La questione del lavoro nel settore agro-alimentare: questioni teoriche e problemi storici

La questione del lavoro nel settore agro-alimentare: questioni teoriche e problemi storici

A livello internazionale1, la questione agro-alimentare contemporanea contiene, per lo meno, due processi contraddittori. Il primo si riferisce all’importanza dell’uso, nelle varie fasi del processo produttivo, di una forza di lavoro salariata2 a basso costo e politicamente debole e a la concomitante assenza di discussioni sul tema del lavoro nella produzione scientifica specializzata, soprattutto quella in lingua inglese. Il secondo si riferisce all’uso di teorie che spiegano l’uso e il comportamento della forza di lavoro agricola in termini di funzionamento del mercato attraverso l’andamento della domanda e dell’offerta di lavoro in un contesto in cui altri fattori contribuiscono a spiegare lo sviluppo della struttura occupazionale. In maniera molto breve, questo articolo discute questi due processi contraddittori evidenziando le loro caratteristiche e implicazioni. Benché questi temi siano stati affrontati in un contesto interdisciplinare, per motivi euristici la discussione che segue si basa sulla letterature sociologica sul settore agro alimentare.

Lavoro e agricoltura nell’era della globalizzazione

Nelle scienze sociali in generale e in sociologia in particolare, la questione del lavoro – nell’ambito delle relazioni di produzione, uso del lavoro, e condizioni dei lavoratori – è stata uno dei temi centrali nell’era classica del diciannovesimo e primo ventesimo secolo3. Nella produzione di studi agrari della prima metà del secolo ventesimo, la questione del lavoro occupava una posizione centrale. Negli Stati Uniti, ad esempio, nell’ambito della crescita degli studi rurali, uno degli obiettivi primari era quello di studiare la vita e il lavoro di coloro i quali erano coinvolti nella produzione agricola. Così scriveva C.R. Hoffer in un articolo, apparso nel numero di Luglio del 1926 della prestigiosa rivista American Journal of Sociology, “[t]he study of rural society has risen chiefly because there was need for knowledge about the human factor engaged in agricultural production” (Hoffer, 1926:95). Inoltre, nei primi anni venti, il Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti (Usda) creó il Farm Life Studies Program, una iniziativa volta a generare ricerca sui vari aspetti del lavoro in agricoltura e, come suggeriscono noti storici dell’agricoltura del Nord America, “la questione della forza di lavoro in agricoltura divenne in maniera crescente una dei temi principali di studio” (Buttel, Larson e Gillespie 1990)4. Questa enfasi sulla questione del lavoro in agricoltura era chiaramente presente in Europa. La pubblicazione del Die Agrarfrage (La Questione Agraria) di Karl Kautzky e i contributi di Chayanov, Gramsci, Lenin e altri grandi del pensiero di quegli anni caratterizzano questo dibattito che trovò seguito in lavori di ricerca svolti in praticamente tutti i paesi del continente.
Nel secondo dopoguerra, e in maniera più importante a partire dalla fine degli anni sessanta, il tema del lavoro agricolo fu analizzato intensamente. Aspetti come i movimenti bracciantili, i progetti di riforma agraria, la crisi dell’agricoltura contadina e la modernizzazione dell'agricoltura costituirono lo sfondo per lo sviluppo di un patrimonio di ricerca sul lavoro agricolo. Inoltre, critiche alle teorie funzionaliste di modernizzazione e ai programmi socio-economici connessi con questo tipo di teoria stimularono un dibattito che ha visto nella questione del lavoro una delle sue componenti più rilevanti. Questa produzione intellettuale raggiunse il suo apice nella seconda metà degli anni settanta con lo sviluppo della nuova sociologia dell'agricoltura (Buttel e Newby, 1980)5 che continuò negli anni ottanta attraverso non solo la produzione di lavori di ispirazione neo marxista, ma anche attraverso l'applicazione di analisi neo-weberiane e costruzioniste.
Il periodo tra la fine degli anni ottanta e il principio degli anni novanta sancisce l’affermazione del neoliberalismo come ideologia e strategia politica dominante a livello globale. Nel caso del lavoro, la globalizzazione neoliberista produce una riduzione significativa dell'intervento dello stato nella sfera sociale, diminuisce il potere dei sindacati e crea la disponibilità a livello globale di una forza di lavoro meno costosa e più docile. Questi cambiamenti strutturali favoriscono un processo di flessibilizzazione del lavoro6 caratterizzato da bassi salari, occupazione precaria e instabile e maggiore sfruttamento e debolezza politica dei lavoratori. In questi anni e in quelli delle due decadi successive fino ad oggi, la produzione scientifica si incentra su temi quali le nuove forme di governance, i regimi alimentari, la produzione agricola alternativa, il consumo e le biotecnologie. Allo stesso tempo, si presta molto meno attenzione ai temi del lavoro. Questo si è verificato mentre lo sfruttamento del lavoro emerge come uno dei fattori primari nella ristrutturazione dell’agro-alimentare globale (Bonanno e Cavalcanti, 2014; Harrison, 2014, 2011, 2008; Harrison e Lloyd, 2013, 2012; Preibisch, 2012, 2007; Mannon, Petrzelka, Glass e Radel, 2012; Sanderson, 2012). Questa letteratura ha evidenziato la creazione di un sistema di produzione del “cibo dal nulla” (food from nowhere) basato su lavoratori invisibili per sottolineare la natura globale della produzione agro-alimentare e l’alto tasso di sfruttamento dei lavoratori che la caratterizza.
Le ragioni che spiegano questa situazione sono complesse, però si può avanzare un’ipotesi esplicativa che si incentra sulla scelta del consumo come aspetto principale di opposizione alla globalizzazione neoliberista. Questa tendenza è stata interpretata come il risultato della “sconfitta” del movimento operaio tradizionale da parte delle forze che sostengono la globalizzazione neoliberista (Harvey, 2005; Lichtenstein, 2013; Robinson, 2004; Fairbrother, O’Brien, Junor, O’Donnell e Williams, 2012) che ha motivato la ricerca di forme di “resistenza” alternative e, in maniera più importante, di resistenza in altri ambiti (Guthman e Dupuis, 2006; Bonanno e Cavalcanti, 2011).
Nel settore agro-alimentare, la promozione di progetti che comprendono l’agricoltura civica, l’agricoltura biologica, i sistemi alimentari locali, ma anche forme internazionali di certificazione di qualità e di scambio equo (fair trade) rappresentano casi importanti di queste nuove forme di resistenza. Tuttavia, queste iniziative, implicitamente, si incentrano su elementi come l'individualismo, il volontarismo, il localismo e l’auto–miglioramento che non contrastano l’ideologia e il potere delle grandi corporations che dominano il settore (Allen, FitzSimmons, Goodman e Warner, 2003; Guthman, 2011, 2008a, 2008b; Guthman e Dupuis, 2006; Johnston e Szabo, 2011). Mentre l’intento di opporsi al neoliberismo e alla globalizzazione è evidente, la resistenza basata sulle azioni dei consumatori è centrata sul singolo atto di consumo che non altera né si oppone alle condizioni strutturali dominanti, ma implicitamente le accetta. Mentre i consumatori possono agire per ragioni che trascendono la convenienza personale e il guadagno – e in vari casi lo fanno – incorporare l'azione sociale nella logica dei benefici individuali sostiene l'ideologia neoliberista invece di opporsi ad essa. Allo stesso tempo, il legame tra azione individuale e azione collettiva si realizza attraverso l'esistenza di rapporti di mercato dominanti e l'ideologia del libero funzionamento del mercato. Una critica persistente a queste iniziative consiste nel fatto che, nonostante le intenzioni dei suoi promotori, esse spesso escludono i membri delle classi basse e sono poco disponibili in aree ad alta necessità come quelle che soffrono dei cosiddetti “deserti alimentari" (food deserts). In sintesi, l’abbandono della sfera del lavoro come elemento centrale di resistenza e la scelta del consumo come sua alternativa hanno creato una situazione in cui questo sistema alternativo si pone in maniera parallela, invece che opposta, al sistema dominante. In effetti, queste forme di produzione e consumo da un lato non offrono opposizione né al sistema agro-alimentare né ai di processi di sfruttamento dei lavoratori, e dall’altro, riproducono i dettami neoliberisti dell’azione individuale a scopo di vantaggio personale e basata su relazioni di mercato.

Mercato e mercato del lavoro in agricoltura

Il mercato del lavoro agricolo è caratterizzato da un controllo dell’offerta di lavoro che, più che basarsi sull’andamento della domanda e dell’offerta, si basa sul controllo politico e sociale dei lavoratori. Benché questo sia un processo non nuovo, nelle sue manifestazioni attuali si scontra in maniera decisa con i dettami dell’ideologia del neoliberismo rendendo questi ultimi difficilmente usabili nel contesto del mercato del lavoro agricolo. Allo stesso tempo, questa situazione rende le teorie che si basano sul mercato altamente discutibili. In sintesi, l’argomento può riassumersi nella seguente maniera. La crescita di circuiti internazionali di produzione agroalimentare e la ricerca e creazione di centri di produzione dove esiste un’alta offerta di lavoro creano sistemi che, da un lato, usano l’eccesso di manodopera come un elemento di contenimento del salario e delle rivendicazioni salariali e, dall’altro, facilitano lo spostamento in altre località di questi centri in caso di azioni di resistenza. In quasi tutte queste situazioni, l’uso di forza lavoro immigrata è dominante anche nei contesti delle regioni del Sud del mondo (come nel caso dell’America Latina) dove si riscontrano forze di lavoro migranti provenienti sia da paesi limitrofi che da altre zone dello stesso paese. In queste situazioni, il controllo della forza lavoro avviene attraverso processi migratori clandestini o programmi di immigrazione a tempo determinato (Harrison Harrison e Lloyd, 2013, 2012; Preibisch, 2012; Selwyn, 2011). Nel primo caso, si assiste a un doppio controllo che passa attraverso la criminalizzazione del processo migratorio per cui il lavoratore immigrante è definito come “illegale”. Nel caso di programmi di immigrazione a tempo determinato, i lavoratori non possono contare sulla possibilità di movimento all’interno del mercato del lavoro, dato che hanno contratti per lavorare per un solo datore di lavoro e non possono cambiare lavoro pena la deportazione (Mannon et al., 2012; Preibisch, 2012). In entrambi i casi, il controllo di questa forza di lavoro avviene attraverso sistemi sociali e politici che hanno poco a che vedere con le forze di mercato. Di fatto, questi meccanismi stravolgono le leggi di mercato che in condizioni di alta domanda di lavoro implicherebbero incrementi salariali e un aumento della forza politica dei lavoratori. Inoltre, rendono difficilmente applicabili le note teorie che collegano le variazioni salariali con le variazioni dei livelli di produttività. In realtà, gli aumenti della produttività del lavoro si sono tradotti in riduzioni o in scarsi aumenti dei livelli salariali e nel peggioramento delle condizioni di lavoro (Ilo, 2013).

Conclusioni

La presenza di questi due aspetti contraddittori del sistema agro-alimentare globale sottolinea come a livello teorico esiste una discrepanza tra gli argomenti della teoria dominante neoliberista e le condizioni storiche dello sviluppo del settore. Allo stesso tempo, l’uso di strategie basate sul consumo rende problematica l’opposizione a processi di sviluppo del settore che si basano sull’uso e sullo sfruttamento della forza di lavoro salariata. In queste condizioni, appare auspicabile uno sforzo per la ricerca di nuove formulazioni teoriche e nuove strategie politiche alternative.

Riferimenti bibliografici

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  • 1. Una versione più elaborata in inglese di questo articolo intitolata “Labor Relations in Agriculture and Food: Theoretical Issues and Historical Problems” é stata presentata al Congresso Europeo di Sociologia Rurale tenutosi a Firenze nel Luglio del 2013.
  • 2. Congiuntamente all’uso di una forza di lavoro salariata, la produzione agro-alimentaria contemporanea a livello mondiale è caratterizzata dell’uso di contratti di produzione che aumentano la dipendenza e sfruttamento economico dei piccoli e medi agricoltori indipendenti. Per una analisi delle relazioni contrattuali nel settore agro-alimentare globale si vedano Boyd e Watts, 1997; Constance, 2008; Martínez Aboites e Constance, 2013.
  • 3. Si vedano i contributi dei padri fondatori della sociologia come Emile Durkheim, Max Weber e Karl Marx. In maniera contrastante, videro nella questione del lavoro un aspetto centrale dello sviluppo della società e in quel contesto dell’agricoltura.
  • 4. Si veda la discussione compresa tra le pagine 35 e 41 del testo.
  • 5. Questo volume è considerato il simbolo della nuova sociologia dell’agricoltura. Insieme con la creazione del gruppo della “Research Committee on Sociology of Agriculture and Food” ripresenta uno dei cardini della sforzo intellettuale di quegli anni per lo studio della agricoltura a livello di analisi sociale.
  • 6. La flessibilità del lavoro si divide in flessibilità del tempo di lavoro, in cui i lavoratori lavorano per alcune ore e /o determinati periodi con discontinuità; la flessibilità delle attività lavorative, in cui i lavoratori svolgono una serie di compiti diversi che richiedono competenze diverse, e la flessibilità delle condizioni e durata del lavoro, in cui i lavoratori vengono assunti e poi licenziati in relazione a programmi di produzione e dei requisiti fissati dal management. La flessibilità comprende anche l'introduzione di contratti di lavoro a breve termine che contemplano il lavoro settimanale e /o mensile, con impegni diversi in base al quale i requisiti dei lavoratori possono cambiare di settimana in settimana senza un importo minimo garantito di ore lavorative. Contratti di produzione e contratti con terze parti anche promuovono l'uso e il controllo del lavoro. Inoltre, gli indicatori di “performance” determinano i salari piuttosto che la lunghezza del tempo di lavoro e /o di anzianità. Infine, la capacità dei lavoratori di spostarsi tra i luoghi di lavoro, o mobilità, si trasforma in una condizione fondamentale per l’impiego e retribuzione.
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