in modo sproporzionato.

Conclusioni

Nello stabilire se l’epidemia dell’obesità, insieme alla diffusione di regimi alimentari scorretti, meriti una risposta istituzionale, due sono gli aspetti da considerare con attenzione. Innanzitutto è necessario stabilire con certezza che queste problematiche siano effettivamente correlate ad un fallimento di mercato o comportamentale, e non siano invece il risultato di una scelta consapevole di individui informati. In secondo luogo si deve stabilire se è corretto affermare che una decisione individuale impone costi sul resto della società. In entrambi i casi sono d’obbligo analisi costi-benefici perché solo sulla base dei loro risultati si potrà giustificare l’intervento.
E’ indispensabile aggiornare l’elenco degli effetti delle politiche pubbliche finora sperimentate. Un crescente corpo di ricerche suggerisce che una giudiziosa selezione dei possibili target delle misure fiscali – tasse da un lato e sussidi dall’altro – potrebbe aiutare a superare le critiche che definiscono questo tipo di intervento “regressivo” e “inefficace”. Grande speranza è riposta nel vasto progetto Eatwell [link] finanziato dalla Commissione europea, il cui obiettivo consiste nel valutare, dove possibile, l’efficacia di misure politiche attuate in passato correlandole ai dati dei consumi alimentari di oggi.

Riferimenti bibliografici

  • Cutler, D.M., E.L. Glaeser, and J.M. Shapiro (2003). Why have Americans become more obese? Journal of Economic Perspectives, 17(3), 93-118.
  • Finkelstein, E.A., C.J. Ruhm, and K.M. Kosa (2005). Economic causes and consequences of obesity. Annual Review of Public Health, 26: 239-257.
  • Mazzocchi M, Traill WB and Shogren J (2009). Fat economics: nutrition, health and economic policy, Oxford University Press, Oxford, 181pp.
  • Simon, H.A. (1982). Models of bounded rationality. MIT Press, Cambridge; MA.
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