Il peso dell’economia

Il peso dell’economia
a Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Statistiche «Paolo Fortunati»

A volte, scavando nei numeri, capita di essere colpiti improvvisamente da “verità” apparentemente nascoste, ma che in realtà erano lì, sotto gli occhi di tutti. E’ ormai risaputo che l’Italia non se la passi troppo bene in termini di sovrrappeso e obesità nelle fasce d’età più giovani, ma rispetto all’allarme sull’ennesima “pandemia globale” (quella dei chili di troppo) generalmente si pensa che per il nostro paese questo sia un problema da monitorare e poco di più.
Le statistiche ufficiali (si vedano i contributi di Hansstein et al. e Moro in questo numero di Agriregionieuropa) ci raccontano di un tasso di obesità in età adulta attorno al 10%, contro – ad esempio – tassi che raggiungono il 23% in Inghilterra. Un problema anglosassone. Guardando meglio si scopre che il dato italiano è quello dell’Indagine Multiscopo – quindi dichiarato dagli intervistati – mentre il dato britannico è frutto di una misurazione antropometrica. La differenza è sostanziale. Alcuni confronti recenti (si veda ancora Hansstein et al.) mostrano come il dato dichiarato sia una forte sottostima di quello reale. E’ molto probabile che il “vero” tasso di obesità italiano sia più vicino al 20% che non al 10%, simile a quello britannico. I motivi immediati sono quelli noti: calorie in abbondanza, accompagnate da maggiore sedentarietà.
Epidemiologia e sanità pubblica si sono concentrate da tempo sul problema del collegamento tra eccesso di peso e salute, ma solo per offrire un’interpretazione e soluzioni parziali. Guardando ai paesi che da almeno vent’anni hanno inserito la riduzione dei tassi di obesità nell’agenda politica, appunto i paesi anglosassoni, si rileva come la stragrande maggioranza degli interventi pubblici si sia rivelata inadeguata. Al tempo stesso, come ricorda Traill nel suo contributo, essere obesi non è mai stato così sicuro come oggi. La mortalità per le malattie croniche riconducibili all’obesità si è ridotta drasticamente, anche se la prevalenza di queste patologie è aumentata.
E allora le domande da porsi diventano un po’ più complesse. E’ davvero necessario spendere denaro pubblico per “combattere” l’obesità? O – come sostengono alcuni (si veda ad es. Oliver, 2006) – questa enfasi sull’obesità non è altro che un’invasione nella sfera privata e addirittura può indurre stigmatizzazione ed emarginazione? E se proprio si deve intervenire, è sufficiente informare? O si deve arrivare a tassare il “cibo spazzatura”? O magari inserire la retromarcia nelle politiche agroalimentari e introdurre sussidi per ridurre i prezzi di frutta e verdura?
Per rispondere in maniera soddisfacente a queste domande, non bastano gli apporti scientifici di epidemiologia e salute pubblica. Gli economisti hanno qualcosa da dire, meglio se attraverso un confronto e un’integrazione con le scienze biomediche come suggerisce Shogren nel suo intervento. L’economia può scavare a fondo nei comportamenti economici per spiegare – ad esempio – perché informare non basta (Traill). Oppure spiegare al cittadino perché le diete scorrette non sono semplicemente una scelta individuale, ma di peso alzano anche quello della spesa sanitaria (Moro). C’è chi ha puntato il dito sulle politiche agricole, dicendo che i sussidi all’agricoltura abbiano artificialmente abbassato i costi di produzione e quindi i prezzi alimentari, favorendo una produzione eccessiva di calorie per il consumo (ne fa cenno ad esempio Cawley). Ma altri (come nel contributo di Alston et al.) sostengono che al contrario i sussidi abbiano sostenuto i prezzi e che considerando l’effetto relativo su gruppi di alimenti specifici, abbiano favorito i consumi di frutta e verdura rispetto a quelli di alimenti proteici.
Gli economisti hanno anche un ruolo importante nel segnalare le distorsioni più gravi nella distribuzione del problema. L’obesità (e le sue conseguenze sanitarie) hanno una prevalenza maggiore nei bambini (si vedano i contributi di Cawley, Banterle e Cavaliere), nelle fasce socio-economiche più svantaggiate (Hansstein et al., Banterle e Cavaliere), nei paesi in via di sviluppo (Schmidhuber e Shetty). Liquidare l’eccesso di peso come una “libera scelta di consumo” o gli interventi pubblici come un’ingerenza sarebbe quantomeno superficiale.
Gli articoli sul tema di questo numero di Agriregionieuropa includono sia contributi originali come quelli di Banterle e Cavaliere, Moro, Hansstein et al., che alcuni dei più importanti contributi sul tema apparsi nella letteratura economica internazionale negli ultimi anni. Una selezione basata sulla revisione critica della ricerca economica sul tema apparsa nel recente volume di Mazzocchi, Traill e Shogren (2009). Questi articoli sono stati tradotti, riassunti ed adattati con il consenso degli autori.

Riferimenti bibliografici

  • Mazzocchi, M., Traill, W.B., Shogren, J.S. (2009). Fat Economics: Nutrition, Health, and Economic Policy. Oxford: Oxford University Press.
  • Oliver, J.E. (2006). Fat Politics: The Real Story behind America's Obesity Epidemic. Oxford: Oxford University Press.
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