Ultima Finestra sulla PAC di Agriregionieuropa

Dopo poco più di un anno dall’avvio della riforma della Pac 2014-2020 il dibattito su una sua possibile revisione di medio termine nonché sul futuro della politica agricola dopo il 2020 è già ampiamente avviato.
In merito al primo punto occorre precisare che l’attuale riforma non prevede una revisione complessiva intermedia, così come avvenuto con la riforma Fischler, poi sfociata nell’Health Check del 2009. Solo nel caso delle Aree di interesse ecologico, uno dei tre impegni dei pagamenti verdi, è prevista una valutazione sulla sua attuazione, che la Commissione europea dovrà presentare entro il 31 marzo 2017.
Per la prima volta, tuttavia, anche i pagamenti diretti e le misure di mercato sono assoggettati al quadro comune per il monitoraggio e la valutazione della Pac (art. 110 del reg. (UE) 1306/2013 [pdf]), attraverso la predisposizione di indicatori tesi a valutare il progresso, l’efficacia e l’efficienza dell’attuazione della politica in riferimento agli obiettivi della Pac (produzione alimentare redditizia; gestione sostenibile delle risorse naturali; sviluppo territoriale equilibrato) e la valutazione di specifici strumenti da parte di valutatori indipendenti. Entro il 31 dicembre 2018, la Commissione dovrà presentare al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione iniziale sull'applicazione del monitoraggio e della valutazione della Pac, contenente anche i primi risultati delle prestazioni della Pac. Una seconda relazione, contenente una valutazione delle prestazioni della Pac, dovrà essere presentata entro il 31 dicembre 2021.
È invece prevista una revisione intermedia nell’ambito del Quadro finanziario pluriennale (Qfp). L’art. 2 del regolamento 1311/2013 [pdf], infatti, obbliga la Commissione a presentare, entro la fine del 2016, un riesame del funzionamento del Qfp, accompagnato, se del caso, da una proposta legislativa di revisione. Sulla base di questo impegno, il 14 settembre 2016 la Commissione europea ha presentato il riesame intermedio del bilancio 2014-2020 in occasione del quale, nel rispetto dei massimali di bilancio, ha proposto un pacchetto finanziario di 12,8 miliardi di euro di fondi aggiuntivi per il periodo 2017-2020 in favore della crescita e dell’occupazione (2,4 miliardi di euro), della migrazione, della sicurezza e del controllo delle frontiere (2,5 miliardi di euro), dello sviluppo sostenibile nell’ambito del nuovo Piano europeo per gli investimenti esterni (1,4 miliardi di euro) [pdf]. A questi 6,3 miliardi di euro si andranno ad aggiungere 1,8 miliardi di euro per l’aumento degli stanziamenti relativi al progetto di bilancio 2017, sempre per affrontare le questioni relative alla migrazione, e altri 4,6 miliardi di euro per l'adeguamento tecnico delle dotazioni per la politica di coesione.
Parte integrante della revisione del Qfp è il pacchetto di proposte della Commissione per una maggiore semplificazione delle regole in favore dei beneficiari dei fondi comunitari e una maggiore flessibilità del bilancio per migliorare la sua capacità di reagire prontamente ad eventi imprevisti. Nell’ambito di questa proposta di regolamento omnibus ricadono quelle per una maggiore semplificazione della Pac, al fine di alleggerire gli oneri amministrativi a carico delle aziende e dei governi nazionali [pdf] [pdf] [pdf]. Le proposte riguardano i 4 regolamenti di base della Pac 2014-2020.
Per quel che attiene allo sviluppo rurale (reg. 1305/2013 [pdf]) si propone di introdurre uno strumento di stabilizzazione del reddito specifico per settore (Sector Specific Income Stabilization tool). Tale strumento assume la forma di contributi finanziari ai fondi mutualistici in favore di quei settori interessati da drastiche diminuzioni del reddito che potrebbero avere significative ricadute sulle aree rurali. La proposta prevede inoltre di rendere meno restrittiva la definizione di giovane agricoltore e di rendere più semplici le norme per l’accesso ai prestiti e ad altri strumenti finanziari. La proposta mira poi a semplificare le procedure finanziarie del regolamento orizzontale (reg. 1306/2013 [pdf]) mentre, per quel che riguarda l’Ocm unica (reg. 1308/2013 [pdf]), le modifiche riguardano l’ampliamento degli obiettivi perseguiti dai programmi operativi, l’entità e i paesi interessati dall’aiuto finanziario nazionale alle organizzazioni dei produttori del settore ortofrutticolo e la semplificazione della gestione delle quote di importazione. Infine,  per quel che riguarda il sistema dei pagamenti diretti (reg. 1307/2013 [pdf]), la proposta è di rendere volontaria l’applicazione delle norme relative all’agricoltore attivo a partire dal 2018, eliminare il vincolo del numero massimo di ettari per i quali si può beneficiare dell’aiuto ai giovani agricoltori e permettere alla Commissione, in casi di squilibrio strutturale del mercato, di trasformare i pagamenti accoppiati in pagamenti disaccoppiati fino al 2020.
Le proposte della Commissione relative alla Pac vanno in direzione di una semplificazione “tecnica” delle norme, uno degli obiettivi prioritari del programma di lavoro del commissario all’agricoltura Phil Hogan per i primi 20 mesi di operato [link]. Questa semplificazione, così come richiesto dal commissario, avviene nell’ambito dei principi base sanciti dalla riforma del 2013, in un contesto di spese immutate e finalizzata a concentrare l’attenzione sulle misure destinate ad avere maggiore impatto sugli agricoltori e sulle autorità nazionali in termini di ridotto carico amministrativo.
Diversa è la richiesta avanzata, anche attraverso la Piattaforma Refit (Regulatory Fitness and Performance Programme) [link], da 115 Ong, tra organizzazioni di produttori e associazioni ambientaliste, alcuni accademici e Parlamentari europei, per una revisione intermedia della Pac (meglio nota come “Fitness Check”), al fine di verificare se, con quale efficacia, efficienza e coerenza la Pac sta perseguendo i propri obiettivi [pdf]. La Commissione, da parte sua, appoggiata dalla maggior parte degli Stati membri (e dal Copa-Cogeca), non sembra intenzionata a mettere in cantiere tale revisione, perlomeno non a breve termine, poiché il breve lasso di tempo dall’entrata in vigore della nuova Pac (poco più di 1 anno) non permetterebbe di valutare appieno il suo funzionamento, mentre per quel che riguarda le norme più discusse, vale a dire il pagamento verde, la Commissione sta già lavorando a delle proposte di riforma.
Nel corso del 2016, stimolato dalla revisione di metà percorso del Qfp e dalle riflessioni sul funzionamento della Pac 2014-2020, è decollato il dibattito sulla Pac post-2020. Per un elenco dei contributi apparsi finora si rimanda alla dettagliata pagina del prof. Alan Matthews, che raccoglie e aggiorna il materiale distinguendolo anche in base ai soggetti che lo hanno prodotto [link].
Un primo documento, di rottura con il passato, è quello proposto dalla presidenza olandese al Consiglio informale agricolo del 24 e 25 maggio 2016 dal titolo “Food of the future – The future of food[pdf] con il quale, guardando al ruolo dell’agricoltura nel contesto agro-alimentare europeo, della sostenibilità ambientale e della cooperazione esterna allo sviluppo, si propone il passaggio da una Politica agricola comune a una Politica agricola e alimentare comune. L’obiettivo è di rafforzare il ruolo dell’agricoltura nella catena alimentare e spostare il baricentro verso una più ampia politica alimentare europea tenendo conto del fatto che ad alcune sfide, nonché alla crescente domanda dei consumatori per più alti standard qualitativi di produzione, non sono chiamati a rispondere solo gli agricoltori ma tutta la catena alimentare. Il rafforzamento del settore primario nella “food chain” permetterebbe anche di spostare il focus della futura politica agricola europea dal sostegno dei redditi verso misure tese a garantire una rete di sicurezza (safety-net) basata sull’andamento dei prezzi di mercato. Il documento discute poi della possibilità di utilizzare una quota considerevole dei fondi della Pac in favore di politiche per l’innovazione Ict (Information and Communications Technology), che potrebbero contribuire alla semplificazione della Pac e alla riduzione degli oneri amministrativi a carico di aziende e amministrazioni pubbliche.
Più strutturata, innovativa e, allo stesso tempo, conservatrice è la posizione francese sul futuro della Pac [pdf]. La proposta, infatti, rimescola gli strumenti già presenti nell’attuale Pac, aggregandoli per obiettivo, e introduce alcune novità. Partendo dalle sfide alle quali l’agricoltura è chiamata a confrontarsi – produzione alimentare sana e di qualità, crescita economica, ricambio generazione e mantenimento delle attività economiche nelle aree rurali, cambiamenti climatici e ambiente, mantenimento del territorio e della diversità dei paesaggi, accrescimento della resilienza del settore agricolo – la Pac deve rispondere a tre obiettivi fondamentali: a) contribuire alla crescita e all’occupazione, b) rispondere alle sfide climatiche e ambientali, c) rafforzare la resilienza del settore agricolo, ai quali corrispondono i tre Assi della nuova Pac.
Il primo Asse, volto ad accrescere la competitività dell’agricoltura europea e della catena agroalimentare, dovrebbe continuare a basarsi su pagamenti disaccoppiati per permettere agli agricoltori di soddisfare gli elevati standard qualitativi dell’UE e produrre cibi sani e di qualità a prezzi accessibili. I pagamenti accoppiati dovrebbero essere rafforzati e resi più flessibili per permettere di sostenere anche filiere emergenti e sistemi di produzione virtuosi. In questo Asse andrebbero potenziate le misure attualmente del secondo pilastro di Innovazione e investimenti. L’innovazione dovrebbe essere non solo tecnologica, ma anche sociale e organizzativa, mentre agli investimenti e ai progetti collettivi dovrebbe essere data priorità. Altra grande ambizione di questo primo Asse è quella di traghettare i sistemi produttivi verso investimenti ad elevate prestazioni economiche e ambientali e permettere all’agricoltura di sfruttare la “rivoluzione digitale”. In questo primo Asse rientrano le misure in favore dell’insediamento dei giovani, i regimi di sostegno in favore della formazione e della diversificazione agricola e non agricola e l’assistenza per il riorientamento verso nuove forme di produzione.
Nel secondo Asse, destinato alla produzione di beni pubblici ambientali e allo sviluppo dei territori, ricadono a) i pagamenti verdi, semplificati e irrobustiti dalla presenza di una quarta pratica obbligatoria relativa alla copertura del suolo; b) le misure agro-climatico-ambientali e l’agricoltura biologica, rafforzate al fine di renderle più attraenti e efficaci; e c) i pagamenti compensativi per le aree svantaggiate. Sia i pagamenti verdi che i pagamenti agro-climatico-ambientali dovrebbero essere basati su un approccio contrattuale e definiti a livello di Stato membro. L’approccio Leader dovrebbe essere mantenuto per permettere di attivare le misure dell’Asse 1 e dell’Asse 2 dal basso.
Il terzo Asse, infine, dovrebbe fornire gli strumenti per aumentare la resilienza del settore agricolo alle crisi sanitarie, climatiche ed economiche, in modo da permettere di raggiungere gli obiettivi di competitività e sostenibilità. Gli strumenti dovrebbero essere attivati in modo coordinato nell’ambito di una strategia europea settoriale, che dovrebbe essere discussa almeno una volta l’anno nell’ambito del Consiglio dei ministri agricoli. Questo Asse comprende il rafforzamento e il miglioramento del funzionamento delle filiere per aumentare la loro capacità di resilienza, l’attivazione delle reti di sicurezza e degli strumenti di regolazione del mercato, le assicurazioni sul raccolto (obbligatori) e i fondi mutualistici sanitari (facoltativi). Poiché l’assicurazione sul raccolto permetterebbe di compensare solo le perdite superiori al 30%, si propone l’istituzione di una misura di risparmi precauzionali obbligatoria, che obblighi gli agricoltori a utilizzare parte dei pagamenti diretti ricevuti negli anni positivi per far fronte alle perdite degli anni di difficoltà, attivando una misura anticiclica senza implicazioni sul bilancio comunitario e sostituendo così la riserva di crisi.
Il funzionamento della proposta nuova politica agricola comune poggia su alto grado di semplificazione e sussidiarietà, preservando il valore aggiunto della Pac nell’affrontare sfide comuni ed evitare la frammentazione dei mercati. La proposta prevede, quindi, che ciascuno Stato membro esprima la propria visione strategica e definisca le proprie scelte coerentemente con questa visione.
Il documento fino ad ora più interessante è la pubblicazione degli atti del Workshop “Reflections on the agricultural challenges post-2020 in the EU: preparing the next Cap reform” tenutosi l’8 novembre 2016 e organizzato dalla Commissione agricoltura del Parlamento europeo. La documentazione contiene 3 studi, uno per ciascun aspetto della Pac, affidati ad accademici di fama internazionale nell’intento di fornire ai membri della Comagri raccomandazioni politiche che li orientino nel dibattito sulla futura Pac [pdf]: pagamenti diretti (di Alan Matthews), misure di mercato e gestione dei rischi (di Louis Pascal Mahé e Jean-Christophe Bureau), sviluppo rurale (di Thomas Dax e Andrew Copus).
In questo contributo focalizzeremo l’attenzione sullo studio sui pagamenti diretti, di Alan Matthews. Tale studio prende le mosse da una breve descrizione del loro funzionamento nella Pac 2014-2020 e, analizzando la loro coerenza ed efficacia rispetto agli obiettivi che dovrebbero perseguire, propone tre differenti modelli per il post-2020 e alcuni principi chiave ai quali la struttura dei futuri pagamenti diretti dovrebbe conformarsi.
Il primo obiettivo al quale dovrebbero rispondere i pagamenti diretti riguarda il sostegno al reddito. L’analisi di Matthews mette in evidenza come, pur rappresentando poco meno della metà del reddito netto aziendale, i pagamenti diretti avvantaggiano le (relativamente poche) aziende con un reddito agricolo al di sopra della mediana (il valore centrale) della distribuzione del reddito, quindi, quelle che ne avrebbero meno bisogno. Inoltre, anche se rappresentano un fattore di stabilizzazione del reddito, non essendo pagamenti mirati (targeted), non garantiscono che questa stabilizzazione vada a favore delle aziende con la maggiore variabilità di reddito. Infine, aumentano il costo d’entrata dei giovani agricoltori e la crescita delle aziende esistenti, ritardando il ricambio generazionale.
Ancora, rispetto al secondo obiettivo di sostegno alla produzione e alla competitività, Matthews sottolinea come la forte dipendenza dell’agricoltura dal sostegno pubblico può essere vista come un fallimento della politica, per non essere riuscita ad attrezzare gli agricoltori ad operare in un ambiente competitivo. Matthews smonta poi un’altra argomentazione spesso utilizzata per giustificare i pagamenti diretti e cioè che essi sono necessari per permettere agli agricoltori europei di produrre rispettando i più alti standard qualitativi (si veda il documento francese a cui si è fatto riferimento più sopra). L’Autore, infatti, sostiene che, per gli standard imposti per prevenire l’insorgenza di rischi ambientali o di altra natura, non può essere prevista alcuna compensazione, mentre per gli standard che rispondono a specifiche preferenze espresse dalla società, la compensazione avviene attraverso il mercato (fidelizzazione dei consumatori disposti a pagare un prezzo più alto per quel particolare prodotto) o attraverso specifici pagamenti compensativi dei maggiori costi corrisposti solo agli agricoltori interessati.
Infine, il contributo dei pagamenti diretti agli obiettivi climatici e ambientali non è dimostrato dal primo anno di applicazione dei pagamenti verdi.
Tenendo conto di queste e molte altre considerazioni contenute nello studio, l’Autore presenta tre modelli per i pagamenti diretti post-2020, dei quali esamina pro e contro per proporre, nel capitolo conclusivo, una propria struttura dei pagamenti diretti che risponde ad alcuni e ben definiti principi chiave.
Il primo modello, “steady as she goes”, che potrebbe essere tradotto in “avanti piano”, non è altro che il mantenimento dell’attuale sistema dei pagamenti diretti con gli aggiustamenti tecnici necessari a migliorarne l’efficacia e ridurre gli oneri amministrativi. In realtà, in questo primo modello Matthews fa emergere come la difficoltà nel dare risposte ad alcune questioni, ad esempio, la “giusta” distribuzione dei massimali di bilancio per Stato membro o se e fino a che punto ridurre la variabilità nel livello dei pagamenti unitari per giungere a pagamenti uniformi, dipenda dalla indeterminatezza di cosa siano e quali funzioni debbano avere i pagamenti diretti. Inoltre, l’aspettativa che l’attuale sistema possa essere prolungato dopo il 2020 e che la distribuzione dei titoli possa essere basata sulla superficie agricola detenuta in un periodo di riferimento più prossimo (e non alla superficie detenuta 7 anni prima) potrebbe alterare i valori fondiari a ridosso della riforma.
Il secondo modello, “back to the future”, propone l’abolizione dei pagamenti disaccoppiati in favore di un rafforzamento di misure anticicliche. Le opzioni presentate sono due: l’introduzione di pagamenti anticiclici, che verrebbero attivati in periodi di prezzi bassi e il rafforzamento di un regime assicurativo di stabilizzazione del reddito. Nel primo caso, l’Autore evidenzia come tali pagamenti siano di difficile collocazione nella struttura del budget comunitario e determinerebbero un ritorno a un sostegno accoppiato e distorsivo del commercio. Inoltre, sarebbe di difficile determinazione il prezzo di riferimento in base al quale far scattare il pagamento, visto che il livello dei prezzi dello stesso prodotto non è uniforme nei 28 paesi UE, con conseguente rischio di sovra/sotto-compensazione degli agricoltori. Infine, poiché questo tipo di pagamenti riduce la propensione degli agricoltori alla diversificazione al fine di ridurre il rischio di impresa, incoraggia la specializzazione produttiva e quindi avrebbe un impatto negativo sull’ambiente. Non meno problematico sarebbe sostituire i pagamenti disaccoppiati con dei prodotti assicurativi. In primo luogo, perché tali strumenti non permetterebbero la predicibilità della spesa di bilancio connessa, che potrebbe essere anche molto più alta di quella che è l’attuale spesa per i pagamenti disaccoppiati (il pagamento di base); in secondo luogo, poiché la partecipazione degli agricoltori a tale sistema potrebbe essere molto variabile (diverso profilo di rischio degli agricoltori, diverso mix produttivo, diverso mix di fattori produttivi, diversa esposizione alla variabilità produttiva), la redistribuzione della spesa tra Stati membri ad essi associata potrebbe essere alta. Di conseguenza, non tutti gli Stati membri potrebbero avere interesse ad adottare tali regimi assicurativi. Altri problemi si riscontrano nel fatto che tali regimi influirebbero sulle strategie aziendali di minimizzazione del rischio; che la creazione di un sistema armonizzato per tutta l’UE potrebbe non essere praticabile per le difficoltà nel reperire le informazioni sulla contabilità aziendale; che i costi di amministrazione potrebbero essere alti; che i pagamenti avverrebbero con ritardo rispetto al verificarsi della crisi; che il rispetto dei limiti per poter essere inclusi nella scatola verde del Wto renderebbe tali strumenti poco attraenti per molti agricoltori. Tuttavia i primi due fattori, l’indeterminatezza del budget agricolo e la diversa risposta degli agricoltori, potrebbero essere risolti attribuendo agli Stati membri la gestione di tali regimi attraverso aiuti di Stato (se con o senza sostegno comunitario, non è chiaro) nell’ambito di un quadro di riferimento comunitario.
Il terzo modello, “sustainable countryside”, parte da due considerazioni: una quota dei pagamenti diretti della Pac dovrebbe concentrarsi su obiettivi ambientali e di gestione del territorio; i pagamenti verdi, come attualmente concepiti, non sono lo strumento appropriato per raggiungere questi obiettivi. Matthews, di conseguenza, propone quattro possibili opzioni: a) riversare gli obblighi connessi ai pagamenti verdi nella condizionalità, espandendo la lista delle buone condizioni agronomiche e ambientali e innalzando, di conseguenza, la baseline dei pagamenti agro-climatico-ambientali del secondo pilastro. La Commissione, tuttavia, ha reputato tale opzione di difficile applicazione, in quanto gli agricoltori si vedrebbero imposto (nella condizionalità) ciò che oggi è considerato un incentivo (i pagamenti verdi); b) trasformare i pagamenti verdi in un approccio a menù. I pagamenti verdi verrebbero corrisposti in cambio dell’adesione a un sistema di pratiche equivalenti elaborate da ciascuno Stato membro (o regione) che permetterebbe un maggiore adattamento alle condizioni locali e un ampliamento delle pratiche applicabili. Nonostante la presumibile maggiore efficacia di un tale approccio, la Commissione si è già espressa negativamente al riguardo, per il rischio di annacquamento delle pratiche; c) adottare un “greening condizionale”, vale a dire condizionare il ricevimento del pagamento di base del primo pilastro all’adesione alle misure agro-climatico-ambientali del secondo pilastro. In questo approccio il pagamento verde sarebbe commisurato alla perdita di ricavi o ai maggiori costi sopportati per l’adesione alle misure, a differenza dell’approccio a menù in cui il pagamento sarebbe definito come è attualmente: una porzione dei pagamenti diretti pagata per tutta la superficie ammissibile; d) l’ultima opzione prevede il trasferimento di risorse finanziarie e obblighi dei pagamenti verdi alle misure agro-climatico-ambientali del secondo pilastro. Nonostante gli aspetti positivi legati alla possibilità di adattamento alle condizioni locali e ai differenti livelli di pagamenti connessi alla compensazione dei mancati ricavi o maggiori costi, le difficoltà connesse a tale opzione sono riconducibili al fatto che, essendo di natura volontaria, non coprirebbero tutto il territorio comunitario; gli Stati membri potrebbero essere interessati a disegnare delle regole poco stringenti; tali pagamenti potrebbero essere appetibili per gli agricoltori delle aree meno intensive (che dovrebbero fare poco o nulla per uniformarsi) e essere scarsamente appetibili per quelli delle aree più intensive; non minori sono i problemi connessi con la gestione di un così complesso sistema di regole, sia a livello amministrativo che di pratica implementazione da parte degli agricoltori.
Il capitolo conclusivo dello studio, prendendo le mosse dall’analisi delle opzioni presentate precedentemente, propone il futuro modello di pagamenti diretti. Tale modello si basa su cinque livelli, che si innestano sul livello di riferimento al quale corrispondono obblighi e requisiti di legge (comunitari, nazionali o locali) ai quali tutti gli agricoltori dovrebbero conformarsi (siano essi percettori di pagamenti diretti o meno), a ognuno dei quali corrispondono pagamenti mirati a specifici obiettivi. Il sistema prevede il cofinanziamento nazionale per tutti i pagamenti di ciascun livello e un certo grado di flessibilità nello spostare risorse finanziarie da un livello all’altro. Il livello 1 – Stabilizzazione del reddito – include una versione rinnovata dei regimi di gestione del rischio e dei pagamenti in caso di calamità o crisi attualmente presenti nel secondo pilastro. Il livello 2 – Pagamenti ambientali a superficie – è la versione riveduta dei pagamenti verdi, in quanto basati su un approccio a menù (punto b del terzo modello, di cui sopra) e su un ampio uso di regimi di equivalenza, per permettere agli Stati membri/regioni di disegnare il regime più appropriato alle proprie esigenze. Il livello 3 – Sostegno al reddito mirato – comprende i pagamenti per le aree con vincoli naturali compresi oggi nel secondo pilastro. Solo per le aziende ricadenti in queste aree marginali potranno essere corrisposti pagamenti accoppiati. Al livello 4 – Pagamenti ambientali di livello superiore – corrispondono i pagamenti agro-climatico-ambientali del secondo pilastro. Il livello 5 – Competitività orizzontale – include tutti i pagamenti non a superficie destinati a migliorare la struttura e la competitività del settore agricolo. Al fine di coprire la maggiore superficie possibile da pratiche benefiche per l’ambiente, per essere ammissibili ai pagamenti di qualsiasi livello gli agricoltori devono aderire ai pagamenti ambientali del livello 2 (si tratterebbe di adottare il “greening condizionale” trattato al punto c) del terzo modello di cui sopra).
Questo nuovo modello permetterebbe di collegare i pagamenti a specifici obiettivi, di sostituire il sistema dei titoli con un approccio contrattuale e di chiarire nettamente ciò che rappresenta un obbligo per gli agricoltori (il rispetto della normativa cogente) e ciò per cui si ha il diritto ad essere remunerati. La nuova architettura dei pagamenti diretti vede un solo pilastro, integrato, cofinanziato e a programmazione pluriennale. Gli attuali pagamenti disaccoppiati verrebbero ad essere gradualmente aboliti e le risorse risparmiate potrebbero essere utilizzate a favore di più appropriate misure di gestione dei rischi. Gli Stati membri potrebbero incrementare le risorse finanziarie con fondi nazionali (top-up) senza limiti. La distribuzione delle risorse comunitarie tra gli Stati membri dovrebbe riflettere la loro capacità di raggiungere gli obiettivi comuni, abbandonando la logica dei budget allocati in modo automatico.
Il nuovo sistema disegnato da Matthews è senz’altro molto ambizioso, e come tale necessita di un cambiamento radicale nel modo di concepire i pagamenti diretti da parte delle autorità nazionali/regionali, così come degli agricoltori e delle loro rappresentanze. Inoltre, il sistema è talmente complesso e interconnesso che per il suo buon funzionamento occorre che ogni ingranaggio si muova fluidamente e in sincronia con tutta la macchina. Il rischio, infatti, è che le resistenze al cambiamento possano far impantanare questo nuovo disegno in vischiosità e schemi ben conosciuti.
Può il nuovo sistema degli incentivi indurre gli Stati membri (tutti gli Stati membri) a ideare un sistema di pagamenti agro-climatico-ambientali realmente ambizioso? Qual è il rischio che all’aumentare dell’ambizione si riduca il numero di coloro che aderiscono al regime? E quale il rischio di annacquare gli obblighi per avere una maggiore partecipazione? Come indurre tutti gli agricoltori a conformarsi agli obblighi previsti dal livello di riferimento? Come valutare la performance degli Stati membri per la successiva attribuzione dei fondi? Come misurare il raggiungimento degli obiettivi comunitari?
La risposta a queste domande determinerà il successo o l'insuccesso di questa proposta o delle altre che scaturiranno dalla consultazione pubblica che la Commissione europea ha intenzione di lanciare all’inizio del prossimo anno e che fornirà la base per la comunicazione sul futuro della Pac prevista per la fine del 2017 [link]. Parole d’ordine di questa tornata di riflessioni sono semplificazione e modernizzazione. Possono questi due imperativi convivere? Sarà la volta buona anche per una modernizzazione della Pac, oltre che dell’agricoltura?

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