Cambiamenti ed evoluzione del pastoralismo in Sardegna

Cambiamenti ed evoluzione del pastoralismo in Sardegna
a Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni

Introduzione

Nell’ultimo trentennio del secolo scorso la pastorizia sarda è stata attraversata da cambiamenti strutturali profondi che passano per l’appoderamento delle aziende, l’abbandono delle transumanze, la stanzialità sempre più diffusa nelle zone di migrazione. Il pastoralismo si mostra così una cultura non residuale ma, fino ad oggi, in espansione. Il pastore è sceso dalle montagne verso le colline e le pianure della Sardegna. Ha anche realizzato una “transumanza lunga” perché ha varcato il mar Tirreno, ha colonizzato non solo le terre abbandonate dagli agricoltori sardi, ma anche quelle dei mezzadri, soprattutto della Toscana (Meloni 2011).
Questa pastorizia si colloca pienamente all’interno di quel processo di rinascita delle aziende contadine, attentamente descritto da Ploeg (2009), per la capacità di occupare spazi come quelli delle aree interne che le civiltà contadine hanno abbandonato, garantendo la produzione di beni di consumo e servizi, preservando al contempo beni pubblici come paesaggio, biodiversità ambientale e sociale, benessere degli animali, qualità della vita, tradizioni ed eredità culturali: «Insomma, i sistemi pastorali devono sopravvivere non (solo) per il valore delle merci che sono in grado di produrre: carne, latte, lana, letame, ma perché, occupando aree spopolate, contribuiscono alla conservazione dei suoli, prevengono o attenuano i danni che potrebbero avvenire in pianura per effetto dell’abbandono della montagna o della collina» (Rubino, 2015).
A grandi linee, è possibile individuare un processo di evoluzione dei sistemi agro-pastorali nel secondo dopo-guerra, scandito attraverso tre modelli di gestione delle risorse: sistema agro-pastorale tradizionale; pastoralismo estensivo; modello multifunzionale. Questi sistemi si susseguono e in parte si sovrappongono nelle fasi di transizione dall’uno all’altro, attraverso meccanismi che, di volta in volta, comportano una disarticolazione di componenti “tradizionali”, o una loro riattualizzazione, così come l’emergere di nuove caratteristiche attorno alle quali il modello tende a riassestarsi. Lo schema proposto permette di distinguere tra caratteristiche di lunga durata dei sistemi agro-pastorali sardi (in particolare l’allevamento estensivo e a pascolo brado) che permangono nei diversi modelli, e caratteristiche più specifiche e storicamente localizzate che, a seconda dei casi, tendono ad affievolirsi (transumanze, usi civici) o si riconfigurano (complementarità tra allevamento e agricoltura). Si tratta di una proposta di periodizzazione a valenza analitica e, come in tutti i processi sociali di mutamento, non scandita da cesure nette, data la difficoltà di periodizzare precisamente fenomeni che si evolvono lungo grandi archi temporali e prendono avvio, almeno in parte, già nel sistema agro-pastorale tradizionale, pur diventando prevalenti e caratterizzanti soltanto in seguito.

Il modello agro-pastorale tradizionale

Il modello agropastorale tradizionale è stato prevalente nelle zone interne e centrali della Sardegna per tutto l’ottocento fino agli anni cinquanta del novecento. Come già sottolineato da Casalis-Angius (1853) per la Barbagia, lungi dall’avere un carattere marcatamente monopastorale, queste aree si contraddistinguevano per la policoltura e la complementarità tra un’agricoltura estensiva (con la prevalenza di cereali, soprattutto grano ed orzo, ma anche vite e ulivo) e l’allevamento di ovicaprini, cui si affiancava in minore misura quello di bovini, suini ed equini (Meloni, 1984; Mienties, 2008; Ortu, 1981).
L’utilizzo dei suoli prevedeva una differenziazione in tre cinture che si allargavano per cerchi concentrici attorno al comune: la prima cintura, prossima alle zone centrali, era la più fertile e per questo destinata agli orti familiari, rigidamente delimitati da alte siepi in rovo. La seconda era costituita dai chiusi, recintati con muri a secco e siepi ed utilizzati sia per colture arboree che per la semina dei cereali. I chiusi erano coltivati con un sistema di rotazione ed erano ripuliti da cardi, rovi e pietre prima dell’aratura, in tardo autunno. La terza e più esterna fascia, chiamata salto, comprendeva le terre non chiuse (comunali ma anche private) e soggette ad usi comunitari. Veniva utilizzata per lo più come pascolo, ma vi si praticavano anche forme di agricoltura estensiva.
Pastorizia e agricoltura si integravano reciprocamente per garantire l’ottimizzazione delle risorse disponibili e la sopravvivenza economica. Questa complementarità garantiva alla pastorizia vantaggi:

  • diretti: perché la messa a coltura dei suoli permetteva l’integrazione dello stock foraggiero spontaneo che era alla base dell’alimentazione del bestiame; a fine estate, quando il pascolo naturale scarseggiava le granaglie come l’orzo, ma anche le stoppie, il fogliame della vite e degli orti, i prodotti di scarto (pere, castagne, vinacce) permettevano il sostentamento degli animali;

  • indiretti: le operazioni connesse al ciclo agricolo, come l’eliminazione e bruciatura autunnale della macchia mediterranea (in particolare stoppie, cisto e cardi), l’aratura e l’estrazione delle radici di erica e corbezzolo, miglioravano la capacità produttiva dei suoli e la qualità delle erbe spontanee, contenevano poi l’espansione della macchia mediterranea, ostacolo al passaggio delle greggi.

La complementarità era inoltre connessa all’uso delle terre comuni: siano esse comunali o gravate da usi civici, queste terre erano soggette a diritti di godimento da parte degli abitanti di un paese, che riguardavano vari tipi di sfruttamento comunitario e promiscuo delle terre, con diritti di accesso (a volte a titolo individuale, spesso a titolo collettivo), in particolare semina, pascolo, legnatico e ghiandatico. Fino agli anni ’50, mediante i Regolamenti d’uso comunali, si definiva la destinazione d’uso delle terre secondo un sistema di rotazione annuale che le divideva in coltivabili (il vidazzone, destinato alla semina) e pascolabili (il paberile, messo a riposo per un turno agrario) (Le Lannou, 1979; Ortu, 1981; Meloni, 1984). Si delimitavano zone, tempi e percorsi, si fissavano le aree di sverno del bestiame e l’uso delle stoppie. La semina era preceduta dalle attività di bruciatura autunnale; ultimato il raccolto, i terreni del seminerio erano aperti al pascolo. La presenza di aree boschive non era un limite al pascolo, quanto una risorsa integrativa (legnatico e ghiandifero per i maiali).
In virtù del complesso meccanismo di scambio, la pastorizia, soprattutto di ovicaprini, ma anche di maiali, era mobile. Accanto agli spostamenti verso i diversi saltus nelle aree di pertinenza del proprio comune (che comportavano l’assenza in paese del pastore anche per settimane), si realizzavano transumanze (brevi e lunghe), in genere nei periodi invernali dalle zone più alte e interne verso quelle meno fredde di pianura e/o costiere (Angioni, 1989). Come osserva Le Lannou (1979), le transumanze servivano a preservare l’integrità degli ovini sardi, fragili alle intemperie, ma anche a garantire terreni aggiuntivi per il pascolo, sopperendo così all’insufficienza tipica delle aree interne. Alcuni di questi caratteri originari sono traslati in modo diverso nell’allevamento odierno e nel sistema della cooperazione. Come vedremo nel par. 3, le modalità di appoderamento lungo le vie della transumanza e il sistema delle relazioni che ne consegue sono in qualche modo tirati fuori dal modello tradizionale della mobilità pastorale.

Dal sistema agropastorale tradizionale al pastoralismo estensivo

Tra la fine degli anni ’50 e gli anni ‘70 del novecento si delinea un processo di profonda trasformazione del sistema economico tradizionale che ha cause interne ed esterne.
Tra i fattori esogeni, la concorrenza di cereali importati dall’esterno dell’isola e la modernizzazione agricola, mettono in crisi la cerealicoltura tradizionale tipica delle aree interne. Scompaiono velocemente le coltivazioni di grano, orzo e leguminose. L’abbandono della coltivazione nelle campagne comporta una progressiva estensione dei boschi e della macchia mediterranea, che causa a sua volta un aumento degli incendi, usati come mezzo di contenimento della macchia. Nello stesso periodo, la crescita della domanda di latte ovino per la produzione industriale di pecorino romano da esportazione da parte delle industrie locali, porta gli allevatori a dilatare la consistenza del patrimonio zootecnico: l’espansione della pastorizia si realizza tutta a scapito dell’agricoltura. Molti contadini disoccupati, si riciclano nell’allevamento, numerosi pastori emigrano in altre regioni, alla ricerca di terre pascolabili. La pastorizia diventa il modo più diffuso di utilizzare le risorse foraggere spontanee ed i terreni abbandonati, senza operare trasformazioni fondiarie. Basti qui sottolineare che nelle terre comunali non si semina più a partire dagli anni sessanta e che anche le terre private vengono utilizzate solo per i pascoli, tanto che questi ultimi arrivano a coprire più del 90% della superficie agricola. Non diminuiscono solo le colture cerealicole ed ortive, ma anche quelle connesse alle attività di allevamento (orzo e foraggere). Cresce cioè il prelevamento delle risorse spontanee e decresce l’attività di trasformazione dei suoli, inclusa quella utile a rafforza le risorse pascolabili. Il risultato di questi mutamenti è la trasformazione dell’economia agropastorale in pastorale estensiva. Nell’insieme non si affermano nuove modalità di utilizzo delle risorse spontanee e dei processi culturali zootecnici tramandati; la permanenza e l’espansione pastorale avviene infatti all’interno di un riassetto dell’economia, che tuttavia perde una sua componente fondamentale, l’agricoltura. La scomparsa dell’agricoltura cerealicola e la dominanza pastorale sono cioè due facce di uno stesso fenomeno.
Ma il modello tradizionale entra in crisi anche per cause interne, arrivando nel corso del tempo ad un livello di saturazione, legato soprattutto alla durevole scarsità di terra agricola disponibile da un lato, ed alla mancanza di investimenti fondiari e di innovazione tecnologica dall’altro.
Dopo il 1960, con l’abbandono dell’agricoltura, i pastori si trovano a utilizzare da soli l’intero patrimonio di terre comuni. L’emigrazione e la contrazione degli occupati in agricoltura provocano l’isolamento del pastore dal contesto familiare e l’affievolirsi delle relazioni comunitarie. I pastori risentono della mancanza dell’agricoltura sia perché non dispongono di prodotti agricoli per il nutrimento del bestiame, sia perché peggiora la produzione e la qualità dei pascoli; senza l’intervento umano di ripulitura dei terreni, bruciatura annuale e aratura periodica si diffondono cisti, cardi, rovi e più in generale la macchia mediterranea. I Regolamenti d’uso perdono significato ed i pastori si impadroniscono delle zone senza apportarvi miglioramenti fondiari; si accentua l’appropriazione individuale e si crea una situazione di assenza di regolazione, che favorisce comportamenti opportunistici. Gli incendi, che aumentano esponenzialmente negli anni ’70, diventano così uno strumento di contenimento della macchia mediterranea ed un mezzo per aprire al pascolo i terreni abbandonati (Meloni e Podda, 2013). Essi sono cioè un “meccanismo regolativo” della gestione del suolo nella transizione al sistema di allevamento estensivo ed un mezzo agronomico a basso costo che procura vantaggi immediati: permette alle pecore di nutrirsi dei semi contenuti nelle teste dei cardi rimaste a terra dopo il passaggio del fuoco, prepara i terreni per l’autunno quando le pecore possono nutrirsi dell’erba che rispunta dopo le piogge senza essere disturbate né dai residui dei pascoli estivi né dalla macchia.
In questa fase di transizione dal modello agropastorale ad uno pastorale estensivo, la crisi dell’agricoltura (e delle attività connesse di trasformazione dei suoli) provoca la rottura del tradizionale scambio reciproco tra questa e la pastorizia, sul quale si basava la ricostituzione delle risorse ambientali, il mantenimento degli spazi pascolabili, la produzione di foraggere ed altri alimenti integrativi del pascolo naturale, il contenimento della macchia mediterranea. Si verifica un deterioramento della qualità e quantità della foraggiera spontanea ed un aumento del prelevamento spontaneo, con un aggiustamento al “minimo” del modello. Tuttavia, la persistenza e l’espansione pastorale evidenzia i suoi tratti resilienti, ovvero la sua capacità di adattarsi in modo flessibile ai mutamenti, riorganizzando le risorse ecologiche a disposizione in modo originale, senza snaturare la propria base strutturale (Holling, 1973). Come evidenziato da Meloni (1984: 138-40), iniziano ad emergere forme di “aggiustamento” economico-sociale, in cui coesistono autonomia e dipendenza, continuità e mutamento, resistenza ed adattamento, all’interno dei quali la pastorizia si dimostra una soluzione adeguata per la valorizzazione dei suoli in aree marginali ed interne, abbandonate dai contadini:
"La domanda di prodotti agricoli da parte di consumatori sempre più esigenti delle grandi città, l'esistenza di un mercato locale e la vendita diretta, l'esportazione all'estero dove (si trovano) gli emigrati italiani […] hanno incentivato lo sviluppo di questo, come di altri settori di produzione, che richiedono forme tradizionali di lavoro e bassa intensità di capi­tali, fornendo rese che possono talvolta risultare competitive con i settori più sviluppati. […] Si creano in questo modo zone di produzione apparentemente anti-economiche, ma che sono in grado di occupare uno spazio in termini di appropriazione di risorse a basso costo e di mercato la­sciati liberi dalle grandi aziende. […] La «novità» di questo modello, come di altri analoghi, sta dun­que nella capacità di riutilizzare tecniche tradizionali, risorse a basso costo o comunque a bassa intensità di capitale e mano d'opera fami­liare in un contesto mutato dall'economia di mercato." (Meloni, 1984: 138-40).

La pastorizia, tra sedentarizzazione e dipendenza dall’industria lattiero-casearia

La pastorizia sarda negli anni ’70 è attraversata da cambiamenti strutturali profondi che portano ad un processo di sedentarizzazione ed appoderamento dei pastori transumanti, con la stabilizzazione del modello di pastoralismo estensivo. Tale processo è il risultato di fenomeni interni ed esterni, come l’emigrazione dei contadini sardi e l’abbandono delle terre collinari, il consolidarsi dell’industria lattiero-casearia, la maggiore stabilità del mercato internazionale dei prodotti lattiero-caseari ed un incremento della domanda (anche per effetto delle politiche della Cee), che permettono una buona remunerazione del latte e l’accumulo di capitale da parte dei pastori. Questi si stanziano nelle pianure e nelle colline una volta cerealicole, formando aziende moderne. In risposta alla stabilizzazione fondiaria e all’acquisizione di terre migliori i pastori si dedicano a pratiche agricole. Si conclude così quel processo di conquista del mondo pastorale, già individuato negli anni ‘40 da Le Lannou (1979).
Un ruolo fondamentale nell’appoderamento è giocato dalla crescita dell’industria di trasformazione lattiero-casearia (Le Lannou, 1979; Pulina et al., 2011) che si era installata nell’isola già nella seconda metà dell’ottocento per opera di industriali romani. Accanto ai caseifici industriali si sviluppano quelli cooperativi, come tentativo di emancipazione delle aziende pastorali, in seguito alle prime tensioni tra allevatori e produttori sul prezzo del latte (Di Felice, 2011). Tuttavia le cooperative restano dipendenti dalla produzione del pecorino romano spesso venduto direttamente agli stessi industriali.
L’introduzione della lavorazione industriale rivoluziona la filiera produttiva e il processo di commercializzazione del formaggio. Cambiano il tipo di produzione e i mercati di destinazione. La principale produzione diventa il pecorino romano, un formaggio a pasta dura, di grande pezzatura (circa 20 kg), ricco di sale marino, grazie alle richieste che arrivano dal resto d’Italia e dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti (Ruju, 2011: 957).
Con l’avvento dell’industria casearia, i pastori smettono di trasformare il latte e diventano conferitori di latte agli industriali, non senza tensioni sul prezzo: “Da allevatore, produttore e commerciante il pastore si riduce quasi esclusivamente a mungitore; restano sulle sue spalle gli aspetti passivi dell’allevamento, ma quelli dai quali può trarre guadagno, la trasformazione e la vendita, sono ormai controllati prevalentemente da altri. Sarà il pastore d’ora in poi a subire le conseguenze di ogni crisi di mercato […]” (Porcheddu, 2003). La pastorizia va incontro in quegli anni ad una grave perdita di expertise artigianale connesso alle attività di trasformazione, mitigata da un lato da un relativo mantenimento di piccole produzioni per autoconsumo familiare, dall’altro da alcune eccezioni rappresentate da pastori di montagna che continuano, soprattutto nei mesi estivi, la produzione di fiore sardo.
Tra gli anni ’70 e i primi anni ’90, la crescita sostenuta del Pecorino romano nei mercati e la buona remunerazione del latte (Idda, Pulina e Furesi, 2010) comporta un rafforzamento dell’industria lattiero-casearia ed un aumento del patrimonio zootecnico ovino che si accompagna al consolidamento del modello estensivo di allevamento, non senza alcune ombre, in particolare la dipendenza dal prezzo del latte (e del formaggio) che, sul lungo periodo tende ad abbassarsi, producendo una rincorsa continua al gigantismo, per contrastare l’erosione del reddito. Questa dinamica di incremento dimensionale è visibile sia nelle aziende di trasformazione che in quelle di allevamento (aumento del gregge) ed è favorita anche dalle politiche agricole settoriali e dai meccanismi di incentivazione degli anni ottanta, che veicolano una concezione della “qualità” del latte legata alla pastorizzazione, alla standardizzazione e all’abbattimento della carica batterica.
Il comparto lattiero-caseario dagli anni ’70 in poi si fossilizza in una monoproduzione (pecorino romano) ed in un monomercato (prevalentemente gli Usa) basati su una concorrenza di costo che tende a fragilizzare gli attori più deboli della filiera (piccoli trasformatori ed allevatori), sui quali, a partire dagli anni ’90 si scaricheranno gli andamenti altalenante del prezzo del latte sul mercato globale.
Dalla metà degli anni novanta, il settore lattiero-caseario è stato colpito da una persistente crisi, determinata sia da un’elevata volatilità delle commodity agricole sul mercato globale, che da una tendenza ad un costante decremento del prezzo, laddove i costi di produzione (mangimi, elettricità, gasolio….) sono aumentati, soprattutto in seguito alla crisi economica del 2008. La crisi è stata aggravata negli ultimi anni dal crollo delle esportazioni nel mercato storicamente più importante, quello americano. Dal 2000 inizia una lenta parabola discendente per il pecorino romano che perde quote di questo mercato sia per la competizione con prodotti analoghi provenienti da altri paesi europei (Francia, Spagna, Grecia e Romania), sia per la sua sostituzione con un prodotto in parte realizzato con latte vaccino dalle imprese locali (Idda, Furesi, Pulina, 2010; Sassu, 2011).
In quegli anni lo schiacciamento del reddito pastorale determina l’insorgere di forma di lotta, anche radicali, tese a rivendicare una maggiore retribuzione del prezzo del latte, guidate dal Movimento dei Pastori Sardi (Pitzalis e Zerilli, 2013).
Dal 2010 inizia una lenta ripresa delle esportazioni, ma il prezzo del latte continua a scendere intorno ai 60-65 centesimi medi al litro, causando il ridimensionamento e la chiusura di molti allevamenti (già provati dai ripetuti focolai dell’epidemia di lingua blu). Soltanto a partire dal 2012 il prezzo del latte inizia una leggera ripresa, attestandosi nel 2013 con quotazioni attorno ai 72-75 centesimi, che sono ulteriormente cresciute negli ultimi due anni, fino ad arrivare in qualche caso anche ad un euro al litro. Va tuttavia sottolineato che il recente aumento del prezzo del latte è un effetto della diminuzione delle quantità circolanti provocato dal ridimensionamento del settore che si era verificato negli anni precedenti.

Verso un nuovo modello multifunzionale ed agropastorale

La crisi tuttavia ha in un certo senso accelerato il riassesto del sistema produttivo, dimostrando ancora una volta una grande capacità di resilienza e riaggiustamento del modello pastorale.
Da un lato, si è assistito al ridimensionamento del numero di imprese di allevamento e la modifica delle strategie produttive delle aziende di trasformazione che hanno prestato una maggiore attenzione alla diversificazione produttiva ed alla produzione di pecorino romano Dop e di qualità. Ne è derivata una certa ripresa del mercato del pecorino romano (e di conseguenza un aumento del prezzo del latte), stimolato dalle minori quantità circolanti.
Dall’altro la crisi ha posto le aziende di allevamento, soprattutto quelle più solide sul piano patrimoniale, di fronte alla necessità di ripensare il proprio modello organizzativo, per renderlo meno dipendente dal mercato globale e dalla trasformazione industriale, attraverso la strada della multifunzionalità agricola (Wilson 2007) che permette la differenziazione delle fonti di reddito. Le nostre recenti ricerche iniziate dal 2012 in diverse aree della Sardegna ed ancora in corso, mostrano che sono diverse le aziende pastorali collocabili all’interno del fenomeno di riemersione del modello contadino di cui parla Ploeg (2009), in cui sono centrali i processi di differenziazione e la pluralità delle culture produttive, la multifunzionalità dell’agricoltura e la sua capacità di creare beni collettivi e attività no-food, rapporti diretti tra produzione e consumo, fondati su alternative food network, filiere corte e territorializzate (Farinella e Meloni, 2013), così come i circuiti di reciprocità, l’autoconsumo, la pluriattività e l’economia informale e domestica (che creano valore “vivo” e reale in azienda). I “nuovi contadini” sono spesso piccole imprese agricole, a vocazione artigianale e conduzione familiare, auto-organizzate che massimizzano la resa del capitale lavoro e ecologico, attraverso un ancoraggio nella produzione del reddito complessivo dell’attività aziendale al territorio che riduce la dipendenza dal mercato globale sia per il reperimento degli input (autoproduzione, laddove possibile, dei fattori di produzione) che per gli output (costruzione di canali diretti di vendita con i consumatori che bypassano il mercato convenzionale).
Le aziende analizzate hanno proceduto a diverse innovazioni, spesso anche utilizzando gli incentivi e le opportunità legislative a disposizione: hanno acquistato i terreni e proceduto a miglioramenti fondiari (aumento della superficie irrigua del pascolo), hanno costruito le stalle per gli animali, comperato le mungitrici meccaniche, i refrigeratori per il latte ed altre attrezzature per accelerare il lavoro agricolo, hanno migliorato le tecniche di cura del bestiame, stimolati dall’opportunità di accedere ai contributi sul benessere animale (asse 2 del Psr). Molte di esse hanno smesso di conferire agli industriali per ritornare alla trasformazione diretta del latte, con il recupero di tecniche di lavorazione a mano e la costruzione di minicaseifici aziendali (grazie all’introduzione di nuove tecnologie che, come accaduto per le piccole imprese manifatturiere dei distretti industriali, rende competitiva la produzione artigianale, Meloni e Farinella 2013). I formaggi realizzati, prevalentemente a latte crudo, sono fortemente destandardizzati e territorialmente connotati, si “distinguono” per aspetti come la qualità del pascolo, il periodo di mungitura, il tipo di lavorazione eseguita (spesso certificata da appositi marchi riconosciuti, come la Dop, Slow Food, il biologico).
Dalle nostre ricerche in corso (Meloni e Farinella, 2015) emerge che molte aziende hanno avviato strategie di multifunzionalità: dall’approfondimento delle attività (con la chiusura della filiera produttiva tramite la produzione di foraggere, la trasformazione del latte in azienda e la vendita diretta), all’ampliamento (con l’allargamento verso altre attività agricole e la produzione di beni e servizi no-food, come l’agriturismo, le fattorie didattiche, l’agricoltura sociale, la produzione di energia con il fotovoltaico), fino al riposizionamento, con diversi meccanismi di integrazione e diversificazione del reddito, basate su pluriattività ed economie di reciprocità (produzione per l’autoconsumo).
Il rafforzamento delle attività multifunzionali ha il duplice obiettivo di permettere la diversificazione delle fonti di reddito (diminuendo la dipendenza dal mercato delle commodity) ed abbassare i costi aziendali. Le innovazioni sono state realizzate conservando la caratteristica peculiare ed identitaria dell’allevamento sardo che individua un vero e proprio vantaggio comparato rispetto ad altri territori: il sistema di allevamento estensivo e diffuso sul territorio, basato sul pascolamento a cielo aperto con integrazione di erbai.
Questo modello estensivo di allevamento ha diversi pregi:

  •  funge da presidio del territorio, caratterizzandolo sul piano paesaggistico;

  •  sta contribuendo a creare una nuova complementarità tra pastorizia ed agricoltura, come rilevato dall’ultimo censimento dell’Agricoltura che registra per la Sardegna un incremento della superficie media aziendale, accompagnato dalla crescita delle superfici dedicate a pascolo permanente e delle colture connesse all’allevamento;

  • individua un sistema ecocompatibile sia in termini ambientali che economici; si tratta infatti di un modello adatto alle aree marginali ed interne (abbandonate dall’agricoltura “moderna”), in quanto parsimonioso nel consumo di risorse. Coniugando l’attività di allevamento col rispetto dell’ambiente, può essere una risposta antica a problemi del futuro ed individua un vantaggio competitivo naturale della Regione (Meloni, 2011);

  • nelle zone più collinari e montane, dove il pascolo è più ricco e variegato, il pascolamento a cielo aperto permette una elevata qualità del latte, materia d’elezione per la produzione di formaggi particolarmente pregiati a latte crudo.

Le aziende studiate valorizzano appieno le caratteristiche del modello di allevamento estensivo, aiutando a preservare la biodiversità dei pascoli e dei prodotti, l’omologazione della produzione ed ad avviare strategie di competizione basate sulla distinzione qualitativa, legata ad aspetti come le specificità territoriali e l’identificabilità d’origine dei prodotti, la qualità organolettica, i contenuti di innovazione, ma anche di expertise artigianale.

Riferimenti bibliografici

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  • Farinella D., Meloni B. (2013), Dalla tradizione all’innovazione: prospettive e opportunità delle filiere agroalimentari territorializzate, in Meloni B., Farinella D., op. cit.

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  • Pulina G. et. al.,(2011), La pastorizia sarda dell’ultimo secolo in Mattone A e Simbula P., (a cura di), op. cit.

  • Rubino R. (2015), Il valore materiale ed immateriale dei sistemi pastorali, saggio in corso di pubblicazione per Illisso, Nuoro

  • Ruju S., (2011), I caseifici cooperativi nella Sardegna del Novecento, in Mattone A e Simbula P., (a cura di), op. cit.

  • Sassu A. (2011): Formazione e innovazione: le cause della crisi del pecorino romano”, in Mattone A e Simbula P., op. cit.

  • Wilson G.A. (2007), Multifunctional Agriculture. A transition theory perspective, Trowbridge, UK, Cromwell Press

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Storia di uno degli ultimi pastori a pascolare il proprio gregge all'interno del territorio di Roma (Tor di Quinto, vicino Ponte Milvio):
https://youtu.be/GHhjITsijRQ

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