Ricerca e innovazione al servizio della practice agricola: l’esperienza delle Comunità di Pratica del Cra

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Ricerca e innovazione al servizio della practice agricola: l’esperienza delle Comunità di Pratica del Cra

Introduzione 1

In un contesto europeo in cui l’obiettivo del trasferimento della conoscenza dalla ricerca scientifica alla pratica agricola diventa premessa fondamentale dell’evoluzione delle politiche per l’innovazione, la crescita e la sostenibilità, l’esperienza delle Comunità di Pratica (CdP) realizzata dal Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (Cra), con il supporto dell’Associazione "Alessandro Bartola" (Aab) e dell’Inea e rivolta alle Regioni del Mezzogiorno, rappresenta un primo importante tentativo di mettere le più moderne Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (Tic) a servizio della conoscenza prodotta e del suo utilizzo. Il progetto di creazione delle CdP ha visto il coinvolgimento diretto delle Regioni e di tutti gli attori coinvolti nel processo di generazione, diffusione ed adozione della conoscenza. Ricercatori, tecnici dei sevizi di sviluppo e, tramite questi, le imprese agricole, sono stati così inseriti in un network che ha avuto l’obiettivo di fare incontrare la domanda di innovazioni e l’offerta della ricerca per rispondere a specifici bisogni.
Obiettivo del contributo è presentare pertanto un’esperienza concreta di come avvicinare la ricerca al mondo della practice agricola attraverso l’analisi e la lettura in chiave critica dei risultati del progetto all’indomani della sua conclusione. Viene dunque dapprima presentato il progetto delle Comunità di Pratica del Cra, sia con riferimento ai paradigmi teorici cui tende, sia con rispetto all’implementazione delle attività. In questo ambito, l'articolo intende porre l'accento in particolare sul ruolo dell’Aab che, con la consulenza dell’Inea e il coordinamento del Cra, ha fornito un importante supporto sia nell’impostazione metodologica delle attività (competenza scientifica), sia nella realizzazione pratica del progetto (competenza tecnica). A seguire, si delineano i risultati ottenuti attraverso il ricorso a statistiche su accessi, partecipanti e risultanze delle attività di trasferimento delle innovazioni; infine, l’articolo conclude con indicazioni di policy che derivano dall’inserimento del progetto nel quadro più ampio di evoluzione delle politiche europee e nazionali in tema di innovazione e sistemi della conoscenza in agricoltura.

Il progetto “Agritrasfer in Sud” e l’origine delle Comunità di Pratica

Una delle principali criticità del sistema italiano della conoscenza e dell’innovazione in agricoltura risiede nel debole coordinamento tra le sue componenti, in particolare tra i servizi di sviluppo e la ricerca2. Una prima manifestazione del problema è evidente nella debole capacità di raggiungere l’utilizzatore finale dei risultati della ricerca, l’agricoltore. Un tentativo di colmare questo gap è stato proposto dal Cra che, in collaborazione con il supporto dell’Inea, dell'Associazione "Alessandro Bartola" e delle Regioni coinvolte, ha impostato un percorso di costruzione di una rete (network) di attori confluito nella realizzazione di cinque Comunità di Pratiche, ognuna associata ad un particolare settore.
Il progetto “Agritrasfer in Sud”3 da cui sono derivate le CdP ha infatti come finalità la realizzazione di un sistema di comunicazione permanente tra i centri di ricerca, i servizi di sviluppo regionale e le imprese agricole nelle regioni ex-obiettivo 1 (Basilicata, Campania, Puglia, Sicilia) per favorire il trasferimento delle ricerche e delle innovazioni nel quadro dei fabbisogni emersi dal Programma di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia4 e dai Programmi di Sviluppo rurale regionali 2007-2013, nei loro obiettivi di competitività e sostenibilità del settore agricolo, agroindustriale e rurale (sito ente Cra)5. Tre gli obiettivi specifici del progetto: (1) provvedere ad una riorganizzazione di tutti i prodotti di ricerca e innovazione del Cra e dei risultati trasferibili attraverso la creazione di un archivio informatizzato; (2) descrivere tali risultati secondo criteri condivisi e sovrapponibili con altre banche dati preesistenti6; (3) definire con le Regioni azioni dimostrative per la messa a punto di modelli di trasferimento dei risultati e delle innovazioni prodotti dalla ricerca.
In relazione ai primi due obiettivi, il progetto ha consentito di rendere disponibili sul sito del Cra database contenenti dati e schede descrittive relative ai risultati delle ricerche in materia agro-alimentare ed ambientale condotte negli ultimi decenni7.
L’incentivazione dell’adozione di innovazioni (terzo obiettivo) è stata invece perseguita attraverso l’impostazione delle Comunità di Pratiche, ovvero accostando l’attività di trasferimento tradizionale a metodologie più innovative e partecipative: un complesso processo di co-creazione della conoscenza in cui ogni soggetto coinvolto svolge un ruolo attivo, sia delineando le necessità più sentite a livello locale (i tecnici dei servizi di sviluppo), sia identificando le possibili soluzioni ai problemi proposti ricorrendo alla ricerca già realizzata (il ricercatore). In tal modo è stato possibile proporre agli agricoltori innovazioni rispondenti a specifici bisogni espressi.

Le comunità di pratica: aspetti teorici

Quello delle CdP si è rivelato in letteratura un valido approccio allo studio delle relazioni tra i soggetti coinvolti, e la sua riuscita è certamente dipesa dalle Tic sottostanti. Grazie, difatti, al grande sviluppo di queste tecnologie, si è potuto gestire la conoscenza e la “comunicazione”, che da “semplice” processo di diffusione delle informazioni è divenuta strumento di connessione, mediazione e negoziazione delle relazioni e dei processi alla base dell’innovazione, nonché degli adattamenti ad esso associati (Leeuwis, 2004; Sulaiman et al., 2011). Il settore agricolo, poi, rappresenta un campo di prova chiave per la concreta messa in pratica della ricerca prodotta nei laboratori e nei centri adibiti (dalla science alla practice), dunque una riflessione sull’importanza nel processo innovativo dell’intermediazione per la condivisione della comunicazione e della conoscenza offerta dalle più moderne tecnologie è quanto mai necessaria.
Uno degli aspetti chiave della rivoluzione associata alle Tic è stato proprio l’effetto leva sull’innovazione: l’emergere dei social network, dei professional networking e del Web 2.0 è divenuto funzionale alla divulgazione della conoscenza esistente. Queste nuove tecnologie mostrano difatti il potenziale della condivisione e rendono fruibile una vasta quantità di informazioni senza costi, in tempo reale, in maniera partecipata e condivisa.
Come approccio metodologico, la CdP mostra una dimensione teorico-descrittiva che analizza il processo dell’apprendimento condiviso all’interno di una organizzazione (Morgan, 2011), ed una dimensione più operativa volta a offrire supporto tecnico all’obiettivo di continuo avanzamento della conoscenza. Poggiando su una comunità virtuale che definisce le sue regole, il luogo comune di apprendimento (la rete) e il dominio o campo tematico di interesse (Wenger et al., 2002), la CdP realizzata per il tramite delle Tic trova la sua ragione nel mutuo impegno dei partecipanti alla condivisione della conoscenza, delle abilità e delle competenze individuali, nonché all’apprendimento reciproco abbattendo i costi connessi alla necessità di una prossimità fisica attraverso l’uso del Web.

Le comunità di pratica: implementazione

La messa in opera dei concetti sopra espressi e l’adattamento della metodologia al caso specifico sono stati curati in particolare dall'Associazione "Alessandro Bartola" e dall’Inea, ed hanno comportato un’analisi delle esigenze dell’utenza coinvolta nel progetto.
Dapprima, quindi, si è proceduto ad organizzare i partecipanti in tre distinti gruppi di lavoro a cui assegnare diverse responsabilità: gli animatori, i ricercatori ed i tecnici regionali.
I primi, in genere personale appartenente ad uno specifico gruppo di coordinamento creatosi in seno al Cra per lo sviluppo del progetto, sono direttamente responsabili del buon funzionamento delle Cdp ed hanno il compito da un lato, di stimolare la discussione sullo specifico settore di attività, dall’altro, di strutturare la discussione in forme che mettano in risalto i contenuti emersi dalla discussione stessa.
Nello schema impostato, i ricercatori afferenti al Cra hanno la necessità di confrontarsi con gli utilizzatori delle loro ricerche non solo per comprenderne meglio i limiti quando applicate al di fuori del campo di laboratorio, ma anche per prendere conoscenza delle effettive istanze di ricerca che questi esprimono ed il cui soddisfacimento dovrebbe essere l’obiettivo ultimo della loro attività di ricerca.
Infine, i tecnici dei servizi di sviluppo regionale costituiscono quel livello applicativo più vicino possibile all’utente finale (l’agricoltore), e in grado di confrontarsi efficacemente con i ricercatori.
Questo schema rappresenta naturalmente una semplificazione della situazione “tipica”; uno dei limiti principali del progetto, dovuto anche alla piattaforma software utilizzata, è stato proprio quello di organizzare in ruoli strutturati e predefiniti gli utenti. Un’evoluzione del progetto dovrebbe prendere in considerazione ruoli più flessibili derivanti dall’effettiva partecipazione alla CdP8.
Una volta definiti i ruoli, la pianificazione delle CdP è continuata nell’implementazione degli strumenti che consentissero la miglior interazione possibile tra gli utenti. È stato quindi predisposto uno schema sia delle ricerche prodotte dai ricercatori che delle istanze dei tecnici, che permettesse di strutturare l’informazione, ma che al contempo consentisse il dialogo sulla specifica tematica.
Questi schemi hanno preso la forma di templates per Power Point inseriti in un contesto di forum in cui ogni singola istanza diventa punto di partenza per una specifica discussione. Gli ambienti di “dialogo” delle singole CdP sono stati quindi integrati con altri strumenti quali forum “generico” della CdP, agenda tematica condivisa, strumenti di messaggistica istantanea (chat), archivi documentali, rubrica degli utenti.
Alle attività ed agli strumenti online è stato comunque associato un numero limitato di attività in presenza fisica che hanno costituito spesso nel progetto momenti di incipit di confronti che sono poi proseguiti esclusivamente con l’utilizzo del mezzo informatico. Tali incontri hanno avuto una frequenza maggiore in fase di avvio del progetto, ma sono comunque proseguiti anche in itinere per rispondere ad esigenze di incontro espresse direttamente dai partecipanti.
Gli strumenti di comunicazione e condivisione sono stati integrati in un portale progettato dall’Associazione "Alessandro Bartola" che ha permesso la gestione delle cinque CdP attivate, ognuna a riflettere le esigenze di uno specifico settore: orticoltura, olivicoltura, agrumicoltura, cerealicoltura, vitivinicoltura.
Il portale si sviluppa in sezioni: la prima presenta il progetto, la metodologia adottata e provvede al supporto tecnico per i partecipanti che ne avessero necessità; segue una sezione contenente tutte le informazioni condivise ed utili per tutti partecipanti, indipendentemente dalla CdP di afferenza; infine, le successive cinque sezioni riguardano nel dettaglio le singole CdP.
Attualmente possono iscriversi al portale e partecipare alle CdP solo soggetti “invitati”: il portale non è difatti aperto al pubblico. I partecipanti, quindi, sono individuati dalle Regioni quali soggetti più qualificati per interessi o per formazione e potenziale apporto al progetto a prendervi parte, e non è possibile auto iscriversi.

I risultati

Nel complesso, il progetto delle CdP ha raccolto l’adesione, a Gennaio 2013, di 179 partecipanti alle CdP, di cui 48 ricercatori del Cra e 131 tecnici regionali.
A conclusione del primo anno di piena operatività delle CdP (settembre 2012) è stato predisposto un questionario valutativo indirizzato ai partecipanti, composto da 21 domande finalizzate sia alla auto-valutazione della propria partecipazione alle attività, sia alla valutazione dell’iniziativa nel suo complesso, prevedendo anche un’ampia sezione finale di “suggerimenti” per il suo miglioramento.
I risultati del questionario costituiscono in questa sede una base di partenza per un bilancio delle attività condotte valutate rispetto alla loro efficacia ed adeguatezza metodologica.
Dal questionario è emersa in primo luogo una natura prevalentemente “passiva” del modo di rapportarsi con la Comunità. Solo il 24% dei partecipanti ha dichiarato una piena partecipazione di tipo attiva (vale a dire, interventi di inserimento di contenuti autonomamente proposti), mentre il 52% ha dichiarato una partecipazione limitata al solo aspetto della consultazione dei materiali già presenti e delle discussioni prodotte dalla Comunità.
Il problema di una limitata partecipazione attiva alle CdP, rilevata in fase di auto-valutazione, trova riscontro anche nell’analisi dei logs di sistema9, se possibile in maniera ancora più accentuata, come evidenziato dalla figura 1 che riporta l’andamento temporale differenziato per letture e interventi dei partecipanti.

Figura 1 - La partecipazione al progetto delle CdP: numero di letture e di interventi mensili

Questo aspetto d’altronde non sembra imputabile ad una scarsa conoscenza del mezzo informatico. Il 98% dei partecipanti dichiara un rapporto medio/buono con le nuove tecnologie, elemento peraltro in linea con un livello di scolarizzazione decisamente elevato (il 92% dei partecipanti dichiara di possedere una laurea o un titolo post laurea) ed un’età al contrario non particolarmente elevata (il 91% dichiara di possedere meno di 60 anni).
Ancora, la scarsa partecipazione non sembra neanche ascrivibile al mezzo tecnico utilizzato. La maggioranza degli utenti non lamenta particolari problemi con l’accessibilità al sito (79% del campione) o a reperire le informazioni ritenute necessarie (82%).
Da questo quadro sembra piuttosto configurarsi un problema “a monte”, ovvero nel processo di selezione dei partecipanti. Ben il 54% dichiara difatti che la motivazione principale alla base della propria partecipazione alla CdP sta nel fatto che questa “rientra nelle attività lavorative”10. In pratica, apparirebbe dai dati un coinvolgimento più forzato che spontaneo, più legato all’esigenza amministrativa di dover partecipare ad un progetto quanto al desiderio di apprendere, collaborare, relazionarsi dei partecipanti.
Incrociando le risposte date al questionario si ottiene di fatto una conferma di questo legame tra motivazioni e livello di partecipazione. Se tra la popolazione generale la quota di chi ha dichiarato una partecipazione “quasi nulla” è del 24%, questa sale al 29% tra coloro che hanno dichiarato una partecipazione in qualche modo “forzata”.
La mancanza di motivazioni personali nella scelta partecipativa al progetto si intravede infine nelle risposte date alla domanda relativa alle specifiche ragioni della scarsa partecipazione: ben l’89% del campione ha dichiarato di non aver avuto sufficiente tempo da dedicare al progetto. Al contempo, solo il 2% del campione lamenta uno scarso interesse verso l’approccio.
Nonostante il problema “motivazionale” abbia inevitabilmente condizionato l’andamento di questo primo esperimento di Comunità di Pratiche applicato da un Ente nazionale nel settore agricolo, il progetto ha pienamente incontrato l’interesse dei partecipanti: il 71% di questi dichiara una piena soddisfazione, contro il 6% di “non soddisfatti”. L’86% dei partecipanti ritiene utili sia l’approccio alle CdP sia, più nello specifico, l’utilizzo delle Tic nell’implementazione delle stesse (89%).
Per quanto concerne l’esplicita richiesta di indicare feedback (positivi o negativi) sulle attività condotte, il tema più cogente risulta quello delle motivazioni: ciò che viene chiesto maggiormente è sia una più ampia partecipazione dal basso degli utilizzatori (approccio meno top-down e più partecipato, bottom-up), sia l’integrazione con altre reti del sistema della conoscenza in agricoltura.
Una necessità sentita dagli stessi partecipanti è proprio quella di un’apertura ad un pubblico più esteso, ad esperti di diversa provenienza, a soggetti che garantiscano un approccio multidisciplinare, con l’avvertenza tuttavia di non cadere nel rischio di rendere il confronto tanto più difficoltoso quanto più vi partecipino soggetti molto diversi per formazione culturale e professionale.

Una chiave di lettura nell’ottica del nuovo quadro di politiche per l’innovazione

Il progetto di creazione delle CdP porta in luce come l’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche non solo permetta alla conoscenza di superare confini spaziali e generazionali11, ma anche come questa circoli come risultato di una interazione sistemica di più soggetti, in maniera funzionale ai bisogni espressi e soprattutto in tempo reale. Di certo, si è da più parti sollevato nel progetto come una maggiore efficienza possa essere ottenuta ampliando la base dei partecipanti in misura funzionale alla diffusione della conoscenza e alla risoluzione di problemi molteplici, diversi (anche per campo di afferenza), ma condivisi.
Al di là dei confini nazionali di applicazione, l’approccio delle CdP potrebbe nondimeno assumere anche nel nuovo contesto di policy europeo per la ricerca e l’innovazione un potenziale ruolo di strumento idoneo all’intermediazione tra scienza e pratica e alla condivisione della conoscenza tra diversi attori legati da un obiettivo comune cruciale: il suo trasferimento. Questo, peraltro, non solo è obiettivo della politica europea per la ricerca del prossimo periodo di programmazione 2014-2020 (CE, 2010a; 2011)12, ma è anche punto di raccordo di questa politica con quella dettata dai nuovi orientamenti per la Pac del post-2013, in particolare per il secondo pilastro (CE, 2010b).
Il progetto di costituzione del Partenariato Europeo per l’Innovazione (Pei) (CE, 2012)13, poi, ha proprio il compito di orientare verso l’innovazione le politiche esistenti e, per via della sua natura di piattaforma dinamica, di collegare tra loro gli agricoltori, i ricercatori, i consulenti, le Ong, le imprese, ovvero i soggetti che comporranno i Gruppi Operativi per l’Innovazione (Goi)14 volti alla realizzazione delle attività previste dal Pei. Quest’ultimo poggia le sue radici proprio sulla necessità di mediare tra la ricerca prodotta e la pratica che ne deve beneficiare, perché l’innovazione (che incorpora anche la conoscenza tacita, ovvero non puramente scientifica) possa generarsi in maniera sistemica, ovvero come interazione, cooperazione e condivisione della conoscenza tra più attori. L’approccio alle CdP potrebbe essere pertanto funzionale allo svolgimento di questo ruolo. Il programma di azione del Pei15 prevede difatti il riconoscimento di attività di animazione, coinvolgimento, partecipazione diretta degli attori interessati e condivisione di buone prassi quali fattori leva per la diffusione a livello europeo della conoscenza prodotta. Tuttavia, inevitabilmente trasferire sul piano europeo le implicazioni di un approccio testato solo a livello nazionale non è esente da potenziali inefficienze legate alla eterogeneità sia dei contesti in cui viene prodotta la conoscenza, sia dei temi su cui vertono la specializzazione e la policy in campo agricolo dei diversi governi nazionali, sia di disponibilità di fondi a livello centrale perché si metta in moto un meccanismo incentivante, sia delle competenze tecniche necessarie perché si avvii un percorso di condivisione16.
Al contempo, però, potrebbe essere funzionale alla sistematizzazione della vasta mole di risultati prodotti dalla ricerca europea ma di cui si è avuta scarsa applicazione17, alla definizione di un meccanismo sistematico di feedback utile per la definizione dell’agenda di ricerca europea, infine per l’avanzamento della conoscenza nel suo complesso.

Conclusioni

L’esperienza delle Comunità di Pratica realizzata dal Cra in collaborazione con l’Aab, l’Inea e le Regioni dimostra la maturità ormai raggiunta da un lato, dai possibili fruitori del servizio, dall’altro delle soluzioni tecnologiche proposte, per una piena implementazione delle metodologie delle CdP attraverso l’utilizzo di soluzioni prevalentemente informatiche.
Piuttosto, l’approccio progettuale scelto dovrebbe essere coerente con la letteratura che in ambito CdP attribuisce un’importanza fondamentale agli aspetti motivazionali dei partecipanti, ricordando come non sia il numero dei partecipanti che determina il successo di una comunità, quanto piuttosto la loro partecipazione. Questa, peraltro, è auspicabile sia ampia, aperta ai diversi soggetti che costituiscono l’intero sistema della conoscenza, perché essa circoli e sia fruibile come esito di una interazione sistemica. Da un punto di vista dell’implementazione, inoltre, si dovrebbero avvalorare soluzioni che siano in grado di garantire una auto-organizzazione delle Comunità per superare il dualismo della necessità di garantire un adeguato livello di multidisciplinarità da un lato e dall’altro di evitare l’introduzione di eccessive barriere che la stessa multidisciplinarità rischia di creare. Quindi, una struttura delle CdP non per ruoli chiusi e pre-impostati, ognuno con il proprio “linguaggio”, ma per gruppi aperti dove ogni partecipante possa ritagliare il proprio spazio relazionale né più né meno come avviene all’interno delle sfere relazionali della vita di tutti i giorni.
Questo assume particolare rilevanza nell’ottica europea di creazione di una piattaforma quale il Pei che operi come mediatore tra soggetti coinvolti a diverso titolo nel processo di innovazione al di là dei meri confini nazionali di operatività.
A tal proposito, pertanto, si ritiene strategico proseguire con un simile approccio all’indomani delle nuove sfide poste all’agricoltura che richiedono un notevole investimento nella conoscenza, nonché auspicabile rinnovare la collaborazione con gli enti coinvolti perché il fare rete diventi una condivisa buona pratica.

Riferimenti bibliografici

  • Commissione Europea, (2010a), Europe 2020 - A strategy for smart, sustainable and inclusive growth, Bruxelles, Com(2010) 2020 finale

  • Commissione Europea, (2010b), La Pac verso il 2020: rispondere alle future sfide dell’alimentazione, delle risorse naturali e del territorio, Com(2010) 672/5

  • Commissione Europea, (2010c), Europe 2020 - Flagship Initiative Innovation Union, Bruxelles, Com(2010) 546 final

  • Commissione Europea, (2011), Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council establishing Horizon 2020 - The Framework Programme for Research and Innovation (2014-2020), Brussels, Com(2011) 809 final 2011/0401

  • Commissione Europea (2012), Communication from the Commission to the European Parliament and the Council on the European Innovation Partnership 'Agricultural Productivity and Sustainability, Com(2012) 79 final, 29 Febbraio 2012

  • EU Scar (2012): Agricultural knowledge and innovation systems in transition – a reflection paper. Bruxelles, Commissione europea

  • Leeuwis, C. (2004). Communication for Rural Innovation: Rethinking Agricultural Extension. Blackwell Science/ CTAta, Oxford/Wageningen

  • Morgan S. L. (2011), Social Learning among Organic Farmers and the Application of the Communities of Practice Framework. Journal of Agricultural Education and Extension 17(1): 99-112

  • Sulaiman R.V., Hall A., Kalaivani N.J., Dorai K., Vamsidhar R. T.S. (2011), Necessary but not sufficient: Information and communication technology and its role in putting research into use. Riu Discussion paper 16

  • Wenger E., Mc Dermott R., Snyder W.M. (2002), Cultivating Communities of Practice: A Guide to Managing Knowledge, Harvard Business Press

  • 1. Il presente contributo descrive esclusivamente le attività a cui hanno partecipato gli Autori, ovvero la progettazione ed implementazione delle CdP. Vengono invece solo accennate, in particolare, le complementari e fondamentali attività di animazione delle CdP svolte dal Cra ed il più ampio progetto “Agritrasfer-in-sud” dentro il quale le CdP sono state implementate.
  • 2. Studi condotti a livello europeo sui sistemi della conoscenza testimoniano ad ogni modo come il problema della elevata frammentazione non solo sia comune a diversi paesi comunitari, ma sia anche l’esito di influenze provenienti dalla sfera politica che si esercitano anche sulle attitudini sociali e culturali verso il tema della condivisione della conoscenza (EU Scar, 2012).
  • 3. Il progetto ha preso avvio nel 2007 e si è concluso nel Dicembre 2012. Recentemente, se ne è disposta la prosecuzione con un nuovo mandato.
  • 4. Delibere Cipe n. 17 e n. 83 del 2003.
  • 5. [link]
  • 6. In primis, la banca dati della ricerca agricola regionale sviluppata dall’Inea: [link]
  • 7. Il percorso che dalla identificazione dei risultati di ricerca trasferibili ha portato alla definizione di una metodologia appropriata per la loro sistematizzazione (ad esempio, per comparto produttivo ed ambito di ricerca) è stato condiviso dal Cra con i partner del progetto, vale a dire le Regioni, l’Inea, la Rete della Ricerca e il Mipaaf.
  • 8. È interessante notare a questo riguardo le esperienze più moderne di Comunità di Pratiche, come il sito di domande/risposte, prevalentemente per programmatori, “Stack Exchange”: non vi è un ruolo predefinito come nei forum classici (ad es. il “moderatore”), ma questi vengono definiti al raggiungimento di determinate soglie di attività o di “voto” da parte degli utenti.
  • 9. Un log consiste nella memorizzazione nel sistema delle attività condotte.
  • 10. Il 16% del campione si è invece iscritto alle CdP motivato dalla ricerca di soluzioni a problemi specifici, il 14% per contribuire ad individuare soluzioni per altri colleghi. La curiosità verso la metodologia ha spinto infine solo il 7% del campione a partecipare, infine la possibilità di fare relazione e conoscere nuovi colleghi il 4%.
  • 11. Ad oggi, tutti i partecipanti hanno dimostrato buone competenze nell’utilizzo dell’informatica, a dispetto del passato quando questa era appannaggio solo di ceti sociali più elevati o di ristrette aree dove esistevano infrastrutture che ne consentivano l'utilizzo (pensiamo alla banda larga: gli ultimi dati forniti dal Mise riportano una copertura del 95,6% della popolazione).
  • 12. Il periodo di programmazione 2014-2020 ha nella Strategia Europa 2020 per una crescita sostenibile ed inclusiva (CE, 2010) e nell’ottavo Programma Quadro (PQ) Horizon2020 (CE, 2011) i principali riferimenti.
  • 13. Si rimanda alla iniziativa faro della Strategia Europa 2020 per una crescita sostenibile ed inclusiva intitolata “Unione dell’Innovazione” (CE, 2010c) che introduce il Pei quale strumento per promuovere e favorire l’innovazione.
  • 14. Secondo quanto riportato nella comunicazione della Commissione europea, i GO si formeranno attorno a tematiche di interesse e realizzeranno progetti volti a collaudare e ad applicare pratiche, processi, prodotti, servizi e tecnologie innovativi (CE, 2012).
  • 15. Tramite la struttura di rete del Pei che verrà definita nell’ambito della Rete per lo sviluppo rurale.
  • 16. Basti pensare che in molti paesi europei i servizi di sviluppo sono stati soggetti negli ultimi decenni a privatizzazione (es. Paesi Bassi), mentre in altre realtà nazionali sono ancora supportati dal pubblico, seppure con difficoltà come dimostrato dal caso italiano. Naturalmente laddove c’è il privato c’è un incentivo da parte degli agricoltori stessi a pagare per un servizio mentre in altre realtà questo difficilmente si realizza.
  • 17. Nell’ultima tornata di bandi di ricerca del settimo PQ è stata formalizzata la necessità di effettuare una repository dei progetti di ricerca europei già realizzati e dei loro risultati con il duplice obiettivo da un lato, di sistematizzare tutta l’informazione finora prodotta per evitare ulteriori duplicazioni di progetti e finanziamenti, dall’altro, di creare le condizioni perché il nuovo PQ risponda concretamente all’obiettivo del trasferimento della conoscenza.
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