Il ruolo dei servizi di consulenza nei processi di innovazione

Il ruolo dei servizi di consulenza nei processi di innovazione

Introduzione

Negli ultimi decenni, il settore primario è stato interessato da cambiamenti strutturali che hanno generato una diversificazione degli interessi legati all’agricoltura e, più in generale, alle aree rurali, favorendo l’ampliamento degli scopi delle attività di innovazione e degli stakeholder coinvolti. Gli stessi sistemi di generazione e diffusione dell’innovazione e della conoscenza nel settore agricolo attraversano un processo di rinnovamento, caratterizzato dall’inclusività di un più ampio spettro di attori nella produzione e nell’uso della conoscenza (Knickel et al., 2009).
L’istituzione del Partenariato europeo per l’innovazione (Pei) in agricoltura risponde specificamente all’opportunità di stimolare l’attuazione di nuovi modelli di trasferimento della conoscenza basati su approcci collaborativi e sulla co-produzione dell’innovazione (Commissione Europea, 2012).
In tale contesto, emerge la necessità di nuove funzioni che supportino questi processi, come l’intermediazione e la facilitazione. In particolare, quest’ultima può essere indirizzata a stimolare l’interazione positiva e costruttiva fra i soggetti, in modo tale da favorire il mutuo apprendimento e la co-costruzione di nuova conoscenza, in un contesto di reciproca fiducia e incoraggiamento (co-learning process; Koutsouris, 2012). Oppure può colmare le lacune informative, cognitive, culturali e gestionali fra i diversi attori del sistema di innovazione in agricoltura (Ais) (Klerkx e Leeuwis, 2008), facilitando così la costruzione di legami e l'interazione multi-attoriale nei processi di innovazione (facilitazione sistemica; Klerkx et al., 2012).
Una sintesi condivisibile delle funzioni che dovrebbero essere esplicate nella co-produzione di innovazione, già ampiamente descritte da Howells (2006), è offerta da Klerkx e Leeuwis (2009):

  • articolazione della domanda;
  • intermediazione di rete;
  • gestione dei processi di innovazione.

Howells (2006) osserva che l’intermediazione non deve necessariamente essere svolta da soggetti nuovi o diversi da coloro che già partecipano ad altre attività proprie dei processi di innovazione, come ad esempio, l’erogazione di servizi tecnici.
A questo riguardo, è in corso un dibattito sull’opportunità che tali funzioni siano erogate dai consulenti aziendali, i cui termini, discussi anche nella Global Conference on Agricultural Research for Development, sono ampiamente sintetizzati nel documento di Sulaiman e Davis (2012) “The New Extensionist: Roles, Strategies, and Capacities to Strengthen Extension and Advisory Services”.
Il presente articolo riporta i risultati di uno studio1 finalizzato a comprendere fino a che punto i consulenti aziendali abbiano svolto ruoli attivi nell’ambito dei processi di innovazione multi-attoriali finanziati in Italia attraverso la misura 124 dei Psr nel periodo di programmazione 2007-2013.
Lo studio è supportato da un’analisi, ispirata dal modello teorico di Prager, Creaney, Lorenzo-Arribas (2014), che è stato sviluppato con la finalità di verificare se il sistema della consulenza inglese, caratterizzato da frammentazione e numerosità dei soggetti che lo compongono, risponda ai fabbisogni degli imprenditori agricoli. In tal senso, esso ben si adatta alla realtà italiana del sistema della consulenza.
Tale modello di analisi riguarda, in particolare, le modalità di erogazione dei servizi, in termini di temi e metodi, di rapporti con la clientela e con il mondo della ricerca, e di capitale umano impiegato.
La scelta di focalizzare lo studio sulla misura 124 è stata motivata dal fatto che, seppur non ancora afferente esplicitamente al modello teorico del Pei, essa ha favorito la realizzazione di percorsi di innovazione collettivi e integrati tra una certa numerosità di partner progettuali.
Infatti, attraverso l’introduzione di questa misura si promuoveva la cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie nel settore agricolo e alimentare. A tal fine, il contributo comunitario sulla misura 124 copriva le operazioni preliminari, come la progettazione, lo sviluppo e il collaudo di prodotti, processi e tecnologie, nonché gli investimenti materiali e/o immateriali connessi alla cooperazione, precedenti all’uso commerciale delle innovazioni. Nei progetti sostenuti dalla misura 124 non era, tuttavia, prevista, in maniera esplicita, la copertura delle spese per l’uso di servizi di consulenza di base, che era finanziato tramite la misura 114 dei Psr. L’erogazione di tali servizi era soggetta all’accreditamento degli organismi di consulenza presso le Regioni.
L’analisi ha riguardato il 12% dei 700 consulenti accreditati in tutta Italia (Figura 1). Il questionario, infatti, è stato inviato a 583 organismi di consulenza accreditati e le risposte pervenute sono state 81. Da un punto di vista metodologico, l’indagine è stata condotta attraverso attività di ricerca e analisi documentali e di campo (visite alle aziende agricole, interviste, questionari online e focus group).

Figura 1 - Enti accreditati nelle Regioni italiane

Fonte: ns. elaborazione su graduatorie regionali

I servizi di consulenza in Italia

In Italia, i servizi di consulenza sono materia di competenza delle Regioni da oltre 15 anni e, di conseguenza, costituiscono una realtà operativa molto varia. Di fatto, i 21 sistemi regionali dei servizi differiscono, sia in termini di strutture che di prestazioni, a seconda delle differenti politiche e delle specifiche configurazioni strutturali. L’unico elemento di caratterizzazione comune, almeno ai due terzi dei sistemi regionali, sembra essere la mancanza di una strategia di sviluppo dei servizi di consulenza nel medio e lungo periodo che, nel corso del tempo, ha determinato una progressiva riduzione delle risorse pubbliche dedicate e una forte dipendenza dai fondi europei (Labarthe e Caggiano, 2014).
Inizialmente, i servizi di consulenza sono stati concepiti come lo strumento istituzionale d’eccellenza per la promozione di specifiche pratiche o tecnologie finalizzate al progresso in agricoltura. Dal punto di vista organizzativo, questa concezione è stata tradotta nell’applicazione di modalità operative rigide, basate sulla separazione delle funzioni e su schemi di comunicazione formali. Questo approccio ha causato, nel tempo, un sempre minor utilizzo dei servizi di consulenza per l'attuazione delle politiche di sviluppo, nonché l’indebolimento dei legami con le altre componenti del sistema della conoscenza.
La riduzione dei finanziamenti avviata fin dagli inizi del 2000 (Vagnozzi, 2005) ha originato una riorganizzazione dei sistemi regionali dei servizi, che sono stati interessati dalla loro liberalizzazione, tesa a favorire la diversificazione delle modalità e dei soggetti deputati alle azioni di sviluppo. Ad essa si aggiunge l’ulteriore revisione determinata dall’istituzione obbligatoria, a partire dal 2007, del sistema di consulenza aziendale (Farm Advisory System – Fas) volto a supportare gli agricoltori nell’applicazione della condizionalità, tramite il sostegno delle misure 114 e 115 dei Psr 2007-2013 (Reg. UE 1698/2005). A dispetto delle aspettative, neppure questo intervento è riuscito ad aumentare l’efficacia dei servizi e a favorirne una maggiore integrazione nel più ampio contesto del sistema della conoscenza, a causa principalmente dell’assenza di un esplicito disegno strategico comunitario in grado di promuovere un approccio sistemico e trasversale allo sviluppo del capitale umano e di una serie di vincoli regolamentari (Cristiano, 2012).
La normativa comunitaria relativa alla programmazione 2014-2020 intende risolvere tali criticità e ridare nuovo slancio ai servizi di consulenza, attraverso la promozione di azioni di rafforzamento delle competenze e delle strutture, il finanziamento diretto ai consulenti per i servizi resi e la partecipazione ad attività di formazione, l’inclusione nei processi di cooperazione per l’innovazione.
Parallelamente, il decreto che detta le disposizioni attuative del sistema di consulenza aziendale2 promuove un riassetto che potrebbe contribuire a dare unitarietà al sistema dei servizi, attraverso l’istituzione del Registro unico nazionale degli organismi di consulenza riconosciuti, del sistema di certificazione di qualità nazionale sull’efficacia ed efficienza dell’attività svolta dagli organismi di consulenza, la definizione di procedure omogenee per la realizzazione delle attività di formazione di base e di aggiornamento professionale.
Nel complesso, le diverse fasi della programmazione e i cambiamenti socio-economici hanno favorito l’alternarsi di diversi modelli di consulenza, nonché di diversi fornitori di servizi3. Oggi, in Italia, i servizi di consulenza sono erogati da una molteplicità di soggetti, in un contesto altamente frammentato: liberi professionisti e associazioni professionali, organismi pubblici o privati, industrie, organi tecnici delle organizzazioni di rappresentanza degli agricoltori, organizzazioni di produttori, cooperative, consorzi agricoli e altre reti di innovazione.
I consulenti iscritti agli ordini professionali degli agronomi e dei veterinari sono oltre 80.000. Tuttavia, solo una parte di essi svolge la libera professione, mentre gli altri sono impiegati presso strutture diverse, fra cui le organizzazioni professionali, gli istituti di ricerca e innovazione, gli istituti agrari e le aziende del settore agroalimentare.

I consulenti e i processi di innovazione per lo sviluppo rurale

In linea generale, lo studio dimostra come i consulenti abbiano partecipato in maniera rilevante ai processi di innovazione attivati nell’ambito dei progetti di cooperazione finanziati dalla misura 124 dei Psr 2007-2013, sebbene raramente ne siano stati promotori, partner o abbiano svolto ruoli di primo piano.
La loro partecipazione si è concretizzata, in genere, nello svolgimento di funzioni di assistenza burocratica (presentazione delle domande di finanziamento e pagamento) e di assistenza tecnica di supporto all’implementazione delle innovazioni realizzate in azienda.
In diversi casi, tuttavia, è stato possibile osservare un loro moderato dinamismo, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei processi di innovazione, il supporto agli imprenditori nell’identificazione delle necessità/opportunità di cambiamento e l’intermediazione tra ricercatori e imprenditori.
È vero, infatti, che, in base ai dati rilevati tramite un sondaggio on-line, il 54%4dei consulenti intrattiene rapporti di collaborazione con istituti di ricerca e università, attraverso progetti di co-working (48%) o l’erogazione di attività di consulenza e di formazione (41%).
La mancanza di una maggiore offerta di servizi specializzati nei processi di innovazione sembra essere determinata da ragioni diverse. In particolare, i consulenti ritengono che il trasferimento di innovazione sia materia specifica del mondo della ricerca. Spesso, non riconoscono di possedere le competenze adeguate per farsene promotori e non hanno una piena consapevolezza del proprio ruolo potenziale nei processi di innovazione. Le indagini dirette hanno inoltre rivelato difficoltà di tipo organizzativo, soprattutto per i professionisti non associati, nel sostenere l’impegno, ritenuto eccessivo, di seguire la ricerca e il suo trasferimento in azienda.
Infatti, uno dei problemi maggiori della consulenza è costituito dalla carenza di organismi strutturati, in grado di fare fronte a fabbisogni molteplici e diversificati, e dalla mancanza di collaborazione professionale fra i diversi soggetti.
Il grado di partecipazione dei consulenti ai processi di innovazione è influenzato, al pari delle loro prestazioni, anche da diverse variabili indipendenti dalle loro capacità e abilità professionali.
Prima fra tutte, nel caso specifico della partecipazione ai progetti di cooperazione per l’innovazione, la loro mancata contemplazione fra i beneficiari della misura 124 dei Psr 2007-2013, che ne ha determinato l’esclusione dal contributo per l’esercizio dei propri servizi in tale ambito.
Inoltre, lo studio ha dimostrato che, a maggiori livelli di istruzione, di competenze relazionali e di capacità di leadership degli imprenditori agricoli, corrisponde una maggiore autonomia di questi ultimi nella gestione dei rapporti con gli istituti di ricerca e di innovazione e un conseguente minore coinvolgimento dei consulenti aziendali.
Analoghi effetti si rilevano quando istituti di ricerca/innovazione o università realizzano azioni di ricerca applicata (anche attraverso propri spin-off o altri organismi associati), consolidando la propria conoscenza di specifici territori e degli imprenditori locali e migliorando, di conseguenza, le capacità di dialogo con essi. Similmente, gli organismi di trasferimento pubblici o semi-pubblici hanno rafforzato il loro background di conoscenze sulle caratteristiche socio-economiche agricole del territorio di riferimento, attraverso l’erogazione di servizi di assistenza tecnica e ricerca, diventando un punto di riferimento importante per l’attivazione di processi di sviluppo agricolo degli imprenditori locali.
Dall'indagine risulta, dunque, che il ruolo dei consulenti nei processi di innovazione aziendale è sempre meno determinante.

I servizi di consulenza: temi, metodi e rapporti con la clientela

In diversi casi, i servizi di consulenza acquisiti attraverso la misura 114 sono stati utilizzati per supportare gli imprenditori agricoli nei progetti di cooperazione per l’innovazione. Infatti, fra i temi trattati, l’introduzione dell’innovazione di prodotto/processo (37%), le energie rinnovabili (31%), la diversificazione e la multifunzionalità (40%) sono in linea con le innovazioni implementate nell’ambito della misura 124, così come l’adeguamento tecnologico (27%) e l’ammodernamento (35%) (Figura 2).

Figura 2 - Temi della consulenza

Fonte: Crea

L'analisi evidenzia inoltre un certo grado di diversificazione dei metodi utilizzati per l’erogazione dei servizi di consulenza.
L’approccio individuale, tramite visita diretta in azienda (93%) o contatto telefonico (62%), rimane ancora il più importante, soprattutto per la costruzione e il mantenimento di un rapporto interpersonale basato sulla fiducia e sulla reciproca comprensione. Dall’indagine emerge, infatti, l’esistenza di un dialogo essenziale tra il consulente e l'agricoltore nell’ambito di un processo di apprendimento comune dove gli attori analizzano insieme un problema e cercano le possibili soluzioni (58%).
Anche l’approccio di gruppo viene ampiamente utilizzato (47%), soprattutto per l’assolvimento della consulenza obbligatoria in materia di condizionalità, così come le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che sono impiegate in larga parte per l’erogazione di informazioni e, più moderatamente, per la fornitura di consulenza, dove l’utilizzo di e-mail e messaggi telefonici (sms) si attesta intorno al 45%.

Il capitale umano nei servizi di consulenza

Dallo studio emerge un’elevata sensibilità dei consulenti circa l‘importanza di consolidare e ampliare le proprie competenze, soprattutto, nelle materie relative all’adeguamento alla normativa e allo sviluppo rurale, nonché di sviluppare nuove abilità, come quelle relative alla facilitazione e intermediazione dei processi di innovazione.
I consulenti, tuttavia, dimostrano una scarsa propensione alla formazione di alto livello realizzata dalle Università (19%), ritenuta troppo costosa e spesso inadeguata nei contenuti rispetto alle loro mansioni e alle esigenze delle aziende agricole e dei territori. È invece più elevato il grado di partecipazione ai corsi di aggiornamento/formazione del proprio ordine professionale (64%), ancorché obbligatorio.
A questo proposito, nel corso del 2014, il Consiglio nazionale dell’ordine dei dottori agronomi e forestali ha firmato un protocollo d'intesa con la Conferenza nazionale delle università agrarie, che senz’altro potrà contribuire a rafforzare il rapporto consulenza-accademia e a definire programmi formativi di alto livello e più adeguati rispetto alle esigenze dei consulenti e degli imprenditori, oltre che alle specificità dello sviluppo rurale.
In ogni caso, si osserva una maggiore tendenza ad un regolare aggiornamento (annuale) soprattutto nelle materie relative alla condizionalità (66%), pagamenti Pac (65%), normativa sui nitrati (56%), energie rinnovabili (59%), Haccp (43%), agricoltura biologia (60%) e difesa fitosanitaria (62%). La formazione è invece svolta in maniera non sistematica sulle materie relative all’adeguamento tecnologico (42%), alla gestione delle foreste (68%), alla riduzione del rischio idrogeologico (69%), all'ammodernamento (45%) e alla gestione delle acque (46%).

Considerazioni conclusive

Con la programmazione comunitaria 2007-2013, i percorsi di innovazione e sviluppo del settore agricolo hanno ricevuto nuovi impulsi, che l’attuale corso della politica europea per lo sviluppo rurale ha inteso riproporre con maggiore vigore.
Una politica europea che porta con sé sfide e opportunità per tutti gli attori del sistema della conoscenza, inclusi i consulenti, le organizzazioni e gli ordini professionali, nonché le istituzioni politiche e le amministrazioni.
Una delle sfide da affrontare con maggiore urgenza in Italia è senz’altro il superamento degli individualismi degli attori depositari di conoscenza e della disorganicità degli interventi e degli strumenti che ne favoriscono la creazione e la circolazione.
Il riconoscimento dei ruoli, delle competenze e delle abilità propri e reciproci dei diversi attori è un altro punto di svolta fondamentale per mobilitare le dinamiche relazionali di sistema, che sono necessarie per l’attivazione dei processi di co-innovazione.
Tutto deve avvenire guardando di più al territorio, che propone spesso, come si è potuto osservare nell’implementazione della misura 124, percorsi di innovazione di matrice locale, tesi a valorizzare le specificità delle aree rurali italiane, delle loro filiere e dei loro prodotti.
Questa caratterizzazione dei processi d’innovazione italiani porta a riflettere sull’opportunità di consolidare le relazioni tra politica, ricerca e consulenza. Nello specifico, è necessario il rafforzamento di un dialogo che, sia a livello istituzionale, tra ordini professionali e istituti accademici e di ricerca, che informale, tra ricercatori e consulenti, tracci i percorsi di una informazione bidirezionale utile a migliorare le perfomance di entrambe le parti.
In particolare, gli approcci e i programmi di ricerca necessitano di una ridefinizione rispetto agli specifici fabbisogni delle aziende e dei territori e all’esigenza di massimizzare la diffusione e l’applicazione delle innovazioni. D’altro lato, il consolidamento delle competenze dei tecnici richiede la revisione dei programmi formativi e di aggiornamento, con l’inclusione di temi e metodi di erogazione dei servizi di sviluppo in linea con la politica di sviluppo rurale. Infatti, sono sempre più necessari competenze e strumenti in grado di supportare l’impresa nei processi di innovazione, tanto nell’analisi dei fabbisogni e nel riconoscimento delle opportunità, quanto nell’individuazione di soluzioni rilevanti e nello sviluppo delle idee progettuali. Inoltre, è opportuno che la formazione e l’aggiornamento delle competenze dei consulenti godano di maggiore regolarità e siano orientati allo sviluppo di approcci interdisciplinari. Questi ultimi, in particolare, dovrebbero favorire l’apprendimento attivo e la costruzione contestuale di conoscenza, attraverso il dialogo e lo scambio continuo con i soggetti impegnati nella co-creazione di innovazione e, soprattutto, con la ricerca.
In tale contesto, sarebbe stato, peraltro, auspicabile un maggior slancio, da parte degli ordini professionali e delle amministrazioni regionali, nella programmazione di interventi di formazione finanziabili tramite la misura 2 dei Psr 2014-2020, che avrebbe senz’altro contribuito ad innalzare le professionalità dei consulenti aziendali.
Su queste basi potrebbero essere istituti network pilota, già finanziabili con i Psr, di ricercatori e consulenti, finalizzati allo scambio di esperienze e informazioni, oltre che all’apprendimento e allo sviluppo di metodi utili a far emergere e gestire processi di innovazione a livello locale.
Sarebbe inoltre opportuno che la Rete Rurale Nazionale potesse diventare un luogo di scambio e di messa in rete delle diverse competenze del sistema della conoscenza, al fine di supportarne i processi di dialogo e di apprendimento reciproco, oltre che di internazionalizzazione.
In riferimento al ruolo dei servizi di consulenza aziendale nei percorsi di innovazione, i risultati dello studio suscitano alcune considerazioni.
Occorre, in primo luogo, riaffermare l’importanza e le funzioni specifiche proprie dei consulenti aziendali di base all’interno del sistema della conoscenza e, in particolare, nei processi di innovazione. Di questo, è fondamentale che ordini professionali e singoli professionisti ne acquisiscano consapevolezza e, a tal fine, intraprendano adeguati percorsi di crescita professionale, anche per sviluppare un approccio più attivo nell’individuazione e perfezionamento di nuove pratiche e processi. Sebbene le funzioni di networking e di intermediazione non siano necessariamente ascrivibili ai servizi di consulenza, è indubbio che esse rappresentino un’opportunità di sviluppo e ampliamento delle abilità e competenze che sono più confacenti al loro ruolo.
Si rende necessario anche un riassetto dimensionale e relazionale delle professionalità all’interno del sistema della consulenza, finalizzato al superamento della frammentazione e dell’individualismo.
Le possibili soluzioni sono individuabili in esperienze già in atto in altri stati membri e potrebbero trovare spazio nella misura 16 dei Psr 2014-2020. Ne sono un esempio le reti di consulenti e l’associazionismo professionale. Le prime sono mosse dall’intento di promuovere il dialogo e lo scambio di esperienze e informazioni oltre i territori di appartenenza e a livello internazionale. In Europa, un’esperienza del genere è quella di Eufras (Agricultural forum for agricultural and rural advisory services), peraltro già mutuata da esperienze rilevanti come quelle statunitense e africana. L’associazionismo professionale, già largamente sperimentato nel corso del periodo di programmazione 2007-2013, favorisce l’ampliamento delle capacità di diversificazione dei servizi offerti agli imprenditori, nel rispetto delle specializzazioni richieste da alcuni temi di consulenza.
È inoltre auspicabile un miglioramento del dialogo interistituzionale all’interno degli ordini professionali e degli organismi multi-territoriali, ai diversi livelli.
Infine, è opportuno che le azioni di crescita e ri-dimensionamento delle professionalità vengano realizzate sulla traccia della programmazione delle politiche di sviluppo rurale, del loro supporto (es. Rete Rurale nazionale) e dei piani nazionali per l’innovazione e per la ricerca, di cui, evidentemente, il sistema della consulenza deve farsi più attivamente partecipe.

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  • 2. Disposizioni attuative del sistema di consulenza aziendale in agricoltura istituito dall’art. 1 ter, comma 5, del D.L. 24 giugno 2014, n. 91 convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 116
  • 3. Una descrizione dettagliata è presentata da Caggiano (2014) nell’ambito del progetto Proakis [pdf]
  • 4. Le percentuali sono sui soggetti che hanno risposto al questionario on-line.
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