Sostenibilità ambientale e ruralità dei sistemi locali

Sostenibilità ambientale e ruralità dei sistemi locali
a Università degli Studi della Tuscia, Dipartimento Economia e Impresa
b Agronomo, Ordine di Viterbo

Introduzione

Questa nota si pone l’obiettivo di discutere i risultati di una verifica empirica delle relazioni esistenti a livello locale fra la sostenibilità ambientale di un sistema economico e la presenza di caratteri di ruralità. A questo scopo, dopo aver descritto il metodo per il calcolo del grado di sostenibilità ambientale e aver presentato una definizione operativa di ruralità che consenta di quantificarne la presenza in un territorio, viene valutato il legame esistente fra grado di ruralità e livello di sostenibilità ambientale attraverso un’analisi di correlazione.
I risultati scaturiti dall’analisi, valutati alla luce dei limiti oggettivi della capacità descrittiva degli indicatori e delle modalità adottate per il loro calcolo, forniscono lo spunto per individuare alcuni elementi oggetto di riflessione e di approfondimento riguardo le effettive possibilità di mantenere o ripristinare condizioni di sostenibilità ambientale nei sistemi rurali.

Misura della sostenibilità ambientale

L’impronta ecologica (Ie) è un indicatore, riconosciuto e utilizzato al livello internazionale, che consente di valutare l’impatto che l’uomo esercita sull’ambiente in termini di superficie ecologicamente produttiva necessaria per sostenere la sua vita e le sue attività (Wackernagel e Rees, 2008).
Per definizione l’Ie di un individuo è la quantità di territorio ecologicamente produttivo necessaria per fornire tutte le risorse di energia e materia che consuma e per assorbire tutti gli scarti che produce. L’Ie è espressa in “ettari globali” (gha), un’unità di misura che consente di rendere omogenei in termini di bio-produttività terreni di tipo diverso. Il fatto di arrivare a un risultato semplice e fruibile, espresso in termini di spazio fisico, facilita la comprensione del concetto di sostenibilità come “rimanere dentro i limiti” e di insostenibilità come “superare i limiti”. Semplicità concettuale e forte comunicabilità hanno contribuito alla diffusione dell’Ie per la verifica della sostenibilità ambientale e la divulgazione delle questioni ecologiche ad essa connesse.
Il calcolo dell’Ie è basato sull’assunzione che sia possibile stimare le risorse di materia e energia consumate da una popolazione e che sia possibile convertirle nelle corrispondenti superfici biologicamente produttive e capaci di assorbire gli scarti che derivano dal loro utilizzo. Ad ogni tipologia di bene di consumo viene associata una specifica categoria di territorio: terreno agricolo, terreno a pascolo, foresta (per la produzione legno), area edificata, superficie acquatica, terreno per l’energia (superficie necessaria per assorbire la CO2 prodotta dal consumo dei combustibili fossili e di energia elettrica). La metodologia di calcolo permette di valutare sia i consumi di risorse dei diversi processi produttivi, sia l’impatto energetico dei beni provenienti dall’esterno del territorio attraverso una stima delle emissioni di CO2 determinate dal trasporto dei prodotti importati.
Sommando i contributi delle diverse tipologie di territorio e operando una normalizzazione che tiene conto della differente produttività delle varie tipologie di terreni, si ottiene l’Ie della popolazione considerata. Dividendo tale valore per la popolazione residente si ottiene il valore dell’Ie a livello individuale.
Va precisato che rientrano nel computo solo i beni, i servizi e le attività per le quali è possibile risalire a una stima affidabile della superficie consumata, per il calcolo della quale, comunque, viene sempre adottato un approccio cautelativo. Ne deriva che, nella maggior parte dei casi, l’Ie calcolata rappresenta una stima per difetto dell’effettivo impatto ambientale delle attività umane.
Per valutare la sostenibilità dell’impatto di una comunità rispetto al territorio in cui vive è necessario comparare la Ie di un suo individuo “medio” con la capacità ecologica pro-capite determinata dalla disponibilità e dalla effettiva produttività delle risorse naturali locali, la quale viene definita biocapacità (Bc).
La Bc misura l’offerta di bioproduttività, ossia la produzione biologica fornita da terre arabili, pascoli, foreste, aree marine produttive e, in parte, aree edificate o in degrado. Anche questo indicatore viene espresso in ettari globali, valutati tenendo conto dalla bioproduttività delle diverse categorie di terreno in relazione a “fattori di equivalenza” e “fattori di rendimento” aggiornati annualmente da parte dei ricercatori del Global Footprint Network (Pulselli, 2007). Il fattore di equivalenza di una tipologia di terreno è identico in tutto il mondo e varia ogni anno in relazione al modello di gestione, alla produttività e alle tecnologie prevalenti. Il fattore di rendimento indica di quanto la produttività locale di una tipologia di terreno differisca dalla corrispondente produttività media mondiale.
La differenza fra Bc e Ie definisce il bilancio ambientale: a un valore negativo (positivo) corrisponde una situazione di deficit (surplus) ecologico, ovvero una situazione di insostenibilità (sostenibilità) in cui i consumi di risorse naturali risultano superiori (inferiori) ai livelli di rigenerazione da parte degli ecosistemi locali. L’entità del surplus/deficit ecologico rappresenta una stima del livello di sostenibilità/ insostenibilità dello stile di vita di una collettività rispetto alle risorse del territorio preso come riferimento spaziale (Bagliani et al., 2008).
Per eseguire una valutazione delle condizioni di sostenibilità ambientale è stata condotta un’indagine per reperire dei valori di Ie e Bc a livello provinciale; questi sono risultati disponibili per 12 province (prime tre colonne della tabella 1). Il dato che emerge è una generalizzata insostenibilità che in alcuni casi appare di lieve entità (Siena, Viterbo) mentre in altri raggiunge livelli estremamente elevati (Rimini, Forlì-Cesena). Questo risultato non è sorprendente se si considera che il dato nazionale evidenzia una Ie pari a 4,8 gha e una Bc pari a 1,8 gha, il che comporta per un cittadino italiano “medio” un deficit ecologico pari a 3,0 gha (Wwf, 2008).

Misura della ruralità

La necessità di definire il concetto di ruralità e di individuare dei caratteri riconoscibili all’interno di un territorio per poterlo definire “rurale” ha impegnato per molto tempo numerosi ricercatori. Un approccio molto frequente in letteratura è stato quello di considerare la ruralità come una caratteristica costitutiva di un territorio; secondo questa lettura una regione viene definita “rurale” se una o più variabili rientrano all’interno di intervalli predefiniti. Il limite concettuale di questo approccio è determinato dalla mancata considerazione dell’evidenza che la ruralità è un attributo che muta continuamente di intensità nello spazio e nel tempo e, in quanto tale, è questione di misura (Angeli et al., 2001).
In realtà, l’individuazione della ruralità è riconducibile a due momenti fondamentali. Il primo è rappresentato dall’adozione di una definizione chiara e pragmatica, con tutti i limiti che questo comporta, dalla quale sia possibile desumere senza ambiguità i caratteri (ovvero le variabili) che la identificano. Il secondo è quello della misurazione, vale a dire della quantificazione del livello di presenza dei caratteri che la definiscono nelle unità territoriali oggetto di studio.
Una definizione che possiede le caratteristiche appena citate è quella proposta dall’Ocse sulla classificazione delle aree rurali dei Paesi membri nella quale, pur evidenziando le difficoltà legate alla distinzione delle unità territoriali rispetto alla connotazione rurale, si afferma che “la ruralità di un territorio è espressa dalla quota di residenti in comuni con bassa densità di popolazione” (Oecd, 1994).
Partendo da tale definizione è stata eseguita la misurazione della ruralità provinciale adottando una metodologia già proposta in precedenti lavori (Franco e Senni, 2001). Questa prevede inizialmente una trasposizione nel continuo della ruralità comunale attraverso l’adozione di una funzione che riporta fra 0 e 1 la relativa densità di popolazione. Viene quindi valutata la popolazione rurale di ciascun comune moltiplicando la popolazione residente per il relativo livello di ruralità. Sommando le popolazioni rurali comunali si perviene alla popolazione rurale della provincia, la quale, rapportata alla popolazione totale, determina il grado di ruralità della provincia.
Adottando questa metodologia è stato calcolato il livello di ruralità delle 12 province per le quali erano disponibili i dati necessari alla valutazione della sostenibilità ambientale (ultima colonna di tabella 1). Da notare come tale livello di ruralità non dipenda soltanto dalla densità abitativa ma anche dalla distribuzione della popolazione fra centri urbani e insediamenti di dimensioni più contenute. E’ questa una lettura della ruralità che, proprio in quanto tiene conto del frazionamento residenziale e, in modo indiretto, della localizzazione delle attività economiche, può essere efficacemente posta in relazione con le risorse disponibili e utilizzate all’interno del sistema territoriale.

 Tabella 1 - Bilancio ecologico* e livello di ruralità di alcune province *

I dati di IE e BC riportati in tabella sono tratti da:
1 Bagliani et al., 2008;
2 Provincia di Bologna, 2007 [link];
3 Provincia di Milano, 2008 link];
4 Arpa Emilia Romagna, 2003 [link];
5 Provincia di Torino, 2005 [link];
6 Blasi e Passeri, 2009.

Confronto tra sostenibilità ambientale e ruralità

Al fine di confrontare la condizione di ruralità con l’entità del deficit ecologico è stata condotta un’analisi di correlazione sulle 12 province esaminate.
Il risultato evidenzia un valore di r = -0,801, statisticamente molto significativo (p<0,01). Tale intenso legame inverso consente di concludere che quanto maggiore è la ruralità di un territorio, tanto più elevato è il livello di sostenibilità (o, meglio, tanto più ridotta è l’insostenibilità) delle attività umane che vi hanno luogo. E’ questo un risultato che poteva essere facilmente previsto considerando la dipendenza inversa che grado di ruralità e Bc pro-capite presentano rispetto alla densità della popolazione residente. Una verifica in questo senso produce un coefficiente di correlazione elevato (r = 0,763) e altamente significativo (p<0,01). Non giustificata da alcuna dipendenza nella modalità di calcolo è, invece, la relazione che si osserva tra Ie e grado di ruralità. Il legame fra le variabili, pur contenuto (r = -0,231), segnala una tendenza degna di approfondimento.
L’associazione inversa fra le dimensioni della ruralità e dell’impatto ambientale potrebbe far ipotizzare che lo stile di vita delle popolazioni residenti in contesti rurali sia meno dispendioso in termini di utilizzo di risorse. Tale ipotesi, tuttavia, potrebbe essere rigettata per almeno due ordini di motivi. Il primo è determinato dal risultato quantitativo dell’analisi di correlazione che, proprio per la sua scarsa significatività statistica, potrebbe essere attribuito a elementi casuali legati alle specificità delle province prese in considerazione. Il secondo è legato alle modalità di calcolo dell’Ie nelle diverse province che, oltre a essere riferito a periodi temporali differenti, potrebbe risentire di differenze, anche rilevanti, nei dati utilizzati e nelle procedure adottate.
Dato che entrambe le obiezioni possiedono una loro fondatezza, è sembrato interessante verificare la tendenza osservata attraverso un’ulteriore analisi nella quale si è verificato il rapporto nelle province considerate tra grado di ruralità e valore dei consumi interni pro-capite per il medesimo paniere di beni (Istituto Tagliacarne, 2009). Il risultato offre una conferma del dato emerso dall’analisi precedente: la correlazione fra consumi pro capite e livello di ruralità è pari a r = -0,545, un valore sufficientemente elevato e statisticamente significativo.

Considerazioni conclusive

Nei sistemi locali a più elevata connotazione rurale, la bassa densità abitativa e la dispersione della popolazione, consentendo ai residenti di disporre di una maggiore dotazione di risorse pro-capite, creano un contesto più favorevole all’instaurarsi di condizioni di sostenibilità ambientale.
Inoltre, ed è questo l’aspetto più interessante emerso dallo studio, sembra di poter affermare che nelle aree rurali gli stili di vita siano tendenzialmente più sobri, se osservati rispetto all’utilizzo di risorse e, soprattutto, sotto il profilo dei consumi, sia dal punto di vista della loro dimensione complessiva che rispetto alla provenienza locale dei beni e dei servizi. Questo risultato, che trova parziale spiegazione nella minore presenza all’interno territori rurali di alcune attività maggiormente sviluppate nelle aree urbane, va comunque interpretato considerando la capacità delle comunità rurali di far fronte a una parte dei propri bisogni senza necessariamente fare ricorso a beni e servizi provenienti dall’esterno. Una tale situazione, che si traduce in una maggiore auto-sostenibilità dei sistemi rurali, trova fondamento sia in una più stretta integrazione dei sistemi locali di produzione e consumo, in particolare per quanto riguarda i beni alimentari, sia nella diffusa e radicata rete di beni relazionali che ancora oggi continua a qualificare la struttura sociale dei territori rurali. Ne deriva una migliore capacità di resilienza dei sistemi rurali che, molto più delle aree fortemente antropizzate, riescono a mantenere i loro equilibri interni con l’ecosistema e, proprio grazie a tali equilibri, a sopportare gli effetti di shock esogeni di tipo economico.
In conclusione è necessario sottolineare che le considerazioni sviluppate si basano su dei risultati che presentano ampi margini di variabilità. Ciò è dovuto, oltre che al limitato numero di osservazioni prese in considerazione nell’analisi statistica, agli indicatori utilizzati. Questi, infatti, risentono, per quanto riguarda il grado di ruralità, di un’eccessiva semplificazione rispetto al fenomeno quantificato e, per l’impronta ecologica, di una modalità di calcolo oggetto di costante affinamento. Per questa ragione le indicazioni tratte dallo studio vanno lette con molta prudenza in attesa di una loro conferma che può arrivare solo da ulteriori approfondimenti metodologici ed empirici.

Riferimenti bibliografici

  • Franco S., Senni S. (2001), The regional modulation of rural development policies: a methodological proposal in 73rd EAAE seminar Policy experiences with rural development in a diversified Europe, Ancona, 28-30 Giugno 2001.
  • Istituto Tagliacarne (2008), Atlante della competitività delle Province [link].
  • OECD (1994), Creating rural indicators for shaping territorial policy, OECD Publications, Paris.
  • Pulselli F.M., Bastianoni S., Marchettini N., Tiezzi E. (2007), La soglia della sostenibilità, Donzelli Editore, Roma.
  • Wackernagel M., Rees W. (2008), L’impronta ecologica, come ridurre l’impatto dell’uomo sulla terra, Edizioni Ambiente, Roma.
  • WWF (2008), Living Planet Report, WWF publications.
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