Prezzi agricoli, recessione e insicurezza alimentare

Prezzi agricoli, recessione e insicurezza alimentare

Le ultime stime pubblicate dalla FAO (2009a) mostrano una crescita preoccupante della sottonutrizione: circa un sesto dell’umanità, corrispondente a oltre un miliardo di persone, vive in tali condizioni. La cifra è più che doppia rispetto a quella menzionata negli obbiettivi del primo World Food Summit, che nel 1996 proponeva ai paesi raccoltisi a Roma di impegnarsi per ridurre entro il 2015 il numero globale entro i 420 milioni; un obiettivo che allora fu considerato poco ambizioso, e che oggi sembra ben difficile da raggiungere.
Quali sono le cause di questo regresso? Al momento, esse vanno individuate soprattutto nella rapida sequenza con cui si sono susseguiti, in parte sovrapponendosi, la fiammata dei prezzi internazionali dei prodotti agricoli e dell’energia e la crisi economica innescata dalle vicende dei mercati finanziari internazionali.
Com’è noto, l’inflazione è di per sé fenomeno regressivo, che colpisce proporzionalmente di più i redditi più bassi. Quella importata fra il 2006 e il 2008 da molti paesi poveri, sebbene temperata spesso dalla imperfetta trasmissione dei segnali ai mercati interni, si è tradotta in una difficoltà di accesso al cibo per molte famiglie vulnerabili, senza riuscire a costituire una reale opportunità di guadagno per i produttori agricoli, e specie per quelli che operano su piccola scala e in condizioni di sussistenza.
Questo è capitato soprattutto nelle economie deboli e dipendenti per il cibo e l’energia ‑ che la Fao classifica come Low-Income-Food Deficit Countries (LIFDC), una lista che si sovrappone per larga parte con quella dei Paesi meno avanzati (Pma), ultimi nella scala del reddito procapite – e che faticano a identificare e promuovere a breve termine attività produttive che siano competitive [link].
Il problema, in questi paesi, si pone anzitutto per i consumatori urbani, più direttamente esposti alla crescita dei prezzi internazionali, e privi di quella temporanea valvola di sicurezza costituita dall’autoconsumo. Ma non solo: uno studio condotto di recente dalla Banca Mondiale e dalla Fao sulle Rural Income Generating Activities ha mostrato come, in un campione di dodici Pma - Bangldesh, Pakistan, Vietnam, Guatemala, Ghana, Malawi, Madagascar, Etiopia, Zambia, Cambogia, Bolivia, Perù ‑ siano venditrici nette in media il 23% delle famiglie totali, il 31% di quelle residenti nelle aree rurali, ed il 25% delle famiglie che vivono con meno di un dollaro al giorno (FAO, 2008). Dunque sono molte di più le famiglie che subiscono l’inflazione dal lato del consumo di quelle che avrebbero potuto approfittarne in termini di maggior guadagno. Inoltre, l’aumento dei prezzi dell’energia ha influito direttamente sui costi di produzione dell’agricoltura, e sul costo di alcuni input chiave come i fertilizzanti, gli antiparassitari e l’uso dei mezzi meccanici. E l’inflazione, dal lato dei costi di produzione, sembra essersi trasmessa rapidamente nei paesi LIFDC (FAO, 2009b).
Gli alti prezzi internazionali dei prodotti agricoli di questo periodo, e la fiammata del 2008, non hanno costituito un’opportunità per i paesi più deboli, e soprattutto per i produttori più deboli. Basta guardare l’evoluzione della produzione negli ultimi mesi. Fra il 2007 e il 2008 è aumentata molto rapidamente, e di un’entità percentuale che raramente si osserva su scala globale. Per i cereali, il Food Outlook della Fao stima una crescita della quantità fisica su base annua di circa il 7,5% fra il 2007 e il 2008; è questa la reazione dell’offerta alla crescita rapida dei prezzi che si verificava in quel periodo. Tuttavia, dove è concentrata questa crescita? Nei paesi LIFDC, che contano per poco più del 40% su scala mondiale, la produzione è cresciuta in quello stesso anno del 3.7%, mentre nel complesso dei paesi sviluppati la crescita è stata del 13%. La scarsa capacità produttiva, le infrastrutture deboli, la scarsa organizzazione delle filiere e dei mercati non hanno consentito - o hanno consentito in misura assai minore ‑ ai produttori dei LIFDC di reagire ai prezzi favorevoli aumentando rapidamente la produzione, come è avvenuto altrove.
Cosa è successo successivamente? Nella seconda metà del 2008, com’è noto, i prezzi internazionali dei prodotti agricoli e dell’energia sono rientrati precipitosamente dal picco raggiunto intorno all’estate, soprattutto a causa dei segnali di recessione che hanno investito tutta l’economia mondiale. La crisi alimentare ha smesso di fare notizia, lasciando il posto al collasso dei mercati finanziari.
Nei paesi poveri e dipendenti come i LIFDC la frenata dei prezzi agricoli non è stata altrettanto brusca, e molti sono ancora oggi a livelli problematici. Il database sui prezzi locali dei beni alimentari del Global Information and Early Warning System della Fao mostra, a luglio 2009, che di 780 quotazioni di prodotti alimentari, il 94% è ancora superiore al livello di due anni prima, ed il 71% è superiore di oltre il 25% rispetto al livello del luglio 2007. Le stesse percentuali risultano anche più elevate se si considera il caso dei cereali nell’Africa Sub-Sahariana. Questo vuol dire che i prezzi dei prodotti alimentari sono ancora alti, mentre la crisi economica ha cominciato a far sentire i suoi effetti, riducendo le opportunità di occupazione e i redditi. Le famiglie più vulnerabili dunque sono schiacciate da due lati. I canali attrave
rso cui la recessione globale sta facendo sentire i suoi effetti nei paesi più poveri sono molti, e spesso sinergici. Un effetto evidente in molti paesi è la riduzione delle rimesse dei lavoratori emigrati, che costituisce una fonte di capitale importante per molte famiglie, sia nelle zone urbane che in quelle rurali, in grado di supplire a mercati del credito largamente incompleti. Le rimesse aumentavano rapidamente negli anni scorsi, e costituivano una voce significativa nel prodotto lordo di molti piccoli paesi. Il contrarsi di questa fonte di finanziamento - si stima una riduzione del 5% nel 2008 e dell’8% nel 2009 - ha effetto soprattutto sui piccoli investimenti. Attività spesso legate all’agricoltura ed alla trasformazione dei prodotti agricoli, come una piccola serra, o un impianto di trasformazione a dimensione familiare, sono oggi più difficili da realizzare; e questo pregiudica le opportunità di guadagno a medio termine.
Ma anche le altre fonti di finanziamento si stanno riducendo. A livello macro, il Fondo Monetario si attende una riduzione del 25% circa delle risorse finanziarie destinate al sostegno dei paesi più poveri attraverso l’Official Development Assistance. Senza contare che i canali formali del credito che operano nei paesi in via di sviluppo risentono, come tutti, della stretta internazionale. E anche gli investimenti diretti esteri si stima si siano contratti nel 2009 del 32% su base annua (FAO, 2009a).
Nel mercato dei prodotti ci si attende anche una contrazione delle esportazioni, stimata fra il 5% e il 9% per il 2009, e soprattutto una caduta del valore unitario delle esportazioni dei paesi in via di sviluppo. Questo peggioramento congiunturale si colloca in un quadro in cui, soprattutto per i prodotti a maggior valore aggiunto cui molti paesi guardano, la competizione nei mercati promettenti come quelli europei e nordamericani era già in crescita, e richiedeva di conseguenza investimenti cospicui: si pensi, ad esempio, ai sistemi di controllo della qualità e della salubrità degli alimenti, sempre più importanti per i consumatori, e che sempre più contribuiscono a definire i flussi commerciali. Il rallentamento congiunturale del commercio e l’accresciuta competizione hanno costi valutabili direttamente in opportunità occupazionali nei paesi come i LIFDC, i cui effetti probabilmente, devono ancora manifestarsi.
Cosa ci possiamo aspettare per gli anni a venire? L’ultimo esercizio di proiezione condotto congiuntamente da Ocse e Fao (2009) sui mercati agricoli, pubblicato a luglio del 2009, sostiene che i prezzi internazionali dei prodotti agricoli dovrebbero permanere nel prossimo decennio a un livello relativamente alto, fra il 10% e il 20% più alto di quello del decennio scorso per i maggiori prodotti vegetali, e circa al livello del decennio scorso per i prodotti degli allevamenti. Un elemento chiave dell’esercizio è l’ipotesi sul livello del prezzo del petrolio. Sulle base delle indicazioni correnti di chi conosce quel mercato, l’Outlook di Ocse e Fao utilizza 100 dollari al barile come valore di riferimento tendenziale per il prossimo decennio. Dunque, i costi relativamente sostenuti, combinati con la pressione di domanda che la popolazione mondiale – ancora in crescita sebbene a tasso decrescente – dovrebbero continuare a mantenere prezzi vivaci. Questo sempre dopo che la crisi economica generalizzata avrà finito di esercitare i suoi effetti diretti.
Quale può essere la via di uscita da questo quadro sfavorevole? La prospettiva che si ripropone, e che sembra tutt’altro che facile da realizzare, è ancora quella di investire nell’agricoltura, nella crescita della produttività, delle infrastrutture e dei servizi necessari agli agricoltori soprattutto nei paesi come i LIFDC. L’agricoltura può essere un motore di affrancamento dalla povertà, e di accumulazione di quel surplus che consente di diversificare le economie e spingerle verso produzioni competitive e scambiabili nei mercati, interni ed internazionali. Le risorse necessarie a realizzare un piano globale di investimenti sono valutate dalla Fao in circa 30 miliardi di dollari per anno (FAO, 2009a): una cifra certamente cospicua e non facile da reperire in tempi di recessione, ma che può apparire ragionevole se confrontata ad altre spese, come per esempio quelle per il sostegno all’agricoltura nei paesi dell’Ocse o quello che si è speso nei mesi scorsi per il salvataggio di istituzioni finanziarie. Da questo punto di vista, il Joint Statement on Global Food Security rilasciato all’ultima riunione del G8, e l’impegno a mobilizzare 20 miliardi di dollari in tre anni per sostenere lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura e la lotta all’insicurezza alimentare potrebbe indurre ad un qualche ottimismo.
Quei 30 miliardi di dollari all’anno potrebbero essere fondi ben spesi soprattutto se venissero utilizzati per rendere i paesi come i LIFDC più forti da un punto di vista strutturale, poiché questo consentirebbe loro di fronteggiare meglio qualunque tempesta dovesse tornare a investire l’economia mondiale, il mercato dei prodotti agricoli, o entrambi, come è avvenuto in questi anni. Al tempo stesso, è chiaro anche che la condizione attuale di emergenza dettata dalla crescita della sottonutrizione richiede investimenti anche in reti di sicurezza e di aiuto diretto a breve termine, che andrebbero affiancate e poste in connessione con le azioni rivolte al miglioramento strutturale.

Riferimenti Bibliografici:

  • FAO The State of Food Insecurity in the World, FAO, Roma,
  • FAO (2009a)“More People than ever are victims of hungerFAO Press Release, 20 giugno
  • FAO (2009b) The State of Agricultural Commodity Markets 2009, FAO, Roma,
  • OECD e FAO (2009) “Agricultural Outlook 2009-18”, Paris
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