L’obesità per gli economisti agrari: ‘grasso che cola’?

L’obesità per gli economisti agrari: ‘grasso che cola’?
a Università Cattolica del Sacro Cuore, Dipartimento di Economia Agroalimentare

Un’attenzione sempre crescente viene rivolta dagli economisti, e tra questi anche dagli economisti agrari, al problema dell’obesità e del sovrappeso. Nell’ultimo convegno degli economisti agrari europei, tenutosi lo scorso anno a Gent, una relazione plenaria del prof. Nayga (2008) trattava le tematiche relative alla nutrizione e all’obesità; analogamente nel recente Convegno di Piacenza della Società Italiana degli Economisti Agrari, la relazione del prof. Traill (2009) sul tema dello sbilanciamento della dieta tra i cittadini europei verteva sostanzialmente su questi temi. Tale attenzione rientra anche, e naturalmente, nel crescente interesse dimostrato dagli economisti agrari nel corso degli ultimi decenni ai legami tra alimentazione e salute e alle problematiche della sicurezza alimentare.

La dimensione del problema

Si sente parlare spesso di ‘epidemia’ in relazione all’obesità e al sovrappeso; poiché il problema sembra interessare la maggior parte dei paesi, e non soltanto i paesi ricchi come si sarebbe portati a pensare, il termine oramai in voga ‘pandemia’ sembra persino più appropriato. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel 2005 le persone adulte sovrappeso nel mondo erano 1.6 miliardi, e di queste un quarto erano obese (1); la stessa Oms stima che nel 2015 le persone sovrappeso saranno 2.3 miliardi, ed oltre 700 milioni, cioè quasi un terzo, quelle obese. Se soltanto 50 anni fa non esistevano statistiche, i dati degli ultimi anni mostrano che, con pochissime eccezioni, il tasso di obesità è in crescita; ciò è vero, ad esempio, nei paesi dell’area Ocse (Oecd, 2009), dove la distribuzione dell’Indice di massa corporea (Imc o Bmi dall’inglese “Body Mass Index”) all’interno della popolazione si è spostata nel tempo verso valori maggiori dell’indice. Le proiezioni della stessa Ocse confermano che i tassi di obesità e di sovrappeso sono in crescita, seppure con qualche differenza tra i paesi; e, come detto, il problema non affligge soltanto le economie più sviluppate: paesi quali Argentina, Brasile, Cile, Egitto, Libano, Messico, Russia e Tailandia, ad esempio, hanno tassi di obesità più elevati di quelli dell’Italia. In Italia, secondo l’Indagine multiscopo annuale sulle famiglie dell’Istat (2007), quasi la metà della popolazione adulta (45.5%) ha una problema di sovrappeso, e un italiano su dieci è obeso (9.9%), ma trattandosi di dati dichiarati tale percentuale è sicuramente una sottostima (si veda l’articolo di Hansstein et al. in questo numero di Agriregionieuropa). In soli 5-6 anni si è assistito ad una rapido incremento del fenomeno: il tasso di sovrappeso è cresciuto in media dell’1.0% all’anno, e quello di obesità addirittura del 3.1%. Il fenomeno è più diffuso tra gli uomini: il 54.9% della popolazione maschile è sovrappeso o obesa contro il 36.8% di quella femminile; la fascia di età più colpita è quella tra i 55-64 anni. Malgrado la ‘dieta mediterranea’ sia considerata una dieta bilanciata per apporto di principi nutritivi, sono le regioni del Sud Italia quelle che mostrano i più elevati tassi di obesità e sovrappeso; d’altra parte, anche recentemente si è evidenziato (Mazzocchi et al., 2008) come la dieta italiana sia ‘peggiorata’ nel tempo, allontanandosi dagli obiettivi nutrizionali indicati dall’Oms ed in qualche modo uniformandosi, in termini di composizione nutrizionale, a quella dei paesi dell’area anglosassone. Infine, l’Italia, come la gran parte dei paesi dell’area mediterranea, mostra tassi di obesità infantile tra i più alti in Europa.

 

Perché c’è un ruolo per gli economisti agrari

Una domanda frequente, che si sente tra gli stessi economisti, è: per quale ragione dovremmo interessarci ai problemi dell’obesità? In fin dei conti, l’obesità, e il sovrappeso in generale, sono in primo luogo un problema individuale, frutto dunque di un comportamento di scelta razionale. Pertanto, perché mai si dovrebbero studiare interventi che rischierebbero soltanto di distorcere le scelte dei consumatori? Vi sono però diversi aspetti che vanno precisati, pur nel contesto di quella che potremmo definire la ‘sovranità del consumatore’ (Traill, 2009). È infatti opportuno chiedersi quanto i consumatori siano realmente informati circa le conseguenze delle proprie abitudini alimentari, e dunque quanto razionali siano le loro scelte; in questo caso, interventi esterni volti ad eliminare imperfezioni di mercato sono giustificati. Infatti i problemi legati all’obesità presuppongono un comportamento razionale e soprattutto la capacità di anticipare correttamente e consistentemente eventi futuri, quali i rischi del sovrappeso legati al consumo alimentare, e di esercitare un completo autocontrollo nelle proprie scelte.
È indubbio poi che esistono costi sociali associati a queste scelte individuali, e che questi costi possono essere elevati. In un recente articolo del Wall Street Journal (2009), si fa riferimento ad uno studio del Cdc (Centers for Disease Control and Prevention) che stima che l’obesità inciderebbe per il 9.1% del totale della spesa medica negli Stati Uniti, qualcosa come 147 miliardi di dollari nel solo 2008; per usare una ‘felice’ immagine dell’articolo, ‘we are eating money’. E questi costi sono in crescita: soltanto dieci anni prima si parlava di un’incidenza del 6.5%. Anche in Italia il costo dell’obesità è elevato: uno studio presentato di recente (Turchetti, 2009) stima il costo sociale annuo dell’obesità in 8.3 miliardi di euro, pari a circa il 6.7% della spesa sanitaria pubblica: con una vita media attesa di 75 anni, il costo sanitario aggiuntivo di un diciottenne obeso rispetto ad uno normopeso è di circa 100.000 euro.
Ci sono dunque ragioni più che valide che spingono all’attuazione di interventi in questo ambito (esternalità, asimmetrie informative, fallimenti di mercato), con l’obiettivo di migliorare gli stili alimentari, e dunque la salute individuale ed il benessere collettivo. Per valutare al meglio quali possano essere gli interventi più efficaci e meno distorsivi da intraprendere e per una corretta analisi costi/benefici del loro impatto, la conoscenza delle determinanti di questo sbilanciamento tra apporto e consumo energetici è fondamentale, sia a livello individuale ma anche a livello macroeconomico, coinvolgendo infatti i cambiamenti strutturali derivanti dal processo di sviluppo socio-economico e interessando di conseguenza anche importanti ‘aspetti redistributivi’ all’interno della popolazione.
Numerosi sono i fattori che si pensa possano incidere sul tasso di obesità/sovrappeso: la riduzione dei prezzi dei prodotto agricoli e alimentari, dovuta principalmente al progresso tecnologico, ma da collegarsi anche alla progressiva riduzione del livello di sostegno e di protezionismo delle politiche agroalimentari; i cambiamenti nella struttura socio-economica della popolazione, con un aumento del tasso di partecipazione femminile alla forza-lavoro, e dunque una riduzione del tempo disponibile per la preparazione del cibo, ed un aumento del costo-opportunità del tempo libero; la disponibilità a prezzi ridotti dei convenience-food, spesso caratterizzati da porzioni eccessive; il livello di reddito e di scolarizzazione; la crescente diffusione di stili di vita più sedentari, in tutte le fasce della popolazione, da collegarsi anche con un progressivo spostamento verso impieghi più sedentari; l’aumento del numero di pasti fuori-casa, collegato anche con l’aumento del numero di ristoranti e fast-food di vario tipo; la destrutturazione dei pasti e il conseguente aumento del numero di occasioni di consumo; fenomeni di ‘dipendenza’ dal cibo, una sorta di processo mediante il quale l’utilità marginale del cibo cresce progressivamente, o di incapacità di auto-controllo da parte degli individui.

Alcuni spunti per la ricerca sull’obesità

La conoscenza richiesta può nascere soltanto da un maggiore sforzo di ricerca (si veda Nayga, 2008). A mio parere i ricercatori ormai dispongono di numerosi e adeguati modelli teorici di riferimento, seppur perfettibili, come dimostra l’analisi della letteratura in tema di obesità; come sempre, è la disponibilità dei dati l’elemento imprescindibile e limitante, e probabilmente un importante ruolo degli economisti è anche quello di indirizzare le rilevazioni ufficiali.
Nel passato, gran parte delle ricerche empiriche in tema di domanda di alimenti si sono basate su dati a livello macro, ricorrendo alla nozione di un consumatore medio o rappresentativo. L’analisi delle caratteristiche della domanda di alimenti è fondamentale qualora si voglia fornire una valutazione sia positiva che normativa di interventi di politica nutrizionale, soprattutto rivolti al mercato. La crescente disponibilità di dati a livello individuale, come quelli provenienti da indagini campionarie sui consumi delle famiglie, ha gradualmente spostato l’attenzione verso modelli micro-econometrici, nei quali si possa opportunamente tenere conto della individualità del consumatore, eliminando le distorsioni che derivano dalla risposta media di un consumatore rappresentativo. Va anche detto che l’unità di riferimento della maggior parte di queste indagini, cioè la famiglia, è già di per se stessa una aggregazione di individui anche molto diversi tra loro, soprattutto nel legame tra alimentazione e salute; ecco che si è già pensato di proporre un’estensione dei modelli di funzione di produzione familiare nei quali la famiglia sia trattata non come una singola unità decisionale ma come la risultante della composizione di individui diversi (si parla dunque di modelli non-unitari o collettivi: Nayga, 2008). Ovviamente, l’utilizzo di modelli di questo tipo richiede una disponibilità di dati ancora più ricca.
Per cogliere appieno il legame tra domanda alimentare e aspetti nutrizionali è necessario poi avere a disposizione rilevazioni ripetute nel tempo: l’obesità e il sovrappeso hanno una dimensione temporale importante, sono cioè dei fenomeni dinamici, di accumulo progressivo, che prevedono schemi di riferimento inter-temporali, come dei modelli di ottimizzazione dinamica caratterizzati da un processo di accumulazione (Moro, 2008); l’indagine empirica fondata su questi modelli richiede la disponibilità di dati panel, dove cioè le stesse unità di consumo (individuo o famiglia) siano rilevate nel tempo. Di norma, le indagini campionarie più comuni non hanno una struttura panel, poiché le unità rilevate ruotano all’interno del campione nel corso degli anni; il ricorso a data-set cosidetti pseudo-panel, dove cioè si costruiscono dei panel per ‘gruppi omogenei’ all’interno della popolazione, riduce soltanto il rischio di distorsione derivante dall’aggregazione tra individui, ma appare una strada interessante per bilanciare la ricchezza dell’analisi con la limitazione dei dati. A questo proposito, sarebbe importante realizzare un collegamento tra le indagini sui consumi e le indagine sulle condizioni di salute, che riportano informazioni quali l’Imc degli individui, collegamento che, in generale, ancora manca. Ovviamente, il trattamento di dati individuali richiede l’utilizzo di metodologie di indagine più sofisticate di quelle richieste dai classici modelli aggregati di tipo time-series, come ad esempio il trattamento di dati mancanti o di zeri, l’inclusione di variabili socio-demografiche e il trattamento dell’eterogeneità tra individui, mediante il ricorso a modelli con effetti-individuali.
I dati panel possono anche servire per valutare gli effetti di interventi non di mercato; il confronto fra panel pre- e post-intervento è una pratica comunemente adottata per valutare l’effetto specifico di trattamenti, quali ad esempio campagne nutrizionali oppure l’introduzione di nuovi regimi di etichettatura nutrizionale, dove il problema della self-selection bias deve sempre essere preso in esame per evitare di fornire valutazioni inesatte. L’impatto sul sovrappeso può essere valutato direttamente, mediante l’utilizzo di panel che rilevano misure dirette del peso, oppure indirettamente, attraverso le variazioni nei consumi alimentari dalle quali inferire modificazioni nella composizione nutrizionale della dieta e dunque l’impatto sull’obesità. In quest’ultimo caso, è necessario però riuscire a tradurre i consumi alimentari in apporti nutrizionali, in altre parole tradurre informazioni sui consumi di beni in informazioni sui consumi di caratteristiche (ad esempio, utilizzando le tabelle nutrizionali elaborate all’Istituto nazionale della nutrizione).
Infine, merita perlomeno un breve accenno la possibilità di svolgere indagini empiriche applicando metodi nel campo dell’economia sperimentale, che consente in principio di controllare direttamente un esperimento, riducendo di molto il problema della possibile selection bias derivante da una non completa randomizzazione. L’economia sperimentale, anche nell’ambito della domanda di alimenti, ha trovato nel tempo applicazioni sempre più frequenti, ed il ricorso a questi metodi per ricercare le determinanti dell’obesità ma anche, come conseguenza, le possibili soluzioni in termini di politiche nutrizionali sembra promettente; certamente, data la dimensione temporale del problema del sovrappeso, l’applicazione dei metodi sperimentali richiede uno sforzo particolare, ma si prospetta come la sola soluzione in assenza di qualsiasi altra informazione statistica.

Note

(1) La misura comunemente accettata per valutare il sovrappeso è l’indice di massa corporea (Imc), ottenuto dal rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza. Valori superiori a 25 sono presi come indicatori di sovrappeso, mentre un Imc>30 è indice di obesità.

Riferimenti bibliografici

  • ISTAT (2008), Indagine multiscopo annuale sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana” – 2007.
  • Mazzocchi M., Brasili C., Sandri E. (2008), "Trends in dietary patterns and compliance with World Health Organization recommendations: a cross country analysis", 11(5), pp. 535.540.
  • Moro D., (2008) "Market and policy issues in microeconometric demand modelling", in Bartova L., Gil J.M., M’barek R., Ratinger T. (eds), Proceedings of the CVII EAAE Seminar - Modeling of agricultural and rural development policies,.), JRC/ European Commission-IPTS, Sevilla, pp. 75-94.
  • Nayga Jr. R.M. (2008), "Nutrition, obesity and health: policies and economic research challenges", European Review of Agricultural Economics, 35(3), pp. 281-302.
  • Traill W.B. (2009), Poor diets in Europe: causes and implications for policy, relazione presentata al XLVI Convegno Sidea, Piacenza, 16-19 Settembre 2009.
  • Turchetti G. (2009), Indagine sul fenomeno dell’obesità, Scuola Superiore Sant’Anna, Pisa [link] (accesso: 02 novembre 2009).
  • Wall Street Journal, The fat of the land, August 1, 2009.
Tematiche: 
Rubrica: 

Comments

un altro aspetto da considerare, non accennato nell'articolo, é la responsabilità (diretta, indiretta?) di certi comportamenti alimentari nella induzione di una catena agro-alimentare che alla fin fine sottrae risorse (terra, acqua, cibo) ai poveri e denutriti dei paesi del terzo e qaurto mondo. Questo non riguarda solo il ''quanto'' si mangia, ma anche il ''quanto'' si butta via, il ''cosa si mangia'' (calorie da proteine animali invece che da vegetali).

Commento originariamente inviato da 'FM Santucci' in data 22/12/2009.

Non cliccare su questo link in quanto e accentata per gli spammers e verresti messo nelle blacklist