Lavoro straniero e riorganizzazione dell’agricoltura familiare in Italia

Lavoro straniero e riorganizzazione dell’agricoltura familiare in Italia
a Università della Calabria, Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica

Introduzione

Questo contributo intende proporre una riflessione sulle trasformazioni dell’agricoltura familiare guardando al suo rapporto con il lavoro ed in particolare con quello straniero. Cartina di tornasole o specchio dei cambiamenti della società (Sayad, 2002), la migrazione lo è anche, più nello specifico, nel caso dell’agricoltura; pensiamo infatti che il lavoro migrante (o “straniero”, adottando i termini delle statistiche) rappresenti un elemento fra i più dinamici nel panorama dell’agricoltura italiana, evidenziando al contempo le pressioni esercitate dai mercati e le dinamiche riorganizzative del settore, e in particolare dell’agricoltura familiare. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi su questa tematica, con una specifica attenzione ai paesi del Sud Europa (cfr. Colloca, Corrado, 2013; Corrado et al., 2016; Gertel, Sippel, 2014; Kasimis, Papadopulos 2013; Laurent, 2013; Morice, Michalon, 2009; Pedreño, 2014), caratterizzati prevalentemente da un’agricoltura familiare, di ridotte dimensioni e, insieme, dall’afflusso di migranti di diversificata provenienza e con status giuridico-amministrativi diversi. La “globalizzazione delle campagne” vede dunque l’agricoltura e i territori rurali sempre più connessi ai mercati, alle catene del valore, ai circuiti della mobilità internazionale. Le pressioni a monte e a valle dei mercati fanno sì che i costi del lavoro siano spesso l’unica variabile sulla quale incidere per poter ampliare i margini dei profitti aziendali. Il ricorso al lavoro straniero diventa dunque fondamentale in un settore caratterizzato da condizioni difficili, stagionalità, flessibilità, basse remunerazioni, sostanzialmente rifuggito dagli autoctoni e in cui si rende difficile il ricambio generazionale o l’ingresso di nuovi agricoltori, soprattutto giovani. Le aziende agricole vedono l’importante apporto del conduttore diretto, ma sempre più la crescita del lavoro salariato dipendente, in ragione di un progressivo processo di individualizzazione o defamilizzazione dell’agricoltura. D’altra parte, la crisi economica sta dirottando molti dei flussi migratori, prima diretti verso le aree urbane, verso le aree rurali, in ragione dei più bassi costi di riproduzione e delle opportunità di lavoro offerte in agricoltura, soprattutto nelle aree specializzate o di produzione intensiva (Caruso, Corrado, 2015).
L’analisi qui sviluppata presenta delle riflessioni parziali, per cogliere le trasformazioni più rilevanti dell’agricoltura familiare in rapporto al lavoro, e soprattutto a quello straniero, che sta assumendo una crescente rilevanza per il settore agro-alimentare, a livello nazionale e internazionale. Il contributo muove da alcuni dati ufficiali, sottolineandone però i limiti, soprattutto alla luce del peso rilevante del lavoro irregolare, in particolare nel Sud Italia; l’apporto delle ricerche di tipo qualitativo, numerose negli ultimi anni, risulta dunque imprescindibile per la comprensione della questione.

Agricoltura familiare e lavoro

Le trasformazioni dell’agricoltura italiana riflettono tendenze condivise a livello europeo, in particolare per quanto riguarda la riduzione del numero di aziende, la concentrazione e l’aumento delle dimensioni aziendali, le difficoltà di accesso alla terra, soprattutto da parte dei giovani (Franco, Borras, 2013; Kay et al. 2015), la riduzione dei margini di redditività, ma con alcune aggravanti specifiche, come ad esempio l’invecchiamento degli agricoltori1. La Politica Agricola Europea, la pressione dei mercati internazionali, il rafforzamento della grande distribuzione organizzata e le condizione di integrazione all’interno di filiere sempre più verticalizzate hanno fortemente inciso su questi processi (Papadopulos, 2015; Fritz, 2011). Di contro, l’agricoltura italiana ha saputo compensare i limiti strutturali legati alle ridotte dimensioni aziendali – pari in media a 7,9 ettari di Sau, in crescita del 5% rispetto al 2007, ma largamente inferiore rispetto alla media europea (di 24 ettari dell’Ue-15 e di 15 ettari dell’Ue-27) (Inea 2014)2 – e ha trovato la sua capacità di resilienza e, insieme la sua forza competitiva, nella diversificazione non agricola dei redditi, nella capacità di innovazione, nelle produzioni di qualità, nella multifunzionalità e differenziazione, nell’ampliamento dei collegamenti e delle reti sociali (anche a distanze diverse), nella costruzione del cosiddetto Made in Italy - sebbene evidenziando differenze tra Nord e Sud, non solo nei classici termini fisici ed economici (o guardando in questo caso anche ai livelli di istruzione e alla diffusione delle Ict), ma considerando le dinamiche di interconnessione con gli specifici processi di sviluppo territoriale (Salvioni, Henke, Ascione, 2013; De Devitiis, Mietta, 2013; De Filippis, Henke, 2014)3.
L’agricoltura italiana è caratterizzata da una netta prevalenza delle ditte individuali (678.897), che nel 2013 rappresentano quasi il 90% delle aziende complessive, ma che si riducono del 4,8% rispetto al 2012 e del 24,8% rispetto al 2003. La loro importanza diminuisce notevolmente se si considerano la superficie agricola utilizzata (Sau) (76% nel 2012) e la produzione standard (Ps) (67% nel 2012). Le forme societarie, invece, aumentano progressivamente (sono 70.806) registrando una crescita del 10% rispetto al 2009, soprattutto nel Sud del paese (+24%). Al contrario le società di persone, di capitali e le altre forme societarie, comprese le cooperative e le associazioni, pur essendo soltanto il 3,6% delle aziende censite, realizzano il 31% della produzione e coltivano quasi il 18% della superficie (+6% dal 2000) (Inea 2013a).
La conduzione diretta4 da parte del capo azienda e dei suoi familiari si conferma prevalente. Addirittura, la sua incidenza è di poco aumentata sia in rapporto al numero di aziende che alla Sau (95,4% del totale delle aziende nel 2010, rispetto al 94,7 del 2000). Nel 2010 la manodopera familiare contava 2.932.651 unità, quella non familiare 938.103. Tuttavia la ristrutturazione appare accompagnata da una diminuzione nel numero di persone coinvolte nelle attività (-50,9%) che ha interessato soprattutto la componente familiare5. La riduzione in termini di quantità di lavoro è stata però inferiore (-23,4% giornate di lavoro) e ha riguardato solamente la manodopera familiare (-28%), mentre la quantità di lavoro prestata dalla componente salariata è aumentata, sebbene di poco (+3,6%). (Inea 2014). Si sono però ridotte fortemente le giornate di lavoro prestate dalle varie componenti lavorative dell’azienda (dai 601 milioni del 1982 ai 250 del 2010), probabilmente la meccanizzazione e le altre tecnologie risparmiatrici di manodopera hanno contribuito ad enfatizzare il ruolo del titolare6 (Inea 2014). Al censimento del 2000 le giornate del conduttore e dei suoi familiari e parenti rappresentavano l’85,3%, dieci anni dopo l’80,1%. Il conduttore aziendale ha sostituito i suoi familiari senza ricorrere a un maggiore apporto di impiegati o dirigenti, nettamente ridimensionati (gli impiegati passano da 6.472 a 4.234, registrando un -34,6%). A prendere il posto dei collaboratori familiari sono stati dei semplici giornalieri di campagna, tra i quali vanno inclusi anche le persone non direttamente assunte dall’imprenditore, ma dal contoterzista (gli operai passano da 43.020 a 44.479, +3,4%)7. Nel 2010 nelle aziende agricole italiane sono state impiegate 953.790 unità di lavoro (Ul), pari al 10% delle Ul complessive europee; questo valore, se rapportato alla corrispondente quota della Sau, denota il maggior ricorso al fattore lavoro rispetto alla terra. A fronte della diminuzione del numero di addetti in sostanza sembra sia avvenuto un processo di intensificazione nelle aziende che hanno continuato l’attività e richiesto un numero medio di giornate all’anno più elevato: dalle 137 giornate medie per azienda del 2000 si è passati alle 155 giornate del 2010. L’agricoltura italiana continua dunque ad essere largamente caratterizzata da aziende che non riescono a garantire un numero di giornate di lavoro corrispondenti a quelle di un occupato a tempo pieno (circa 200 giornate)8. Per ovviare alla mancanza di lavoro e di reddito sufficienti in azienda per un occupato a tempo pieno si fa ricorso al mercato del lavoro esterno, optando così per la conduzione dell’azienda a tempo parziale9. Tuttavia, sull’occupazione agricola continua a incidere in modo rilevante il lavoro non regolare, che rappresenta quasi un quarto dell’impiego totale di lavoro in agricoltura; si tratta di un valore doppio rispetto a quello registrato per il totale dell’economia (più del 24% contro il 12%) (dati Istat, Contabilità nazionale). Il 54% della manodopera familiare si trova nelle classi di età superiore di 55 anni, il 51% dei conduttori ha più di 60 anni, mentre i lavoratori extra-familiari stabili presentano presenze più corpose nelle classi più giovani (Inea 2012b). La presenza di giovani è correlata alla dimensione di superficie ed economica aziendale.
L’apporto del lavoro familiare prestato a livello informale e l’elevata incidenza del lavoro non regolare fanno sì che le unità di lavoro superino di gran lunga gli occupati. Questo elemento caratterizza fortemente il settore agricolo.
Il rapporto sul capitale umano del 2013 curato dall’Inea, guardando all’andamento delle diverse variabili riguardanti l’impiego di lavoro in agricoltura a partire dall’anno 2000, descrive una tendenza sostanzialmente negativa scandendo però tre periodi: fino al 2003 si osserva un andamento decrescente del numero degli occupati, con tassi di variazione pressoché identici per le posizioni lavorative e le unità di lavoro, con un minimo di occupati in agricoltura nel 2003 (circa un milione di persone); tra il 2003 e il 2006, prima una risalita poi una fase di stabilità in termini di occupati; dal 2007, il trend diventa nuovamente decrescente. Il Rapporto sottolinea l’incidenza di alcuni fattori politico-istituzionali su queste tendenze. In primo luogo, l’introduzione, dal gennaio del 1998, dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap), applicata ai valori reali e non catastali, ha determinato l’abbandono della posizione da parte di alcuni imprenditori agricoli che si dichiaravano tali per beneficiare dei vantaggi previdenziali. In secondo luogo, la riforma della Pac avviata con Agenda 2000 (Riforma Fischer del 2003, Health check del 2008) ha smantellato gradualmente il sistema degli aiuti correlati direttamente alla produzione, per passare a un aiuto “disaccoppiato” da essa. Si ipotizza tuttavia che l’erogazione dei premi legata allo status di produttore agricolo potrebbe aver spinto alcune aziende a permanere sul mercato anche in condizioni di inefficienza economica10. La crescita delle unità di lavoro dipendenti sembrerebbe collegata all’applicazione della legge sull’immigrazione n. 189 del 30 luglio 2002 (legge Bossi-Fini). Tale legge, nata con l’obiettivo dichiarato di contrastare l’immigrazione illegale e il traffico di esseri umani, ha condotto a un processo di regolarizzazione che, aggiunto a un buon andamento del settore registrato in quegli anni, può spiegare la forte variazione positiva delle unità di lavoro dipendente a cavallo degli anni 2003-2005. Tuttavia, proprio le disposizioni della legge Bossi-Fini (e poi dei provvedimenti successivamente emanati, come il cd. Pacchetto Sicurezza del 2008) avranno l’effetto di ricacciare nell’irregolarità giuridico-amministrativa e dunque lavorativa molti migranti. Dal 2007 invece è evidente il segno della crisi economica e che nel settore agricolo si manifesta con andamenti in controtendenza. Guardando infatti al numero di persone occupate, sembra che la crisi abbia rallentato la fuoriuscita di manodopera dal settore agricolo rispetto agli anni ‘90 e ai primi anni del 2000. Tra il 2009 e il 2010 si registra addirittura un aumento dell’occupazione, sebbene risulti diminuito il monte ore lavorato. Inoltre, l’andamento delle unità di lavoro indipendenti risulta più stabile, in virtù dell’importanza del lavoro familiare in azienda (Inea 2013b).
La partecipazione alle attività agricole risulta disomogenea geograficamente. Il Sud detiene la quota di manodopera maggiore rispetto alle altre aree geografiche (44%); ma differenze emergono nella composizione tra le diverse categorie di manodopera: l’incidenza del conduttore sulla manodopera totale nel Nord-Est è pari al 37%, nelle Isole è il 45,5%; la manodopera extra-familiare assunta a tempo indeterminato nella media italiana incide per il 4%, ma nel Nord-Ovest questo valore raddoppia (8,5%) e nel Sud quasi si dimezza (2,6%); guardando alla condizione professionale dichiarata dalla manodopera familiare, nel Nord-Ovest la condizione “occupato” ha una percentuale più alta delle diverse ripartizioni. Tali differenze riflettono la divergenza tra un’agricoltura più produttiva localizzata soprattutto al Nord e una meno capitalizzata e dunque, che offre minori opportunità professionali nel Sud (Inea 2013b).

Lavoro straniero e agricoltura

Tra il 2000 e il 2010 si osserva un incremento dei lavoratori stranieri occupati nell’agricoltura nazionale di circa il 90%. L’aumento assume un andamento costante nell’ultimo triennio, con una crescita di circa il 5% su base annua. L’incidenza degli stranieri sulla manodopera aziendale è superiore al 6%. Il peso può risultare irrisorio sulla componente familiare ma è invece piuttosto consistente su quella salariata, soprattutto nel Nord del Paese (Inea 2013b).
Nel 2013 la rilevazione Inea racconta di una manodopera straniera che – complessivamente pari a oltre 300mila persone e con una incidenza sull’occupazione agricola totale (pari a 813.706 unità) del 37% – segna un significativo incremento (+12%) rispetto all’anno precedente. Questo avviene soprattutto per l’aumento dei lavoratori di provenienza comunitaria (+18,3%) la cui entità è quasi equivalente a quella degli extracomunitari (153.056 in valore assoluto, +6,6% sul 2012), certamente dovuto alla maggiore possibilità di circolazione ma anche di mobilità sociale e formale dei cittadini dell’Unione Europea. Guardando alle aree geografiche, emerge il primato delle regioni del Nord con quasi 123mila tra lavoratori comunitari ed extra Ue, a fronte di oltre 90.000 unità nel Sud. L’Italia centrale, pur con valori assoluti più contenuti (circa 48mila), registra un aumento considerevole della componente Ue (+46%) rispetto al 2012. Nelle Isole significativo è l’incremento soprattutto della componente extracomunitaria (+44%), su un totale di circa 30mila unità (Inea 2014).
Significativo è stato l’incremento delle presenze negli anni della crisi economica, la componente migrante in agricoltura passa infatti dal 19,4% del 2008 al 37% del 2013, con un balzo significativo soprattutto nelle regioni meridionali. In termini assoluti, nel Sud Italia, il numero dei lavoratori neocomunitari ed extracomunitari in agricoltura quasi raddoppia, passando dai 66.044 del 2007 ai 129.574 del 201311. Pur rilevando, all'indomani dell'allargamento dell'Unione Europea e alla progressiva regolarizzazione di molte posizioni lavorative dei cittadini neocomunitari, l'aumento del numero dei migranti neocomunitari impiegati in agricoltura come tendenza generalizzata a livello nazionale, è importante sottolineare come in alcune regioni del nord questo aumento è controbilanciato dalla diminuzione dei lavoratori extracomunitari12. Si assiste, in pratica, ad un nuovo ciclo di “sostituzione etnica” che lascia quasi invariato il numero complessivo di lavoratori stranieri, come, ad esempio, in Veneto dove il numero degli extracomunitari si dimezza (da 13.656 a 8.695) mentre il numero dei neocomunitari triplica, passando da 7.352 a 17.960. Nelle regioni meridionali invece l'ingresso nel mercato del lavoro agricolo dei neocomunitari è ancora sostitutivo della forza-lavoro autoctona, la quale diminuisce di 84.234 unità nel quinquennio 2008-2013, a fronte dell'aumento di 24.394 lavoratori extracomunitari e 49.303 neocomunitari (Caruso, Corrado 2015).
L’agrarizzazione del lavoro migrante e l’aumento del ricorso al lavoro agricolo straniero, accompagnato ad un processo di rururbanizzazione delle migrazioni, è collegabile alle condizioni di crisi in altri settori13, in particolare nelle aree del Nord, ma anche ad un andamento positivo dell’agricoltura e dunque ad un aumento delle produzioni, che hanno determinato un maggior fabbisogno di forza lavoro. I dati sul lavoro prestato, in Unità di lavoro equivalenti (Ule) segnano comunque un incremento percentuale rispetto al 2012 inferiore al numero degli occupati, a evidenziare un generale abbattimento del carico di lavoro pro capite. Tale intensità del lavoro (rapporto tra Ule e occupati) appare significativamente differenziata tra contesti territoriali e provenienza dei lavoratori. Per i cittadini comunitari si registra un rapporto pari al 64% e solo in pochissime circostanze superiore all’unità. Ciò è correlato alla stagionalità/saltuarietà delle attività lavorative e si verifica soprattutto nelle aree con una forte specializzazione produttiva e con elevate punte di fabbisogno stagionale. Invece, per i cittadini extracomunitari, il rapporto è in media pari al 106%, con valori sempre molto significativi nelle regioni in cui sono impiegati nelle attività zootecniche, particolarmente gravose in termini di carico di lavoro/persona (ad esempio nel Lazio, dove si registra un indicatore vicino a 250).
Guardando alle mansioni svolte dai lavoratori extra Ue risulta che oltre la metà di questi si dedica alla raccolta dei prodotti delle colture arboree e degli ortofrutticoli, caratterizzata da notevole impegno fisico e da modeste competenze professionali; continua a manifestarsi la crescita delle attività di gestione della stalla e di cura dei bovini da latte, per le quali è fondamentale una elevata professionalità e un rapporto di lavoro continuativo. Si conferma però la natura prevalentemente stagionale dei rapporti di lavoro, con valori sempre più elevati nelle regioni meridionali e insulari e in ovvia correlazione con i fabbisogni espressi dai sistemi agricoli locali per tipologia, diffusione e calendario di lavoro. La piena regolarità dei rapporti di lavoro si riscontra in media nel 43,2% dei casi, registrandosi parziale regolarità – da intendersi principalmente come sotto dichiarazione delle ore e/o giorni di lavoro e/o dichiarazione di mansioni inferiori a quelle effettivamente svolte – nel 28,8% delle circostanze. Rimane una sacca importante di piena irregolarità (28% del totale), che si differenzia tra i territori in funzione della intensità delle attività ispettive, della numerosità dei lavoratori e della redditività delle colture e degli allevamenti.
Tuttavia, è importante sottolineare come il lavoro straniero sia oramai un elemento strutturale fondamentale, in virtù di un crescente coinvolgimento in tutte le fasi aziendali e nelle attività connesse, e non solo in quelle stagionali e meno strutturate. Dal 2011 (dati Inea), si registra infatti una crescita dell’occupazione in attività agrituristiche, nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti; nelle attività di stalla e di cura dei bovini da latte.
Sebbene le posizioni contrattuali degli immigrati stiano migliorando e le retribuzioni corrisposte mediamente conformi alle tariffe sindacali, perdurano gravi forme di sfruttamento, perpetuate anche attraverso il caporalato e il pagamento a cottimo e che interessano anche soggetti beneficiari di misure di protezione umanitaria, ovvero rifugiati e richiedenti asilo, soprattutto nel Sud Italia (Colloca, Corrado, 2013; Perrotta, 2014). Una minore irregolarità caratterizza i contratti dei lavoratori immigrati comunitari.
Parallelamente al contributo prestato come dipendenti, comincia ad affacciarsi nella realtà agricola del Paese pure un’imprenditorialità straniera (Inea 2013c), a cui sarà interessante guardare.

Considerazioni conclusive

L’analisi sviluppata presenta delle riflessioni parziali e preliminari, finalizzate a decifrare le trasformazioni più rilevanti dell’agricoltura familiare in rapporto al lavoro e soprattutto a quello straniero. In generale abbiamo visto come il restringersi della base domestica delle aziende agricole abbia determinato un progressivo deterioramento della connotazione familiare e un processo di individualizzazione delle imprese agricole (Barberis, 2013). Tendenza che appare emergere anche in altri contesti del Mediterraneo (Arnalte-Alegre, Ortiz-Miranda, 2013; ma si vedano anche i contributi su Grecia e Spagna in questo volume).
Il lavoro straniero risulta fondamentale per la ristrutturazione e la resilienza dell’agricoltura familiare, ma più in generale per il sistema agroalimentare nel suo insieme, sia per ricercare vantaggi in termini di competitività sui mercati internazionali, che per promuovere la differenziazione e lo sviluppo multifunzionale nelle aree rurali. Tuttavia, questo ruolo strategico è spesso giocato in condizioni di discriminazione e sfruttamento anche molto gravi. Il lavoro migrante, per le caratteristiche di vulnerabilità che gli sono proprie, in virtù dello status giuridico-amministrativo, delle condizioni di mobilità, dell’origine specifica, delle problematiche legate alla migrazione, risulta dunque elemento emblematico dell’attuale regime agro-alimentare che fa della differenziazione, della precarietà, dell’intensivizzazione, della mobilità, le modalità organizzative per la creazione di valore.
Il ruolo delle politiche dovrebbe essere rafforzato, per contrastare tutte le forme di sfruttamento, per migliorare le condizioni di lavoro e di vita degli stranieri, per supportare le iniziative di lavoro autonomo, che potrebbero essere particolarmente significative per le aree interne, anche attraverso la realizzazione di forme di accoglienza per i soggetti bisognosi di protezione umanitaria, nell’attuale fase di guerre e migrazioni forzate. Nel contesto italiano alcuni esempi esistono (si veda anche Inea, 2014; Macrì, 2014), ma lo sforzo risulta ancora troppo limitato e soprattutto da valutare in termini di efficacia, anche sul medio-lungo periodo. Risulta dunque indispensabile continuare e intensificare il lavoro di analisi, anche di tipo qualitativo, per comprendere, le trasformazioni in questione.

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  • 1. Le aziende crollano da 3.607.000 a 1.621.000 (-55%). La Sau si riduce da 17.491.000 ettari ad appena 12.856.000 (-26,5%). Nonostante quasi i 2/3 (510mila) delle 775mila aziende agricole scomparse dal 2000 al 2010 avessero meno di un ettaro di Sau, il tessuto connettivo del nostro settore primario continua ad essere rappresentato da aziende di piccola dimensione (il 50% delle aziende agricole nel 2010 ha meno di 2 ettari di Sau).
  • 2. Nei paesi dell’Ue-15, infatti, la dimensione media aziendale varia dai 90 ettari del Regno Unito ai 7,2 della Grecia. Con l’allargamento a 27 paesi la variabilità della dimensione aziendale è aumentata ulteriormente: si va dai 152 ettari delle aziende della Repubblica Ceca ai meno di 5 ettari delle aziende della Romania, di Malta e di Cipro. Questi dati testimoniano le profonde differenze strutturali tra i sistemi agricoli comunitari, con indirizzi produttivi estensivi prevalenti nel Nord e nel Centro Europa; viceversa, nelle aree meridionali e orientali le attività agricole sono più diversificate e frammentate.
  • 3. Complessivamente, le aziende agricole italiane raggiungono una dimensione economica di 49,5 milioni di euro di produzione standard (Ps), pari al 16% della Ps europea a 27 paesi. Le aziende agricole italiane assieme a quelle francesi, spagnole e tedesche rappresentano più del 50% della Ps europea. La dimensione media aziendale in termini economici delle aziende italiane, pari a circa 30.000 euro, è inferiore del 38% rispetto alla media dell’Ue-15, mentre si colloca al di sopra delle concorrenti europee considerando l’Ue-27 (pari a circa 25.000 euro). In estrema sintesi, da questo confronto emerge che nonostante le ridotte dimensioni di superficie le strutture agricole italiane riescono mediamente a ottenere risultati reddituali soddisfacenti per l’impiego di almeno una unità di lavoro. (Inea 2013a).
  • 4. Si è in presenza di conduzione diretta quando il conduttore, ovvero il responsabile giuridico ed economico, presta lavoro manuale nell’azienda, da solo o con l’aiuto di familiari e parenti, indipendentemente dalla presenza di lavoro fornito da altra manodopera aziendale.
  • 5. Il numero dei componenti della famiglia agricola è oggi di 2,5 persone, mentre era mediamente 4,8 componenti nel 1951 (Inea 2012a).
  • 6. Il conduttore presta mediamente 82 giornate l’anno, mentre gli altri familiari 63, altri familiari conviventi 51 e il coniuge 46. Nelle regioni settentrionali tali medie sono più elevate, in quanto l’agricoltura è maggiormente specializzata e intensiva delle altre regioni italiane anche per la presenza di allevamenti.
  • 7. Tra il 2000 e il 2010 le giornate di lavoro impiegatizio sono scese da 6,4 a 4,2 milioni, con perdite che sfiorano il 39% per i soli maschi. Vi è stato invece un incremento del 3,4% per quanto riguarda gli operai, e addirittura di oltre il 10% per quanto concerne le donne (Barberis 2013).
  • 8. Soltanto 357.000 aziende (il 22% del totale) possiedono queste caratteristiche, coltivando il 58% della Sau nazionale e impiegando il 72% delle giornate di lavoro complessive. In realtà le aziende che possono considerarsi professionali, in quanto dimostrano di impiegare almeno un addetto per più di 200 giornate di lavoro, sono ancora meno (262.000), in quanto l’elevato grado di stagionalità dei lavori agricoli richiede di poter avere a disposizione più di un addetto in determinati momenti dell’anno (Inea 2013a).
  • 9. Nel 2010 l’integrazione con redditi extragricoli da parte del conduttore dell’azienda riguarda il 26% delle aziende: nel 20% dei casi l’occupazione extraziendale prevale su quella aziendale mentre nel restante 6% a prevalere è l’occupazione in azienda.
    La propensione a intraprendere una seconda attività economica è ovviamente rapportata al reddito agricolo. All’aumentare delle dimensioni aziendali diminuisce il ricorso ad attività redditizie extraziendali. Tale fenomeno interessa non solo il conduttore, ma anche gli altri componenti della famiglia agricola, occupati per lo più nel settore industriale e dei servizi. Secondo le stime Istat, le seconde attività prestate dai componenti delle famiglie agricole valgono mediamente circa 15.600 euro pro capite (Inea 2013a).
  • 10. L’erogazione di sussidi disaccoppiati potrebbe aver ridotto l’intensità di utilizzo del fattore lavoro familiare o anche limitato la prestazione di lavoro extra-aziendale considerata tradizionalmente una fonte di diversificazione dei redditi della famiglia rurale. In questo quadro, si spiegherebbe allora la stabilità del numero degli occupati interni registrata dal 2004 al 2006, a fronte di una riduzione delle posizioni lavorative e delle unità di lavoro.
  • 11. Disaggregando i dati su scala regionale, nel medesimo periodo, in Sicilia, si passa da 7.770 a 39.220, con un aumento di oltre il 500%; in Calabria da 9.350 a 14.950 (+60%); in Basilicata da 2.170 a 8.581 (+400%); in Puglia dai 26.468 a 43.242 (+70%).
  • 12. Si può ipotizzare un processo di emersione avvenuta dopo i fatti di Rosarno del 2010 e al successivo varo della cosiddetta “legge Rosarno” (D.L.gs n. 109, luglio 2012), con cui di fatto l’Italia ha dato attuazione alla Direttiva europea 2009/52 (Direttiva sanzioni) che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.
  • 13. Come alternativa al compimento di una nuova migrazione verso nuove destinazioni o verso i paesi di origine, la strategia adottata da molti migranti è quella di spostarsi in altre località all’interno del contesto nazionale. In molti casi questo movimento si configura come una migrazione di retrocessione: maggiormente colpiti dalla crisi, i migranti ripiegano nelle regioni meridionali e nell’agricoltura, dove già avevano transitato, per non azzerare il proprio percorso migratorio. Questo processo presenta forti analogie tra il contesto italiano e il contesto spagnolo (Caruso 2015; Corrado, 2012; Caruso e Corrado 2012).
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